22 ottobre 2019
Aggiornato 18:00
Bruxelles non sembra disposta a fare autocritica

Brexit, per l’establishment occidentale è tutta colpa di Putin. E di quella «maledetta democrazia»

L'establishment occidentale è a dir poco terrorizzata, e per nulla disposta a fare autocritica. A dimostrarlo, i commenti e le analisi del dopo-Brexit. Che arrivano a dare la colpa a Putin

LONDRA - Tempi duri, anzi durissimi, per l'Unione europea. Il voto del 23 giugno che ha sancito il divorzio di Londra da Bruxelles è colmo di conseguenze politiche ed economiche, di cui abbiamo già ampiamente parlato. Tra quelle politiche, la decisione dei britannici di lasciare la comune casa europea potrebbe aprire la strada a nuovi referendum, e nuovi -exit. Cambieranno solo i prefissi: c'è chi già invoca la Frexit, l'Italexit e così via. Non sappiamo quando tutto ciò accadrà, e se le tecnocrazie dell'Unione riusciranno ad evitare il temutissimo scenario. Ma una cosa è certa: l'establishment comunitaria è spaventata. Anzi, terrorizzata.

I commenti del dopo-Brexit
Basta poco per accorgersene. Basta giusto dare uno sguardo a certi editoriali del dopo-Brexit comparsi sui più importanti media occidentali, e al dibattito condotto con fervore da politici, istituzioni, accademici espressione delle élites, e dunque sostenitori del «Remain». Basta prendere atto delle loro interpretazioni di quel voto, e del loro impegno nello screditarlo e ridimensionarlo in ogni modo. Addirittura, arrivando a screditare lo stesso meccanismo democratico che ha permesso ai britannici di decidere del proprio futuro.

Per il NYT è tutta colpa di Putin
Iniziamo dal New York Times, che, in un editoriale del 25 giugno, dell’intricatissima questione Brexit si pone innanzitutto una domanda: come l’avrà presa Vladimir Putin? Bene, benissimo, secondo il quotidiano della Grande Mela. Convinto che il Cremlino, insieme alla Cina, si stia sfregando le mani nell’assistere all’indebolimento dell’Europa e allo sgretolarsi dell’ordine mondiale costruito da Washington con l’ubbidiente assist di Bruxelles. Ma non è finita: per il New York Times, se Londra è uscita dall’Ue è praticamente colpa di Putin. Il quale, non avendo più molti assi nella manica, si sarebbe duramente impegnato per indebolire la Nato e scombussolare l’ordine mondiale post-Guerra fredda con l’invasione dell’Ucraina, e avrebbe addirittura finanziato partiti di estrema destra in Francia e altrove, gli stessi che nel Regno Unito hanno fatto campagna vincente per la Brexit. Insomma: se l’Europa rischia il naufragio, se i cittadini sono a tal punto nauseati da voler abbandonare la nave, se le destre e i movimenti euroscettici sono sempre più forti, è tutta colpa di Putin.

Il Cremlino e la Brexit
Abbiamo più di una volta parlato dell’atteggiamento «ritirato» del Cremlino sulla questione Brexit. Un atteggiamento che da un lato dimostra un certo ritegno (non condiviso dagli americani) nell’ingerire negli affari altrui, dall’altro evidenzia che, sulla questione, nemmeno la Russia ha davvero le idee chiare. Perché, se la propaganda occidentale è convinta che Putin tifasse per la vittoria del Leave con il fine di veder indebolita l’Europa, la realtà è che la Brexit potrà avere ripercussioni economiche (seppure modeste) sulla stessa Russia, e che, soprattutto, potrebbe mettere in gioco meccanismi abbastanza imprevedibili sul fronte geopolitico. Se qualcuno ha infatti parlato di un compattamento del fronte anti-sanzioni e di un indebolimento della Nato, qualcun altro ha invece paventanto, al contrario, un rafforzamento dell’Alleanza Atlantica, con Londra costretta a rinsaldare i legami con Washington per non rischiare l’isolamento. E solo il tempo ci dirà chi ha ragione.

Gli «imbecilli» al voto
Se con Putin la stampa occidentale ha forse dato il meglio di sé, non si può certo dire sia stata da meno nell’analizzare finemente il voto dei britannici. Britannici che qualcuno ha addirittura definito «imbecilli» per aver votato per il Leave.  Analisi che, comunque la si pensi sulla Brexit, ha in sé qualcosa di estremamente pericoloso, perché rivela il reale atteggiamento delle élites verso le democratiche espressioni del volere popolare: quando queste ultime rispecchiano gli interessi dell’establishment, è la vittoria della democrazia; quando invece li sovvertono, è la dimostrazione del fallimento della democrazia. Non è un caso che l’establishment britannica stia disperatamente cercando un modo per rovesciare il risultato del referendum, un po’ come, al di là dell’Oceano, l’establishment repubblicana sta tentando di privare Donald Trump, democraticamente eletto nelle primarie, della nomination del partito conservatore. Quando si dice «il lupo perde il pelo ma non il vizio».

Sovvertire il volere del popolo
Si pensi alla petizione che, poco dopo il referendum, ha raccolto 4 milioni di firme in una sola settimana per tornare alle urne. Peccato che , di quei 4 milioni, 77.000 firme sono state annullate perché risultate false. Ad ogni modo, la filosofia è cristallina: il risultato del voto non ci va bene? Rivotiamo. Per amore di verità, questi accaniti sostenitori del Remain hanno dalla loro le parole di Nigel Farage, che a poche ore dal voto suggerì la necessità di una seconda consultazione qualora avesse vinto il fronte anti-Brexit. Ma i tentativi più degni di nota di sovvertire la volontà popolare giungono proprio dalla politica. Il parlamentare laburista David Lammy ha ad esempio sostenuto che il Parlamento avrebbe dovuto ignorare  l’ignorante opinione pubblica: «Possiamo mettere fine a questa follia con un voto del Parlamento», ha dichiarato. Tempi bui per l’Europa, se la democrazia è una follia. Ma Lammy è in ottima compagnia: tre membri di spicco della Constitutional Law Association hanno praticamente suggerito al Parlamento di scavalcare il voto democratico. Anche l’illustre George Soros ha dichiarato che la Brexit «non è un fatto compiuto». E, per arrivare al nostro Paese, secondo il mai eletto ex premier Mario Monti «David Cameron ha abusato della democrazia». Senza contare le varie polemiche post-referendum che declinavano variamente il ritornello su una vagheggiata restrizione del diritto di voto, con risultati sul genere «non tutti possono votare», «gli ignoranti non dovrebbero votare», «il popolo non dovrebbe votare sulle cose importanti» e così via.

La democrazia per Bruxelles
In pratica, più che per la mancanza di democrazia, oggi l’establishment si spaventa per l’«eccesso» di democrazia. Allo stesso modo avranno pensato le élites, nel vedere l’austriaco leader dell’estrema destra Norbert Hofer cavalcare verso la vittoria delle presidenziali. Quando poi al ballottaggio il verde Van der Bellen pareva averlo superato, quella era la «vittoria» della democrazia. Ma ora che la certificazione di inesattezze ha portato la Corte costituzionale austriaca ad annullare il voto, è probabile che Bruxelles e dintorni siano nuovamente pronti a cambiare idea.  Perché per l’Europa, democratico è  chi il democratico fa. Naturalmente, facendo i suoi interessi.