L'ultimo summit dell'attuale presidente Usa

Al G20 cinese i fallimenti di Obama: una Siria ancora nel caos, e Putin più forte che mai

Il G20 cinese ha fotografato impietosamente alcuni degli insuccessi dell'amministrazione Obama: l'incapacità di trovare un accordo sulla Siria con Mosca e la 'rinascita' della grande Russia di Putin

Il presidente russo Vladimir Putin con il presidente Usa Barack Obama al G20 cinese.
Il presidente russo Vladimir Putin con il presidente Usa Barack Obama al G20 cinese. (ALEXEI DRUZHININ / SPUTNIK / AFP)

MOSCA - Attesissimo, quasi più del vertice G20 in sé. L'incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo americano Barack Obama è avvenuto come da copione, dopo qualche fugace stretta di mano e un paio di sorrisi forzati. Ma sembra non essere stato in grado di abbassare la tensione tra le due potenze, come i media di tutto il mondo hanno riportato. Da parte sua, l'ormai «anatra zoppa» Obama non si è presentato particolarmente bendisposto alla bilaterale, tanto che, alla fine, ha subito parlato di una sostanziale «mancanza di fiducia». E sul terreno di scontro principale, la Siria, tra le due potenze è rimasto il gelo.

Un incontro fallimentare?
Questa, almeno, è la lettura della maggior parte dei quotidiani internazionali, che hanno collegato il colloquio infruttuoso tra i due leader al precedente tentativo - clamorosamente fallito - del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e del segretario di Stato americano John Kerry di raggiungere un accordo per un cessate il fuoco nel Paese. Troppi sarebbero i punti di scontro tra le due potenze: l'alleanza di Mosca con Assad, a fasi alterne malamente tollerata e aspramente criticata da Washington; il supporto degli Usa ai ribelli, che spesso si sono rivelati non proprio "moderati" e che quindi la Russia considera terroristi a tutti gli effetti; le accuse occidentali a proposito della presenza di armi chimiche nell'arsenale di Assad; un cessate il fuoco che non trova una formulazione accettabile per entrambe le potenze.

Perché a Washington converrebbe collaborare
In realtà, non tutti i media si sono mostrati così pessimisti in merito alla possibilità di raggiungere un accordo. Nikolay Pakhomov, di National Interest, sostiene ad esempio che entrambe le potenze abbiano forti e convincenti ragioni per lavorare insieme. Su Washington, in particolare, pesa la fallimentare strategia messa in campo fino ad ora in Medio Oriente, e soprattutto in Iraq, che ha messo in luce la sostanziale incapacità di stabilizzare la regione e di imporre una visione a lungo termine. Vista da tale prospettiva, si comprenderà come la posizione attuale statunitense in Siria sembri tuttora ancorata a un approccio fallimentare: l’intransigenza verso Assad non fa che replicare gli errori del passato, e non ha affatto aiutato a risolvere le tensioni della guerra civile.

Siria, un nuova Iraq?
In pratica, se davvero fossero gli oppositori di Assad a vincere, Washington si troverebbe avviluppato in una situazione esplosiva, molto simile ad altre precedenti esperienze mediorientali. E andrebbe probabilmente incontro a un ennesimo fallimento, anche perché demandare l’ardua impresa dello «state-building» ai ribelli cosiddetti «moderati» significherebbe esporre la Siria a un ulteriore serio rischio di fondamentalismo. Così, una cooperazione con la Russia offrirebbe a Washington l’opportunità di stabilizzare il Paese ed infliggere un colpo mortale a Daesh: che sarebbe, almeno in teoria, il principale obiettivo della stessa coalizione a guida Usa.

Il tempo stringe, sia per Washington che per Mosca
Non solo: c’è anche chi pensa che gli Stati Uniti stiano cercando di strappare un accordo a Mosca entro il mandato di Obama. E’ chiaro che per il Presidente democratico porre fine alla propria amministrazione con una situazione in Siria ancora esplosiva sarebbe un enorme fallimento in politica estera. Da parte sua, anche Mosca avrebbe interesse ad accelerare i tempi, visto che la prossima amministrazione, qualora venisse affidata a Hillary Clinton, potrebbe essere ancora meno comprensiva di quella attuale. Non è un mistero che la candidata democratica sia una ferma sostenitrice dell’ipotesi di stabilire una no-fly zone (e cioè di intervenire direttamente) nel Paese, dando priorità alla «defenestrazione» di Assad e arrivando, in parole povere, a uno scontro diretto con Mosca. E non è un caso che proprio negli ultimi tempi anche la posizione di Obama sul tema, in passato piuttosto «ballerina», si sia progressivamente allineata a quella del suo ex segretario di Stato.

