26 giugno 2019
Aggiornato 12:00
Da dove viene il doppio filo con Washington?

Goldman Sachs, l'imperativo categorico della politica americana a cui neppure Trump si sottrae

Goldman Sachs non è solo una delle banche d'affari più famose al mondo. E', per la politica americana, un imperativo categorico. A cui nessuno, tantomeno Trump, si sottrae

Il logo di Goldman Sachs.
Il logo di Goldman Sachs. ( Shutterstock )

WASHINGTON – Senti il nome «Goldman Sachs» e pensi ai soldi. Un'autentica montagna di soldi, spostati, investiti, moltiplicati e ingegnosamente traferiti per evitare tassazioni sfavorevoli. Ma Goldman Sachs non è solo denaro: è anche potere. Il potere del denaro che pervade tutto, anche la politica. La sua sede è a Manhattan, a New York, ma da decenni Goldman Sachs sta di casa anche a Washington. Nel palazzo del leader più potente del pianeta, la Casa Bianca, gli uomini della società finanziaria trovano sempre posto. Perché Goldman Sachs non è una semplice banca d'affari. Goldman Sachs è un imperativo categorico della politica americana, di ogni colore e orientamento.

Dai Clinton a Trump, nessuna eccezione
Sotto la presidenza di Bill Clinton, la banca di investimento ha posizionato uno dei suoi come segretario del Tesoro. Lo stesso fece con George Bush. La Goldman fu tra i massimi finanziatori della campagna di Barack Obama nel 2008. Hillary Clinton ha perso le elezioni anche perché è stata in lungo e in largo accusata di intrattenere stretti legami con l'istituto finanziario di Wall Street, per il quale ha anche tenuto discorsi a pagamento a porte chiuse, e che risulta in cima alla lista dei suoi più generosi sostenitori. E ora tocca a lui, Donald Trump: il miliardario immobiliarista cresciuto nel mondo degli affari a molti zeri, ma che è riuscito a guadagnarsi la fiducia della classe media cucendosi addosso i panni del nemico dell'establishment e della grande finanza. E invece – com'era del resto ampiamente prevedibile – il fascino di Goldman Sachs non ha risparmiato neppure lui, visto che dalla banca proviene il suo segretario del Tesoro, e il suo senior adviser. Oltre, ovviamente, al nuovo direttore da lui nominato del Consiglio Nazionale Economico: nientemeno che il presidente di Goldman Sachs, Gary Cohn.

Il marchio dell'ignominia post crisi non spaventa politici e finanzieri
Da dove viene tutto questo potere, e la capacità di tenere così saldamente le fila della politica americana? Il tutto, nonostante oggi il nome di Goldman Sachs sia pubblicamente macchiato dall'ingominia a causa del ruolo che la banca di investimento ebbe nello scatenare la tempesta economica e finanziaria del 2008. Il 16 aprile 2010, la Securities and Exchange Commission (SEC), l'autorità di controllo dei mercati finanziari statunitensi, ha infatti multato Goldman Sachs per 550 milioni di dollari, per avere frodato i propri risparmiatori nel 2007 con la vendita di titoli tossici subprime. In particolare, è stata censurata la comunicazione con cui il fondo speculativo Paulson & Co aveva avvisato che le azioni vendute da Goldman e garantite delle agenzie di valutazione del rischio non erano sicure. La perdita per gli investitori è stata di oltre un miliardo di dollari. Oggi, Goldman Sachs è il simbolo per eccellenza della finanza disumana, che affama il popolo per rincorrere ricchezza e potere. Ma nessun potente riesce a smarcarsi dalla sua influenza.

I Clinton e la Goldman, un legame ventennale
La nomea che circonda la banca d'affari è talmente diffusa ed evidente che, lo scorso settembre, in piena campagna elettorale per le presidenziali americane, lo stesso New York Times – quotidiano notoriamente schierato con Hillary Clinton – pubblicava un pezzo eloquentemente intitolato: «La crisi del 2008 ha approfondito i legami tra i Clinton e Goldman Sachs». Legami più che ventennali, visto che la banca di investimenti ha fornito ai Clinton i principali consiglieri, milioni di dollari in finanziamenti elettorali, ricche parcelle per i discorsi, e generose donazioni per le attività della fondazione di famiglia.

