17 novembre 2018
Aggiornato 21:00

È l'Iraq la prima vittima della «guerra» di Trump all'Iran

Il Paese al crollo economico, senza elettricità e con la disoccupazione ai massimi storici. L'80% delle merci arriva dall'Iran. E l'importazione «finirà in mano al contrabbando»
Il presidente degli Usa Donald Trump
Il presidente degli Usa Donald Trump (ANSA)

Diviso tra i suoi due alleati Usa e Iran, l'Iraq è la prima vittima delle sanzioni di Washington contro il suo grande vicino che potrebbero privarlo di beni vitali e persino di migliaia di posti di lavoro. Il Paese è già bloccato da un mese di protesta sociale che denuncia il crollo economico, la cronica penuria di elettricità, la disoccupazione dilagante e l'abbandono della classe politica, nel momento in cui la siccità ha ridotto pesantemente le entrate agricole. Con le sanzioni Usa entrate in vigore, con il blocco delle importazioni dall'Iran, il Paese deve fare i conti con un duro colpo per la sua economia, già messa in ginocchio dalla guerra contro i jihadisti dello Stato Islamico (Isis) e dalla corruzione. Nel 2017, l'Iraq ha speso circa 6,6 miliardi di dollari per importare vari beni di consumo dall'Iran come pomodori, ventilatori, coperte o automobili.

La situazione in Iraq
Per Ali Ajlane, che vende elettrodomestici in una strada commerciale di Baghdad, «l'80 per cento dei prodotti sul mercato è iraniano, quindi se il confine si chiude, sarà la crisi per noi». Abbas Moukhaylef, che importa a sua volta prodotti elettronici dall'Iran, non può nemmeno immaginare dove potrebbe ottenere rifornimenti senza la Repubblica Islamica. «Importiamo ogni anno tra 200.000 e 300.000 contenitori di deodoranti per ambienti» dall'Iran, afferma come esempio, e «dipendiamo dall'Iran nella maggior parte delle aree». 

L'importazione dall'Iran
Per i clienti, i prodotti iraniani hanno un vantaggio cruciale: sono i più economici sul mercato. Per i prodotti finiti, le importazioni, in dollari, sono già cessate: «Per rispettare le sanzioni statunitensi, abbiamo smesso di importare auto iraniane», ha affermato un dirigente di un'azienda di importazione di automobili. «I due o tre milioni di pellegrini iraniani che arrivano ogni anno generano una significativa attività economica di cui l'Iraq potrebbe ora essere privato», ha avvertito. Ogni pellegrino deve pagare 40 dollari per ottenere un visto. Per non parlare delle perdite all'industria alberghiera e il commercio di questo turismo religioso.

Il mercato in mano ai contrabbandieri
Ma l'Iraq, affermano commercianti, funzionari e consumatori, non può permettersi di aggravare la sua crisi sociale ed economica. «Per far sì che i prodotti iraniani a basso costo arrivino, il mercato nero prospera», la previsione di Ajlane. «Il confine tra Iran e Iraq è lungo» - più di mille chilometri - "«e le importazioni continueranno, anche se ufficialmente, sono proibite", dice il commerciante della capitale irachena. "Lungo il confine, ci sono punti di attraversamento non ufficiali tra Iran e Iraq e il contrabbando può passare attraverso questi punti», ha detto alla France Presse Yassine Faraj, numero due della Camera di commercio di Sulaymaniyah, provincia irachena del Kurdistan al confine con l'Iran.

La Germania avverte: «Rischio desabilizzazione in Medio Oriente»
Intanto il capo della diplomazia tedesca ha messo in guardia gli Stati Uniti contro una destabilizzazione del Medio Oriente, dopo il ripristino delle sanzioni Usa contro Teheran. «Colui che spera in un cambio di regime non deve dimenticare che potrebbe (...) causare problemi molto più grandi», ha detto il ministro degli Esteri Heiko Maas al quotidiano regionale Passauer Neue Presse. «Un isolamento dell'Iran potrebbe solo favorire l'ascesa di forze fondamentaliste e radicali», ha aggiunto il ministro socialdemocratico. «Il caos in Iran - come abbiamo visto in Iraq o in Libia - non farebbe che destabilizzare ulteriormente una regione già instabile», ha insistito Maas.

Il governo iraniano: «Nessuno si fida degli Usa»
Ma la possibilità di intraprendere trattative con gli Stati Uniti «non è un tabù» per l'Iran, ma sarà inutile se non ci sarà «un'agenda chiara» e quindi risultati chiari: questa l'analisi del ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif. «Non vogliamo trasformare i colloqui in una questione proibita, ma sarà necessario che si arrivi a risultati e non siano una perdità di tempo"» ha detto il capo della diplomazia di Teheran in una intervista all'agenzia di stampa semi-ufficiale Isna ripresa dal quotidiano panarabo al Quds al Arabi. Zarif, come riferisce la stessa agenzia, ha spiegato inoltre che la Repubblica Islamica «non ha mai chiuso la porta dei negoziati, neanche con gli Stati Uniti, ma le conduce sempre con un'agenda chiara stabilità precedentemente e con risultati prevedibili chiari». Ma, intanto, una cosa per il governo iraniano è certa: «Nessuno si fida più dell'America. L'America ha continuamente dribblato, nessuno ha più fiducia in loro». Ma «c'è una grande differenza questa volta: prima nessuno appoggiava l'Iran, ma ora tutti i paesi del mondo stanno sostenendo l'Iran».