25 gennaio 2020
Aggiornato 08:00
L'intervista all'editorialista del Corriere della Sera

Ferrari: «Vi spiego perché il golpe turco è solo una messinscena di Erdogan»

L'editorialista del Corriere della Sera Antonio Ferrari ci spiega perché, a suo avviso, dietro al golpe turco ci sia la mano dello stesso Erdogan. E a cosa porterà quanto sta accadendo in Turchia.

ANKARA - Il colpo di stato in Turchia? Un golpe fasullo, orchestrato dallo stesso entourage del presidente Tayyp Recep Erdogan per rafforzare il potere di quest'ultimo e consentirgli di modificare la Costituzione in senso «super-presidenzialistico». Ne è convinto Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera e a lungo corrispondente dal Mediterraneo orientale, che, qualche ora dopo il golpe, abbiamo raggiunto telefonicamente.

Un falso golpe?
Ferrari elenca gli elementi a supporto della sua tesi, indizi capaci di avvalorare l'idea che, nel nostro vicino mediorientale, non ci sia mai stato il tentativo di deporre Erdogan da parte dei militari, ma solo una messinscena che consentirà al «sultano» di accentrare ancora di più il potere nelle sue mani. Del resto, a qualche giorno di distanza, stiamo già vedendo i primi risultati: epurazioni e purghe inaccettabili, in un Paese considerato fino a ieri «laico»«occidentalizzato», un'ulteriore stretta sui diritti umani, un apparente braccio di ferro con l'alleato di sempre, gli Stati Uniti.

Gli indizi
Già durante le dirette tv andate in onda la sera del golpe, Ferrari «profetizzava» che quel colpo di stato si sarebbe concluso con un nulla di fatto, al punto da definirlo un «minigolpe improprio, a scoppio anticipato». A preannunciarglielo, fonti turche di lunga data, non lontane dal partito islamista di Erdogan e appartenenti alle opposizioni. Ma non sono state solo le testimonianze dirette a convincere l'editorialista del Corriere della Sera: perché un «golpe di sole quattro ore» non si è mai visto. Senza contare la quantomeno sospetta circostanza per cui l'aereo presidenziale ha viaggiato a lungo nel nord della Turchia, prima di raggiungere Istanbul, con trasponder acceso, e quindi individuabilissimo ai ribelli. Peccato, però, che gli stessi golpisti non abbiano nemmeno tentato di farlo atterrare, né di eliminare il Presidente in alcun modo: «cosa che sarebbe accaduta se il golpe fosse stato vero», chiosa Ferrari. Non solo: il golpe sarebbe perfettamente spiegabile se si considerano le numerose inchieste da cui Erdogan era stato ultimamente colpito, e i timori che si potesse giungere ad ulteriori inchieste, molto più delicate.

Il nuovo indirizzo strategico della Turchia
Neppure le centinaia di morti depongono a favore della veridicità del colpo di stato. Ferrari ha avuto più volte modo di intervistare Erdogan e di «conoscerne il cinismo», oltre che la «ferocia». Una propensione per la realpolitik (per così dire) pienamente confermata non solo dalle epurazioni di queste ore, ma anche considerando le ultime mosse in politica interna ed estera. II nuovo premier Binali Yildirim, fedelissimo al Presidente; il riavvicinamento con la Russia di Putin, dopo l'abbattimento del jet che ha rischiato di far scoppiare una guerra tra le due potenze; la nuova politica di tolleranza verso l'ex acerrimo nemico Assad, alleato di Mosca; la stessa interruzione dei rapporti ambigui precedentemente intessuti con l'Isis; il riavvicinamento con Israele. Mosse che si spiegano, tra le altre cose, nell'ottica dell'aspirazione della Turchia a farsi nuovamente «mediatrice tra Washington e Mosca».

Le 'finte' scaramucce con Washington
In questo senso, dichiara Ferrari, vanno lette le «scaramucce» di queste ore tra Stati Uniti e Turchia, anch'esse più apparenti che reali. In realtà, Washington è apparsa fin da subito determinata a sostenere Erdogan, che, per quanto alleato controverso, è ai suoi occhi certamente preferibile di un vuoto di potere o di un regime capace di far scivolare Ankara, il secondo più grande esercito della Nato, verso la Russia di Putin. Un «finto golpe», insomma - secondo Ferrari - che farà apparire la Turchia un Paese più debole a livello globale, ma il suo Presidente estremamente più forte. «Quanto costi questo e quanto il mondo, in nome della realipolitik, possa pagare, non lo so ancora», spiega l'editorialista del Corriere. Di certo, Erdogan ha «giocato d'azzardo, e forse potrebbe anche andargli bene», chiosa.