16 dicembre 2019
Aggiornato 03:00
Un anno difficile per l'UE, ma Bruxelles non ha imparato nulla

Il discorso di Juncker sullo stato dell'Ue conferma che l'Europa non ha imparato la lezione

«Il Patto di Stabilità non diventerà un patto di flessibilità»: questa e tante altre affermazioni di Jean Claude Juncker confermano che questa Europa non è e non sarà mai riformabile.

Il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker.
Il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker. Shutterstock

BRUXELLES - Crisi migratoria, crisi economica, terrorismo, Brexit, populismo montante, crisi di consenso. E' stato un anno particolarmente difficile e denso per il Vecchio Continente, e il tradizionale discorso sullo stato dell'Ue del presidente della Commissione europea Jean-Claude Jucker sfiora tutti questi punti. Li sfiora, soprattutto, per rassicurare sulle prospettive future delll'Unione europea, che, ripete con convinzione, «non è a rischio». Nonostante la Brexit. «Rispettiamo e nello stesso tempo ci rammarichiamo della decisione del Regno Unito, ma l'Unione europea come è oggi non è a rischio», ha dichiarato a Strasburgo.

Nessuna riflessione seria
«Come è oggi»: è proprio questo il punto. Se c'è una cosa che il discorso di Juncker dimostra è che i recenti sconvolgimenti che hanno colpito l'Europa alle sue fondamenta non sono serviti per stimolare una seria riflessione. E che l'Europa non è e non sarà mai riformabile. L'Ue - dalle parole di Juncker - sembra al contrario determinata a proseguire sulla stessa rotta, fino a che l'iceberg che incrocerà non le darà il colpo di grazia. Sulla Brexit, il presidente della Commissione non formula alcuna analisi al di là del classico auspicio a che Londra divorzi «amichevolmente» il prima possibile: e invece, un'analisi lucida e impietosa sarebbe quanto mai urgente, ma le istituzioni europee - troppo affezionate allo status quo - sembrano determinate ad evitarla. Juncker, dopo il consueto attacco ai «populismi», i quali - ha detto - «non risolvono nulla», ha ribadito che, se Londra intende mantenere l'accesso al mercato unico di 500 milioni di consumatori, dovrà accettare i principi fondamentali dell'Ue sulla libertà di movimento dei cittadini e «non potrà essere un ingresso 'a la carte' al mercato unico»

Un programma già sentito
Per il presidente della Commissione europea, lo strumento per rilanciare il progetto europeo in pena crisi di legittimità sarà un «programma positivo» per i prossimi 12 mesi, che comprende una serie di nuove iniziative legislative, nuovi investimenti con il raddoppio del «Piano Juncker», e persino una vera e propria «capacità di difesa» dell'Ue. Ricette in buona parte già sentite, che difficilmente potranno fronteggiare una crisi sfaccettata e gravemente strutturale, e che (se va bene) fungeranno da ennesimo palliativo destinato a dimostrare tutta la propria inconsistenza. Come è già accaduto tante altre volte.

La stoccata sulla flessibilità
Anche sulla flessibilità Juncker ha confermato che nessun vero cambiamento è neppure lontanamente contemplato. La Commissione, cioè, è sì favorevole alla flessibilità, ma sempre nell'applicazione delle regole di bilancio: perché, ha dichiarato, il «Patto di Stabilità» non può trasformarsi in un «patto di flessibilità». Un affondo che deve essere risuonato forte e chiaro per le aule di Palazzo Chigi, e che giunge a pochi giorni dal vertice «anti-austerity» degli Stati del Sud organizzato dal premier greco Alexis Tsipras, già ampiamente e pubblicamente bocciato (oltre che deriso) da Berlino e Bruxelles. 

Il Ceta, l'altro pilastro dello status quo
L'altro pilastro dello status quo che Juncker ha difeso a spada tratta è stato l'accordo di libero scambio con il Canada (il Ceta), firmato ma non ancora ratificato dall'Ue, che ha definito «l'accordo commerciale migliore e più progressista da noi mai concluso». E pazienza se quel trattato - un po' come è accaduto per il Ttip - è stato discusso a porte chiuse, e contiene clausole molto controverse (che abbiamo già avuto modo di elencare qui) che lo avvicinano al suo «fratello maggiore» transatlantico (ad oggi arenato): per Juncker, l'accordo con il Canada è assolutamente da difendere e da concludere una volta per tutte.

Slogan
Dopo aver perorato anche una rapida ratifica degli accordi climatici di Parigi (evitando «qualsiasi ritardo che ci renderebbe ridicoli») ed espresso il proprio sostegno alla leadership cipriota per l'azione a favore di una rapida riunificazione dell'Isola, il presidente della Commissione ha sottolineato con forza che «l'Ue significa pace: non è una coincidenza che il più lungo periodo di pace nella storia dell'Europa sia cominciato con l'integrazione europea, 70 anni di pace mentre nel mondo continuano le guerre. Noi oggi lottiamo con le parole e risolviamo i nostri conflitti attorno a un tavolo e non in trincea». Europa, ha ricordato ancora Juncker, significa «libertà, democrazia, stato di diritto».

Problemi e non soluzioni
Uno slogan che, alla luce del momento storico, sembra quasi eccessivamente retorico. Forse il pensiero deve aver sfiorato lo stesso Juncker, che non a caso non ha mancato di sottolineare i problemi e le sfide ancora da affrontare: per esempio il fatto che Bruxelles non sia ancora «abbastanza sociale», o che il livello di disoccupazione «resta ancora troppo alto». Ma su come l'Europa pensi di affrontare queste emergenze, silenzio assoluto. Forse perché questa Ue, asservita alle banche e ai poteri forti e incapace di tutelare in primis gli interessi dei suoi cittadini, una risposta proprio non ce l'ha.