17 giugno 2019
Aggiornato 09:00
Quello che chi lo attacca non capisce

Tutti contro Trump: storia di come la stampa sta cercando di affossare Donald

Era solo questione di tempo, prima che i rivali di Trump tentassero di abbatterlo scalfendo la sua immagine di imprenditore. Peccato che, con The Donald, tutto ciò difficilmente funzionerà

NEW YORK - Con l'8 novembre che si avvicina inesorabilmente, non è affatto strano che la battaglia per la Casa Bianca venga combattuta sempre più senza esclusione di colpi. E uno di questi «colpi» l'ha ricevuto di recente Donald Trump, il candidato repubblicano. Il quale, grazie a una rivelazione del New York Times - che, bisogna precisarlo, si è da poco esplicitamente schierato per Hillary Clinton - è entrato nell'occhio del ciclone per il suo tormentato rapporto con il fisco. Il magnate immobiliarista avrebbe infatti dichiarato perdite record per 916 milioni di dollari nella sua dichiarazione dei redditi del 1995, ottenendo detrazioni fiscali che potrebbero avergli permesso di non pagare tasse federali al governo degli Stati Uniti per oltre 18 anni. 

Controversi rapporti con Cuba e Iran
Non solo: nelle ultime ore lo hanno anche accusato di aver fatto affari con Cuba eludendo l'embargo, ma anche con l'Iran, dove avrebbe affittato a una banca di Teheran un ufficio a New York dal 1998 al 2003. Peccato che la banca in questione fosse nella «lista nera» Usa delle istituzioni iraniane legate al terrorismo e al programma nucleare. 

L'attacco all'imprenditore di successo
Era insomma solo questione di tempo, perché il (presunto) punto di forza di The Donald, quello su cui ha costruito le «fondamenta» del suo personaggio mediatico prima e politico poi, diventasse il bersaglio dei dardi nemici: stiamo parlando, naturalmente, del suo profilo di imprenditore di successo. Trump non è un «self-made man», perché, come più volte ricordato dalla candidata democratica Hillary Clinton, ha ereditato una grossa fortuna da parte del padre. Certo che, però, quella fortuna è riuscito ad accrescerla e a farla fruttare: e in un Paese dove il denaro è venerato come un dio, inutile dire che l'immagine del businessman di successo fa facilmente presa sull'elettorato.

La tecnica degli avversari
Ecco perché queste rivelazioni non sono per nulla stupefacenti: i rivali di The Donald sono convinti che, per abbatterlo, devono innanzitutto minare la sua affidabilità come uomo d'affari. E quei documenti fiscali avrebbero (in teoria) tutte le carte in regola per farlo: da un lato perché attestano che il magnate ha avuto in passato gravi perdite economiche, cosa che potrebbe intaccare la sua immagine di imprenditore infallibile; dall'altro, perché dimostrano il suo impegno a sfruttare tali perdite per eludere il fisco. 

Gli attacchi dell'establishment possono scalfire Trump?
Intendiamoci: non che, dall'altro lato, Hillary Clinton sia stata esente da simili attacchi: si pensi alla questione delle e-mail, che ha contribuito ad appiccicarle addosso l'etichetta di una politica sfuggente e falsa. Si pensi alla recentissima storia della polmonite, non raccontata tempestivamente dallo staff e dunque vista come l'ultimo esempio della scarsa propensione alla trasparenza da parte della candidata. E' pur vero, però, che la gran parte dell'establishment americana (in parte addirittura repubblicana) e dei media ad essa legati sono a favore della Clinton. E se questo è un vantaggio evidente per la candidata democratica, costituisce però anche il punto di forza che Donald Trump è in grado di sfruttare meglio.

Troppo fuori dagli schemi per prevedere le reazioni degli elettori
Ed è proprio questo il punto nodale di tutta la faccenda: siamo davvero sicuri che la dubbia onestà di The Donald in materia fiscale si ritorcerà a suo sfavore? Non potrebbe accadere il contrario? Perché ciò che continua a sfuggire agli osservatori è che Trump si è creato un personaggio talmente fuori dagli schemi, che non solo le reazioni dell'opinione pubblica sono imprevedibili, ma che neppure la sua campagna può essere facilmente inquadrata negli schemi di pensiero tradizionali.

La risposta di Trump sulla questione fisco
Si consideri soltanto la risposta che il magnate ha opposto, durante il dibattito tv, all’avversaria che lo accusava di aver eluso il fisco: «Questo fa di me una persona sveglia». Nessun tentativo di difesa, ma nemmeno nessuna smentita, come ci si sarebbe attesi. Al contrario, una parziale ammissione di colpa. La quale, però, viene ribaltata in un merito: perché – è il ragionamento sotteso –, se ricco come sono, sono riuscito a pagare pochissime tasse, ciò dimostra che sono un uomo astuto e in gamba. E una riflessione del genere sposta l’oggetto del contendere su tutt’altro piano, e smonta in un colpo solo le argomentazioni dell’avversario.

