25 giugno 2017
Aggiornato 00:00
Che cosa si sa davvero dell'ormai famigerata manifestazione russa?

Quando sotto Obama furono arrestati 400 manifestanti (e nessuno protestò)

Tutti i notiziari occidentali sono stati ben felici di darvi la notizia dell'arresto di 600 manifestanti, tra cui l'oppositore Navalny, a Mosca. Nessuno, però, vi ha raccontato questo

Aleksej Navalny nel momento del suo arresto.
Aleksej Navalny nel momento del suo arresto. (Evgeny Feldman for Alexey Navalny's campaign photo via AP)

MOSCA – Nessun notiziario televisivo e nessun giornale occidentale si è lasciato sfuggire la manifestazione, avvenuta qualche giorno fa a Mosca, contro la corruzione, culminata con l'arresto di 600 persone tra cui quello dell'oppositore politico Aleksej Navalny. Una manifestazione che, ha riferito il Cremlino, non era autorizzata, quindi illegale, e in occasione della quale gli arresti sarebbero scattati per impedire che sfociasse in violenze.

L'Occidente fa la morale
La vicenda ha naturalmente offerto all'Occidente su un piatto d'argento l'occasione di invocare il principio della libertà di espressione e di manifestazione. Un principio, intendiamoci, sacrosanto, ma che rischia di essere utilizzato strumentalmente, per alimentare il clima di diffidenza verso la Russia. L'amministrazione Usa ha infatti risposto con sdegno a quanto accaduto a Mosca: gli Usa, secondo quanto ha riportato l’Ansa, «condannano fermamente gli arresti di centinaia di manifestanti pacifici in Russia», e «chiedono al governo russo di rimetterli subito in libertà». A parlare è Mark Toner, portavoce del dipartimento di stato Usa, secondo cui «fermare dei manifestanti pacifici, degli osservatori dei diritti dell’uomo e dei giornalisti è un affronto ai valori democratici fondamentali».

Quando lo stesso capitò a Obama...
Ma quegli stessi notiziari e quei giornali che hanno dato grande risonanza alla notizia  hanno però opportunamente evitato di fornire un equilibrato, riteniamo noi, inquadramento della vicenda. Innanzitutto, bisogna dire che non è una prerogativa russa intervenire in manifestazioni illegali con fermi e arresti. E' accaduto qualcosa di simile non molto tempo fa, l'11 aprile 2016, proprio nella civilissima America. Quel giorno, oltre 400 attivisti di Democracy Spring sono stati arrestati mentre manifestavano pacificamente davanti a Capitol Hill con striscioni e cartelli per chiedere al Congresso di far cessare la corruzione del denaro in politica e per garantire elezioni libere e imparziali. Il presidente era Barack Obama. In quell'occasione, nessun Paese occidentale sollevò obiezioni sulla condotta della polizia di Washington; e nessuno, a maggior ragione, accusò gli Stati Uniti di essere un Paese illiberale.

Per chi lavora Navalny
Ma non è tutto. Secondo il giornalista Maurizio Blondet, quella avvenuta a Mosca potrebbe non essere una semplice manifestazione. Perché Navalny sarebbe pagato – per stessa  ammissione dell’organizzazione – dalla National Endowment for Democracy, un’organizzazione non-governativa fondata da Ronald Reagan, diretta all’inizio del segretario  di Stato Henry Kissinger, e attualmente  finanziata  dal Congresso degli Stati Uniti allo scopo ufficiale di diffondere nel mondo la «democrazia di mercato».

Sicuri di sapere tutto sulla manifestazione?
Come riporta il giornalista, la vera natura (destabilizzatrice) della manifestazione sarebbe rivelata dalle testimonianze di alcuni studenti che vi hanno partecipato, a cui Navalny avrebbe offerto 10 euro se si fossero fatti arrestare. Un altro indizio sta nella paperella gialla stampata su alcuni cartelli, che, secondo la versione ufficiale, alluderebbe ad alcuni dei vizi di Medvedev (il premier era il principale obiettivo dei contestatori), che avrebbe un allevamento di papere in una delle sue ville miliardarie. In realtà, secondo Blondet la papera gialla è un simbolo già visto altrove, «firma» dei principali mandanti di manifestazioni colorate in giro per il mondo: Stati Uniti e, naturalmente, George Soros. La si è vista a Belgrado nel 2015 e in Brasile nel 2016, durante le manifestazioni che hanno accompagnato la destituzione di Dilma Roussef su accuse di corruzione.

L'ipocrisia occidentale
Un caso? Forse. Ma anche senza voler sposare la tesi «complottista», per così dire, sulla manifestazione, si ammetterà che la copertura ad essa riservata e la pungente retorica utilizzata scoperchiano l'ormai ben nota ipocrisia dell'Occidente. Che denuncia ben volentieri le pagliuzze negli occhi altrui, per poi tacere risolutamente le travi nei propri.