Sulla «Rubinomics» di Bill Clinton il marchio di Goldman Sachs
Il legame tra i Clinton e Goldman Sachs risale al 1990, quando Robert Rubin, co-senior partner della società, divenne il braccio destro di Bill Clinton sulle questioni economiche. In quel periodo, Clinton aveva abbracciato la politica della riduzione del debito e dei bilanci in pareggio, un approccio in seguito eloquentemente ribattezzato «Rubinomics». L'influenza di Goldman Sachs sulle politiche economiche del presidente democratico si fece presto sentire con forza, visto che Clinton con le sue riforme contribuì sensibilmente all'abolizione delle regole che separavano le banche commerciali da quelle di investimento, esentando dalla normativa anche alcuni prodotti finanziari «tossici» come i derivati.

«Abbiamo uomini in tutti i principali mercati»
Ma la questione è molto più ampia, e valica la pur significativa storia della dinastia Clinton. Una storia ben riassunta dalla dichiarazione del neo-direttore del Consiglio Economico scelto da Trump, Cohn, registrata qualche giorno fa dopo l'arrivo della sua nomina a Washington e riportata dal Washington Post: «Abbiamo uomini di Goldman Sachs in tutti i principali mercati». E proseguiva compiaciuto: «Guarda la dimensione dei nostri capitali, del nostro bilancio, dei nostri uomini – è enorme». Circa un anno fa, Bernie Sanders, candidato alle primarie democratiche, scriveva: «Il prossimo anno, 12 presidenti delle banche della Federal Reserve saranno ex dirigenti di una sola società: Goldman Sachs».

Rispettabilità finanziaria garantita
Per Cohen, il dispregio dell'opinione pubblica è ampiamente compensato dalla deferenza che Goldman Sachs incute nei circoli che contano. Ecco spiegato lo shift (ammesso che di cambiamento si possa parlare) dello stesso Trump: «Perché è così facile pretendere immediata rispettabilità finanziaria entrando nella rete di Goldman». Tutto nasce da una cultura del lavoro massacrante e da un'esclusività inseguita con sprezzante determinazione. «I candidati che non manifestano un'ambizione bruciante, un impegno totale, e una inclinazione per il lavoro di squadra sono rapidamente eliminati», scrive l'ex trader di Goldman Lisa Endlich nel suo libro Goldman Sachs. La cultura del successo.

La tradizione iniziò da Roosvelt e Eisenhower
Ma il filo diretto tra la banca di investimenti e le stanze del potere è una tradizione più che centenaria. Il primo fu Franklin Delano Roosvelt, che, quando ancora era governatore di New York, fece amicizia con Sidney Weinberg, in seguito soprannominato «Mr. Wall Street», che scalò letteralmente Goldman Sachs diventandone un longevo e storico direttore. E quando Roosvelt fece il suo ingresso alla Casa Bianca, Weinberg contribuì sensibilmente alla formazione del «Business Advisory Council», il canale che i dirigenti aziendali utilizzavano per influenzare i decisori politici della Capitale. Non solo. «Mr. Wall Street» ha aiutato a spingere l'industria privata nel sostenere lo sforzo bellico durante le guerre mondiali e la guerra di Corea. E ancora, raccolse donazioni per la campagna di Eisenhower e poi ne scelse personalmente il segretario del Tesoro, contribuendo a cristalizzare il mantra secondo cui la politica avrebbe molto da imparare dai giganti della finanza.

Lo stile Goldman nel team di Trump
Un mantra che, in anni più recenti, è stato evidentemente ben assorbito dalla classe politica, se anche uno come Donald Trump, che ha passato tutta la sua campagna elettorale ad accusare Hillary Clinton di essere il burattino di Wall Street, non ha saputo sottrarsi alla tradizione. E non sarà una notizia sorprendente, ma di certo è significativa: i 17 uomini che il tycoon ha selezionato per le più alte cariche del suo governo hanno più soldi del denaro totale posseduto da 43 milioni dei nuclei familiari meno abbienti degli Stati Uniti, un terzo del numero totale. Verrebbe da dire, in perfetto stile «Goldman».