30 settembre 2020
Aggiornato 12:00
Per vincerli, bisogna conoscerli

I punti di forza e di debolezza dell'ideologia jihadista

Le strategie a breve termine e le reazioni emotive non servono per sconfiggere i jihadisti. Per combattere l'ideologia fondamentalista, bisogna innanzitutto conoscerla a fondo. E comprendere che i terroristi sono sì dei «giganti», ma pur sempre dai piedi di argilla

DAMASCO - Dopo l'attentato di Lahore, in Pakistan, anche la Tour Eiffel, che qualche giorno prima si era illuminata di nero, giallo e rosso in solidarietà al Belgio colpito dal terrorismo, si è invece colorata di verde. Il verde è il colore del Pakistan, e Lahore, dentro e fuori dal Paese, è un simbolo di cultura, raffinatezza e moderazione. Ma la scelta di ricordare, attraverso la torre parigina che è per eccellenza il simbolo dell'Occidente, un attacco perpetrato fuori dall'Europa è particolarmente significativa: perché dimostra quanto, ormai, davanti alla minaccia del terrore, i confini tra Occidente e Oriente, Nord e Sud del mondo, si stiano progressivamente sfaldando. Eppure, perché le lacrime e la commozione non rimangano l'ennesima reazione «a caldo», seguita da strategie suggerite più dall'emotività che da una considerazione razionale del fenomeno jihadista, è necessario prima di tutto approfondire con attenzione la natura di quei movimenti terroristici che stanno sconvolgendo il nostro mondo. Perché solo essendo consapevoli dei loro punti di forza e dei loro punti di debolezza, sarà possibile sconfiggerli.

Un messaggio barbaro ma razionale
Perché il jihadismo è si un gigante che fa paura, ma pur sempre un gigante con i piedi di argilla. E' questo l'oggetto del saggio Jihadismo globale di Andrea Plebani, ricercatore associato dell'Ispi, che ha analizzato le strategie del terrore tra Oriente e Occidente. Innanzitutto, è fondamentale comprendere le basi dell'ideologia jihadista: un'ideologia certamente violenta, ma tutt'altro che rozza e per nulla irrazionale. Spesso, per tentare di alleviare il dolore e lo sdegno di fronte alla tragedia, tendiamo a catalogare i terroristi come «pazzi», ma non lo sono affatto: dietro la barbarie e l'apparente alterità rispetto alla contemporaneità, si nasconde invece un messaggio capace di attirare persone di provenienza sociale e culturale molto differente. Basti pensare agli scritti dei loro leader, come Osama Bin Laden, capo degli attentatori dell'11 settembre, o ad Anwar al 'Awlaqi, ideologo della sezione qaidista yemenita: scritti da cui si ricava una forte lucidità, nonché valutazioni razionalissime alla base di azioni a prima vista degne di deviati mentali. Bin Laden, ad esempio, vantava una profonda conoscenza della civiltà occidentale sua «nemica»: ecco spiegate le sue lucide dichiarazioni a proposito dell'amore per la morte dei mujahidin, contrapposto all'ossessione per la vita dell'Occidente, che la morte, invece, tende sempre a «cancellarla». E questo messaggio è ciò che nel profondo ispira i jihadisti: così, la battaglia sul campo e quella per conquistare proseliti sono due facce della stessa medaglia.

I punti di debolezza
Se dunque tale «razionalità» e tale conoscenza dell'Occidente sono alla base dei punti di forza del messaggio jihadista, quest'ultimo non è privo di punti di debolezza. Anzi, la «base d'argilla» su cui poggia è quella che l'Occidente dovrebbe sfruttare a proprio vantaggio, anziché votarsi a strategie di breve, anzi brevissimo periodo. Quello stesso messaggio semplice, diretto e basato su fondamenta dottrinali solide dà il meglio di sé in fase di attacco, ma è estremamente debole in quella di «difesa». L'ideologia jihadista deve infatti fare i conti da un lato con i tentativi delle autorità religiose tradizionali di diminuire il suo appeal, condannandone la strategia; dall'altro lato, è fortemente indebolita dalle divisioni che attraversano la galassia fondamentalista. Divisioni ben rappresentate dalla frattura tra l'universo qaidista e l'Isis, sancita nel febbraio 2014 dalle dichiarazioni del leader di al Qaeda Ayman al- Zawahiri. Per non parlare, poi, dei rapporti con il fondamentalismo più «moderato», fautore del modello dell'«islam politico». Il successo di movimenti che lo sostengono costituirebbe un forte fattore di debolezza per il jihadismo più estremo, che vede nell'approccio violento e armato l'unica modalità per realizzare un cambiamento. Ed è proprio all'interno di queste crepe che l'Occidente dovrebbe insinuarsi, per poter vincere una volta per tutte la sua guerra al terrore.

Gli errori occidentali
Ma c'è anche un altro aspetto: l'Europa e gli Stati Uniti dovrebbero finalmente chiarire il proprio rapporto con i più ambigui Stati sunniti. In primis, la Turchia, gendarme dell’ordine costituito in sede Nato, neo-guardiano delle frontiere dell’Ue per accordi con Bruxelles e contemporaneamente, e sino a data abbastanza recente, vicino molto poco ingombrante per un califfato a cui permetteva di esercitare un lucroso contrabbando. Tagliare i finanziamenti ai jihadisti significa interrompere i rapporti con quegli Stati da cui, probabilmente, quei finanziamenti provengono. E questo implicherebbe un totale ripensamento dell'ipocrita strategia che fino ad ora ha caratterizzato la «guerra al terrore» occidentale.