19 ottobre 2018
Aggiornato 10:30

Cosa accade in Iran: le fiamme della crisi su cui soffiano i guerrafondai a caccia di petrolio

Dividere l'Iran per colpire la Russia e non solo, con un obiettivo semplice: il petrolio
Proteste di cittadini iraniani davanti all'ambasciata di Londra
Proteste di cittadini iraniani davanti all'ambasciata di Londra (EPA/WILL OLIVER)

TEHERAN - L'università di Teheran è un tempio pagano della gioventù. E le giovani iraniane che qui regnano sono la stra grande maggioranza, hanno occhi neri e grandi che vengono messi in risalto dai colori accesi degli hijab con cui coprono il capo. L'università di Teheran è il simbolo di un paese che in occidente è nel migliore dei casi incompreso, e nel peggiore è oggetto di una violenta mistificazione. La capitale è una città caotica, devastata dall'urbanizzazione recente che ha demolito quasi completamente il suo glorioso passato architettonico, attraversata da orde di giovani e giovanissimi che non hanno un futuro. Disoccupazione e povertà: questo è il vero nodo scorsoio che toglie il respiro ad un paese tanto antico quanto ignoto. Molti vorrebbero andare via, ma non per ragioni ideologiche o religiose. Non perché oppressi da un regime che tale per tanti motivi non è: molti vorrebbero andarsene per trovare un lavoro, un futuro, una prospettiva. Ma il lavoro, in Iran come nel resto del mondo, non esiste più. Così quando parli con questi ragazzi, liberamente, le loro frustrazioni prendono una forma sociale. A molti, se non a tutti, non interessa un bel nulla dell'America e di Trump; e anzi ci vedono solo una funesta speculazione politica.

I rivoluzionari del 2009 sono al potere
La tentata rivoluzione colorata iraniana del 2009 durò nove mesi. Gran parte dei capi di quella sommossa scapparono all’estero, ma la parte moderata di quel tempo rappresenta oggi la fazione politica al governo. Al termine del doppio mandato del presidente «conservatore» Mahmoud Ahmadinejad è stato infatti eletto il «moderato» Hassan Rouhani. Rouhani è un uomo sostenuto da tutte le cancellerie occidentali. Non tenete conto di Trump, ormai quasi «fantoccio» nelle mani di poteri pericolosi perché messianici. Non tutti ricordano, o preferiscono sorvolare, che Rouhani al tempo fu tra i sostenitori di quella rivolta: senza enfasi, ma con chiarezza. L'Iran, che si può considerare un paese democratico, ha eletto quindi un presidente che legittimava quell'insurrezione. Il quale si trova a fronteggiare la parte sociale del paese che dalle sue politiche economiche sta subendo un attacco. Non a caso le proteste si stanno sviluppando nelle zone rurali, socialmente arretrate e fortemente religiose del paese - ma l'aspetto religioso in questa fase è assente -  nonché nelle periferie delle città iraniane. Del racconto di questo nuovo sommovimento sociale iraniano questo è quanto sappiamo. Da questo punto si può ricostruire una catena di concause che avrebbero portato alla rivolta iraniana.

La crisi economica
L’Iran è sostanzialmente un paese che vive sulle esportazioni di petrolio, e la sua economia è largamente statalizzata. Ampie sacche di corruzione sono concentrate in quelle che vengono chiamate Bonyad, che potrebbero essere inquadrate come aziende partecipate che si occupano di servizi. A capo di queste «fondazioni» vi è una casta religioso-politica-accademica, che come tale imperversa e dilapida il patrimonio pubblico del paese. Questa è l'accusa che Rouhani avanza da tempo verso questo modello. Caratteristica di queste fondazioni è il loro diritto a non pagare tasse, dato che i loro profitti sono redistribuiti in servizi assistenziali. Ovviamente questo modello ha portato ad alti livelli di corruzione. L'Iran, così vulgata vuole ma non ne dubitiamo, è infatti un paese altamente corrotto: come buona parte dei paesi del mondo. La «casta» iraniana coinvolta direttamente in questo sistema sarebbe pari a cinque milioni di uomini, meno del 10% della popolazione.  E' bene però sottolineare che chiunque sia stato in Iran non vedrà mai, in nessun luogo, fenomeni di volgare arricchimento: il modello Russia di Eltsin per intenderci da queste parti è inesistente. Le Bonyad sono il cuore dell'economia iraniana, detengono almeno il 30-40% del Pil e hanno sottratto spazio ai privati. Rouhani sta tentando di depotenziare questo modello religioso sociale.

