Hacker russi e scandalo Watergate

Trump come Nixon? Per Donald è già pronto il finale di partita

I media Usa, e non solo, martellano l'opinione pubblica con un parallelismo sinistro. Due presidenti dal programma politico molto simile

Il presidente Usa Donald Trump e l'ex presidente Richard Nixon
Il presidente Usa Donald Trump e l'ex presidente Richard Nixon (ANSA)

WASHINGTON - La voce, negli Stati Uniti, dilaga senza imbarazzo: Donald Trump verrà deposto a breve. L’opinione pubblica ne è ormai convinta, perché la campagna mediatica sta caricando una frazione della società fanatica e disposta a tutto pur di sovvertire l’esito elettorale di novembre. La propaganda sta assumendo toni sconcertanti, a tratti grotteschi: gli Usa vengono raccontati come un paese in tumulto, attraversato da una maggioranza indignata perché gli immigrati non possono più entrare liberamente; un luogo dove si può giungere da ogni parte del mondo e piazzarsi al gran buffet della società del benessere nel pieno compiacimento della popolazione. Oggi questo fiabesco idillio è amputato da una specie di nazista goffo, un volgare parvenu buono per il wrestling, che non rappresenta nessuno e vuole distruggere il paese dei balocchi immaginato e propagandato dai media. Questo, però, è il racconto di un paese che non esiste.

Multinazionali campionesse di civiltà contro Trump
La televisione statunitense, escluso il gruppo Fox, martella senza sosta: risulta pedagogico passare qualche ora davanti al uno schermo e fare un po' di zapping. Il telespettatore americano è volutamente sbattuto e montato come un bianco d’uovo, in attesa che qualcuno faccia il passo decisivo e ponga fine alla parentesi Trump. Contro di lui tutti appassionatamente: in prima linea per la difesa dei diritti civili le multinazionali di ogni genere, issate sul podio dei diritti non si sa per quale ragione. Forse per la nota organizzazione del lavoro che da sempre utilizzano nei paesi dove hanno delocalizzato la produzione: paradisi dei lavoratori come Cina, Indonesia, Taiwan, Messico, Vietnam, Cambogia, che tutti conoscono quali fari del giuslavorismo. Le voci delle multinazionali che si scagliano contro Trump sono le stesse che, come ha candidamente raccontato Jack Ma, fondatore di Alibaba, durante l’ultimo forum di Davos, hanno creato enormi profitti, nell’ordine di trilioni di dollari, che sono finiti, interamente, nelle tasche di Ceo ed azionisti. Pochi spiccioli sono caduti nelle tasche dei gaudenti lavoratori asiatici e sud americani, mentre la disoccupazione dilagava negli Usa, generando il fenomeno, impresentabile quanto imprescindibile dalla realtà, che prende il nome di Donald Trump. E’ legittimo attaccare Donald Trump, ma sarebbe il caso di ricordare chi ha creato questo fenomeno.

Gli Usa hanno il grilletto facile
In questo quadro è doveroso domandarsi: quanto durerà Donald Trump? Gli Usa sono uno stato dal grilletto facile verso gli inquilini della Casa Bianca.

1. Abraham Lincoln fu ucciso il 14 aprile 1865 mentre si trovava al Ford’s Theatre di Washington per assistere allo spettacolo Our American Cousin. Gli sparò l’attore e simpatizzante dei Confederati John Wilkes Booth, morì il 15 aprile, alle 7.22 del mattino.

2. James Garfield fu ucciso il 2 luglio 1881 a Washington, la capitale degli Stati Uniti. Era in carica da 4 mesi. Gli sparò Charles Guiteau e il presidente morì undici settimane più tardi, il 19 settembre.

3. William McKinley fu ucciso il 6 settembre 1901 al Temple of Music di Buffalo, nello stato di New York. Gli sparò due volte l’anarchico Leon Czolgosz mentre il presidente visitava l’Esposizione Panamericana. Morì otto giorni più tardi, il 14 settembre.

4. John F. Kennedy fu ucciso a Dallas, in Texas, il 22 novembre 1963 mentre sfilava in auto a bordo della quale si trovava anche la first lady Jacqueline. Sebbene il decesso non sia stato confermato fino al giorno successivo, morì sul colpo per un proiettile di fucile.