Da punto di debolezza a punto di forza
Del resto, dopo le rivelazioni del New York Times, lo staff di Trump ha continuato a non premurarsi di chiarire la vicenda. E intanto, i suoi alleati hanno messo in evidenza quanto le operazioni al limite della legalità del miliardario possano dimostrarne la scaltrezza. Si veda il commento dell’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, che ha chiosato: «Quando hai un'azienda hai l'obbligo di massimizzare gli utili e se una norma fiscale ti consente di dedurre qualcosa, lo deduci». Al massimo, Trump ha colto l’occasione per vantarsi delle sue competenze in materia fiscale: «Conosco il nostro complesso sistema fiscale meglio di chiunque altro abbia corso per la presidenza e sono l'unico che possa sistemarle» ha scritto su Twitter.

Il popolo non si indigna
Ma non è affatto la prima volta che qualcosa del genere accade. Tutta la campagna di Trump è andata così: gli avversari che gli rinfacciavano le sue presunte gaffe e le clamorose uscite politicamente scorrette di cui ha costellato la sua recente carriera politica (e non solo), con l’unico risultato di rafforzarlo. Incredibile: ciò che indignerebbe chiunque, se lo fa Trump, non indigna davvero il «popolo».

La vicenda di miss Universo
In questi giorni l’imprenditore è anche finito nell’occhio del ciclone per aver umiliato, in passato, Alicia Machado, una miss Universo cheil magnate (che all'epoca era proprietario dell’evento) ha definito troppo grassa. La Machado è subito diventata una carta da giocare per Hillary, che ne ha fatto una sua sostenitrice, non perdendo occasione di raccontare la sua storia (in cui figurano, tra l’altro, problemi alimentari seguiti alle parole di Trump). Interpellato recentemente su questa vicenda, il candidato non ha smentito, non si è scusato, né ha cercato di imbonire il pubblico con dichiarazioni strappalacrime e politicamente corrette, e neppure ha tentato di spostare l’attenzione dall’increscioso episodio. No: Trump ha semplicemente confermato che Alicia Machado era davvero troppo grassa, e che questo poteva essere un problema a livello di business. Punto.

Le armi tradizionali con lui non funzionano
Chi si illude di poter «sconfiggere» Trump con le armi tradizionali dimostra di non aver ben inquadrato il fenomeno che si trova davanti agli occhi. The Donald ha costruito un’immagine radicalmente diversa da qualsiasi altro politico sulla piazza; è, anzi, l’anti-politico per eccellenza, l’alternativa all’establishment, diverso da chiunque lo abbia preceduto. Gli insulti, le gaffe, le piazzate che escono dalla sua bocca non fanno che rafforzare il suo personaggio: qualcuno di talmente alternativo alla solita «casta» (per usare un termine qui in Italia molto apprezzato) da apparire genuino, verace, «populista» nel vero senso del termine. Trump dice quello che tutti pensano e non osano dire, sdogana gli istinti più bassi della gente; non cerca di nascondere le sue debolezze ed è capace di renderle punti di forza.

L'esempio di Berlusconi
La vicenda di Trump ricorda un po’, per alcuni tratti, la parabola tutta italiana di Silvio Berlusconi: i suoi innumerevoli problemi con la giustizia non l’hanno mai scalfitto, anche quando la sua posizione sembrava, agli occhi dei più, difficilmente sostenibile. Al contrario: tutto ciò non ha fatto che infervorare ulteriormente i suoi sostenitori, che lo vedevano come l’eroico protagonista di un epico scontro con i magistrati comunisti. Alla fine, ciò che non hanno potuto i guai giudiziari, l’hanno fatto gli scandali sessuali, e solo quando hanno raggiunto proporzioni tali da non poter essere più derubricati all’ammirevole indole da «latin lover» dell’ex premier.

Ciò che i suoi rivali non capiscono
Trump è qualcosa di simile, se non di più estremo. E chi si indigna, gli punta il dito contro, lo accusa, lo definisce il nuovo Hitler, spera di abbatterlo provocandogli danni di immagine, definisce i suoi elettori dei «miserabili» dimostra solo di non aver capito nulla di quello che sta accadendo. E non da oggi: da decenni, in realtà. Perché forse, il problema della «più grande democrazia del mondo» non è Trump, né tantomeno chi lo vota. Il problema è ben più profondo, e sta alla radice. E The Donald ha solo avuto l’abilità di interpretarlo (per quanto, diciamolo, in maniera confusa e sgradevole) meglio degli altri.