Il fallimento di Obama in Siria... e non solo
Di certo, l’evidenza è che né in questo G20 né tantomeno in passato Obama sia riuscito a concertare un’azione incisiva in Siria, e che il Presidente abbia troppo spesso oscillato tra la tentazione – tipica in America – del «regime change» e l’opportunità di allinearsi con Mosca contro l’Isis. Ma non è questo il solo fallimento che la sua amministrazione ha di fatto palesato davanti agli occhi del mondo nel corso del summit cinese. Perché il G20 appena concluso ha anche dimostrato come uno dei principali obiettivi di Obama – quello cioè di isolare economicamente e politicamente il «nemico» Putin – sia stato miseramente mancato.

G20: l’occasione per Putin per dimostrare la propria influenza
Il G20 ha infatti offerto l’occasione al leader del Cremlino di rilanciare definitivamente l’immagine e l’influenza del proprio Paese nel mondo, dopo che la crisi ucraina sembrava (almeno nelle intenzioni do Obama) aver condannato la Russia al tramonto. E invece, Putin ha partecipato a ben dieci incontri bilaterali nel corso del summit, con i leader di Stati Uniti, Germania, Francia, Cina,  Regno Unito, Argentina, Egitto, Barhain e Arabia Saudita. Un dialogo che fino a due anni fa era davvero impensabile, soprattutto con i leader delle nazioni occidentali.

L’asse Russia-Cina
In particolare, a «spiazzare» Washington sono stati gli incontri con Cina e Arabia Saudita, per Mosca particolarmente proficui. Da tempo da Occidente si guarda con timore l’asse sino-russo, soprattutto per le implicazioni geopolitiche che potrebbe comportare una salda alleanza tra Mosca e Pechino, ad oggi stategicamente unite nel contestare agli Usa lo status di unica superpotenza mondiale. Putin e Xi Jinping si sono trovati subito dalla stessa parte nell’ammonire la Corea del Sud a non installare lo scudo missilistico Terminal High Altitude Area Defence, proprio mentre Pyongyang lanciava altri tre razzi minacciosi. E sulla contesa riguardante le isole del Mar Cinese Meridionale, Mosca sembra disposta a offrire la propria spalla a Pechino (sul tema fortemente contestata da Washington) in cambio di un’intesa di più ampie vedute.

Mosca si accorda con Riad sui prezzi del petrolio
Quanto all’Arabia Saudita, tradizionale (e inguardabile) alleato dell’Occidente nelle terre mediorientali, Putin è riuscito a strappare un accordo sul controllo del prezzo del petrolio, in vista del nuovo vertice Opec che si terrà il prossimo 26 settembre. Il problema discusso è l’eccesso di produzione che ha depresso i prezzi, mettendo in crisi economie come quella del Venezuela, ma anche quella russa. E con il calo dei prezzi conseguente che danneggia i Paesi produttori, alla fine Mosca e Riad hanno deciso di attuare una stabilizzazione del mercato, con un aumento forzato del prezzo del petrolio.

Mosca mediatrice al vertice Opec
Le divergenze non sono state appianate del tutto: Mosca sarebbe favorevole a una riduzione dell’offerta; Riad rimanda una mossa di questo tipo. Fatto sta che un aumento dei prezzi non sarebbe ovviamente apprezzato dall’Occidente, mentre anche all’interno dell’Opec gli ostacoli per il raggiungimento di una posizione comune permangono: si pensi all’Iran, che intende favorire un aumento delle vendite per risanare le proprie finanze approfittando della fine delle sanzioni. Ad ogni modo, proprio la Russia di Vladimir Putin si porrà come mediatrice al vertice del 26, cosa che contribuirà ad aumentare la sua influenza globale.

Putin, l’incarnazione dell’insuccesso di Obama
Se a tutto ciò si aggiunge il tentativo della diplomazia russa di organizzare un incontro tra Benjamin Netanyahu e il presidente palestinese Mahmud Abbas, per favorire il dialogo tra Israele e Palestina, si comprenderà perché Vladimir Putin è l’incarnazione vivente del fallimento di Barack Obama. Che, in qualità di leader della maggiore superpotenza mondiale lascia dietro di sé questioni pesantemente irrisolte. E che, anziché contribuire ad allentare le tensioni con Mosca, non ha fatto altro che tentare di spingerla dietro alla lavagna. Contribuendo però, nei fatti, alla sua rinascita.