Ad essere oggetto di un attentato sono stati: Andrew Jackson il 30 gennaio 1835; Theodore Roosevelt il 14 ottobre 1912, Franklin Delano Roosevelt, febbraio del 1933; Harry Truman rimase illeso il primo novembre 1950. Jerard Ford, Jimmy Carter, Ronald Reagan, Bill Clinton e George Bush sono stato anch’essi oggetto di bombe, sventagliate di mitra e altro. Gli Usa hanno quindi una ferrea tradizione che lega la contestazione del potere politico alla polvere da sparo.

Richard Nixon e il caso Watergate
Ma la «esecuzione» più famosa è quella di Richard Nixon, abbattuto con lo scandalo Watergate negli anni Settanta. Quanto potrebbe accadere a Donald Trump domani mattina, in virtù della sconsiderata vita personale condotta fino a poco tempo fa, che sicuramente giace in qualche cassetto dei servizi segreti pronta all’uso. Oppure per altre ragioni che vedremo in seguito. I due, Nixon e Trump, hanno diversi tratti in comune. Entrambi manifestamente detestati dal cosiddetto establishment, nonché dal loro partito. Entrambi contestati dai media più influenti, ed entrambi considerati come degli usurpatori dalla oligarchia massonica che governa («controlla») la politica statunitense. Massoneria a cui Trump, con ogni probabilità, non appartiene. Non tanto perché non voglia lui, quanto perché sono loro che non l'hanno mia voluto in quanto troppo "volgare". La summa di tutto ciò si può condensare nelle parole che George Soros ha pronunciato poche settimane fa al summit di Davos: «Donald Trump è un impostore, un imbroglione e un potenziale dittatore. Non è a favore di una società aperta ma di una dittatura, di uno stato-mafia. Il Congresso deve costituire un bastione per proteggere i diritti americani e c’è una coalizione bipartisan su questo. Sono personalmente convinto che Trump fallirà, e non perché c’è gente come me che lo spera, ma perché le sue idee sono talmente contraddittorie che già si impersonano nei suoi consiglieri».

Agende politiche simili, scandali uguali
L’agenda politica di Nixon e Trump è straordinariamente simile: svalutazione del dollaro (fine accordi di Bretton Woods per il primo), protezionismo, allentamento inflattivo, realpolitik con la Russia (Urss al tempo), rapporto conflittuale con i militari e spesa pubblica in deficit. I due, entrambi afferenti ad una destra popolare, non cercavano vie di fuga quando c'era lo scontro. Ad abbattere Nixon fu lo scandalo Watergate, ovvero il padre putativo del cosiddetto «scandalo hacker russi». Nixon dovette ammettere, dopo uno stillicidio di indiscrezioni, che aveva fatto spiare il Comitato Nazionale Democratico. Qualcosa di straordinariamente simile a quanto Donald Trump ha già ammesso: "Sì, forse gli hacker russi hanno fatto qualcosa, di ininfluente, contro i miei avversari politici». Su di lui non pende ancora una responsabilità diretta. 

Trump uguale Nixon, propaganda continua
Negli Usa il parallelismo Nixon-Trump è sdoganato, finale compreso. L’Huffington Post Usa, in un recente pezzo dal titolo «Trump sembra già peggiore di Nixon», ha fatto intendere che Henry Kissinger potrebbe essere il tutore del neo presidente. Il quale Nixon, come da copione, si è sperticato in lodi. Una mossa del cavallo da parte del sistema? Si tratterebbe dell’ultima ancora di salvataggio che l’establishment lancia al miliardario presidente. Usa Today ha rincarato la dose solo due giorni fa con un pezzo durissimo. Ma Nixon-Trump è un binomio non solo statunitense: il Guardian ne ha parlato il 21 luglio, quando il presidente in carica attuale era solo un lontano «pericolo». Fermare Trump significa fermare Putin, continuare a fare affari delocalizzando la produzione, allargare la potenza della Nato sul confine russo, tenere alta la valutazione del dollaro per favorire la finanza a scapito del lavoro. Trump, come fu Nixon, è il prodotto di un sistema fuori controllo, "scheggia impazzita" che prima o poi verrà fermata.