Guerriglia petrolifera
La guerra in sede Opec, scatenata dall’Arabia Saudita facente funzione di braccio armato, ha portato il prezzo del petrolio ad un livello insostenibile per l’economia iraniana. La vicenda è nota, almeno per chi ha letto le nostre precedenti analisi: l’Arabia Saudita, su mandato statunitense, ha drogato il mercato per scatenare crisi economiche, e sociali, in Russia, Iran e Venezuela, tre paesi non allineati che formano un asse geopolitico molto insidioso per l’egemonia globale statunitense. A questo si aggiunga un importante embargo che ha bloccato gli scambi economico finanziari dei tre paesi con il mondo. A differenza dell’economia russa- decisamente più solida perché può contare sulla creazione di un mercato interno che è riuscito ad attenuare l’impatto dell’attacco – quella venezuelana e quella iraniana sono collassate. L’apparato statale non ha retto l’urto della disoccupazione dilagante e il taglio dei sussidi ha portato entrambi i paesi all’interno di rivoluzioni più o meno colorate, capeggiate mediaticamente - in occidente - da donne. In Venezuela la ragazza che lanciava dei sassi con l'abbigliamento della palestra, in Iran la ragazza che sventola l'hijab. Una combinazione, ovviamente.

Come in Venezuela?
Ma le differenze, al momento, sono in relazione alla composizione sociale della rivolta. In Venezuela fu una rivoluzione capeggiata dalla parte ricca del paese, priva di base sociale: le ultime elezioni democratiche hanno spazzato via tutti coloro che capeggiarono quella rivolta. In Iran la parte moderata - definirla filo occidentale è ridicolo - è invece al potere. Rouhani è un neoliberista, e oltre ad attaccare le Bonyad ha portato avanti un duro processo di austerità. Il dilagare della disoccupazione, duplicata in dieci anni, ha inciso soprattutto nella parte popolare della società iraniana, quella che non partecipò alle proteste del 2009, che non ha voltato per Rouhani, e che molto probabilmente non manifesta per diritti civili ma per quelli sociali. Il silenzio della guida suprema Khamenei in questi giorni è indicativo del fatto che Rouhani sta rischiando il potere: Khamenei, oltre che essere il centro spirituale del paese, è anche a capo della Bonyad più importante dell'Iran. Una sorta di Iri italiana in cui vi sono tutti i servizi più importanti del paese, nonché l'intero apparato militare riconducibile al progetto «nucleare».

La ragazza con il velo e altri falsi obbiettivi
Che su questa composizione politico sociale si innesti la retorica simbolica occidentale – la ragazza col velo e il pugno alzato – è scontato. E’ il tentativo da parte del triumvirato Trump - Netanyahu - Mohammed Bin Salman di cavalcare un protesta che, al momento, non gli appartiene. Benjamin Netanyahu in un messaggio su Facebook ha polemizzato con alcuni Paesi europei per il loro "silenzio" di fronte agli sviluppi interni in Iran. "Purtroppo molti Paesi in Europa mantengono il silenzio di fronte ai giovani eroi iraniani scesi nelle strade. Io non intendo tacere. Questo regime cerca di seminare odio. Quando infine cadrà - ha affermato - gli iraniani e gli israeliani torneranno ad essere buoni amici. Auguro al popolo iraniano - ha concluso - il successo nella sua lotta per la libertà». Ma i giovani eroi che scendono in piazza di cui parla il premier israeliano sono prettamente i sottoproletari delle periferie urbane, che vorrebbero semplicemente cacciare via il presidente Rouhani perché sta tagliando loro l’assistenzialismo con cui cui sopravvivevano. Che a costoro si uniscano personaggi oscuri che vogliono di indirizzare la rivolta su canali mediatici congegnali all’opinione pubblica globalizzata è fuor di discussione.

Il triumvirato Trump - Netanyahu - Mohammed Bin Salman
La condizione quindi è molto pericolosa: il triumvirato Trump - Netanyahu - Mohammed Bin Salman punta in ogni caso al colpaccio, ovvero alla destabilizzazione dell’Iran. Non importa che a portare avanti le proteste siano i conservatori, l’importante è che l’Iran divenga una polveriera, una Siria su vasta scala. Il modello Siria sarebbe perfetto: tutti contro tutti. Divide et impera. Ma anche senza la trasformazione dell’Iran in un mattatoio, la sola destabilizzazione del paese è molto utile all'asse del bene Usa - Israele - Arabia Saudita. L'obbiettivo in fondo è sempre lo stesso, mettere le mani sulle immense ricchezze naturali di Iran, Russia e Venezuela, che guarda caso hanno tutte la stessa caratteristica: il loro petrolio è nazionalizzato, fuori dalla portata dei colossi petroliferi globali made in Usa. Il rischio di una destabilizzazione sul modello siriano dell'Iran è ovviamente incalcolabile.