5 agosto 2020
Aggiornato 10:00
La strage di Ankara ne è l'ultima, drammatica dimostrazione

Ecco la Turchia a cui pensiamo di aprire le porte: un Paese sprofondato nel caos

Nel giorno in cui riparte la maratona di negoziati con la Turchia sui migranti, è d'obbligo considerare quale Paese stiamo pensando di far entrare in Europa. Un Paese che, come ci ha dimostrato nuovamente l'ultimo tragico attentato ad Ankara, i deliri di onnipotenza del suo leader hanno sprofondato nel caos.

La cancelliera di Germania Angela Merkel e il presidente turco Tayyp Recep Erdogan.
La cancelliera di Germania Angela Merkel e il presidente turco Tayyp Recep Erdogan. Shutterstock

ANKARA - Riparte oggi la maratona dei negoziati tra Bruxelles e Ankara, che, nelle speranze dei leader europei, dovrebbero portare a una riduzione sostanziale dei flussi migratori verso l'Europa. Riduzione che, lo abbiamo ricordato, costa davvero cara, visto che Erdogan non si è accontentato dei 3 miliardi offerti da Bruxelles, ma ha voluto almeno raddoppiare il prezzo. I costi, però, non si limitano a questioni prettamente economiche: perchè in ballo c'è anche l'entrata della Turchia nell'Ue, con un'accelerazione dei protocolli sul tavolo. Intanto, proprio oggi l'ambasciata tedesca ad Ankara e il consolato tedesco a Istanbul sono rimasti chiusi per l'alto rischio di un attacco terroristico. Una misura precauzionale a seguito di una minaccia non ben verificabile, ma che giunge a ricordarci con che Paese abbiamo a che fare. Un Paese che, a causa dei giochi di potere del suo ambiguo presidente, è ormai da tempo sprofondato nel caos.

La questione curda
Se le chiare lacune democratiche in materia di libertà di stampa non fossero sufficienti a convincerci alla prudenza, forse lo può fare l'ultimo,tremendo attentato che ha sconvolto Ankara qualche giorno fa. Attentato rivendicato dai Falconi della Libertà del Kurdistan (Tak), gruppo basato in Turchia che avrebbe ufficialmente reciso i suoi legami con il Pkk. Il condizionale è d'obbligo: perché qualcuno ritiene che il Tak non sia altro che l’ennesima espressione del Pkk, visto che la conformazione totalitaria di quest’ultima organizzazione non permetterebbe l’ascesa di un rivale nell’arena politico-militare curda. Ad ogni modo, Erdogan non ha perso tempo a puntare il dito contro i «nemici curdi», con cui il processo di pace è ormai fallito da tempo. Il terribile attentato di Ankara è giustamente finito sulle prime pagine di tutti i giornali; ma quello che quasi nessuno ha fatto, se non il giornalista Maurizio Blondet, è ricordare quando, lo scorso febbraio, l'esercito turco ha attaccato il villaggio curdo di Cizre, provincia di Sirnak, assediandolo, riducendolo alla fame, bruciando vivi e decapitando tra i 50 e i 150 civili che si erano asserragliati nelle cantine nella speranza di sfuggire alla furia dei militari.

Al centro del caos
Lungi da noi l'intenzione di «giustificare» degli attentati terroristici, colpevoli di seminare a propria volta morte e distruzione. Eppure, andrebbero perlomeno contestualizzati. E la contestualizzazione degli ultimi attacchi che hanno insanguinato la Turchia - negli ultimi tempi sempre più numerosi - ci mostra una fotografia impietosa: un Paese precipitato nel caos, che l'irrisolta questione curda pone al centro di pericolosi attentati e che un'ambigua (per usare un eufemismo) politica con lo Stato islamico ha reso bersaglio di stragi. Non è un mistero che le bombe in Siria apparentemente lanciate da Erdogan per colpire l'Isis avessero tutto un altro obiettivo: i curdi. Nemmeno è un mistero che quella «no fly zone» che il presidente turco ha tentato senza successo (per ora) di negoziare con Stati Uniti prima ed Europa poi sarebbe servita per controllare, se non annientare, i curdi dell’Ypg, alleati del Pkk, e contemporaneamente per continuare, lontano da occhi indiscreti, i contatti con i pericolosi estremisti sunniti, partner di traffici di ogni tipo - petrolio, armi, medicinali, viveri -. 

Una nuova Siria nell'Ue?
Un vivido quanto tragico saggio di quello che è la Turchia oggi ci è stato offerto lo scorso 13 ottobre, quando, nel corso di una partita di qualificazione al campionato europeo di calcio, le squadre di Turchia e Islanda hanno dedicato un minuto di silenzio in ricordo delle 102 persone morte nell’attentato ad Ankara, attribuito allo Stato islamico, di tre giorni prima. Silenzio, però, barbaramente inquinato da alcuni fischi dagli spalti e dall'urlo dello slogan «Allahu akbar», il «mantra» che i terroristi usano ripetere prima di mietere le proprie vittime. In quei terribili istanti si è compreso che neppure il dolore per la morte di propri concittadini sarebbe stato in grado di ricompattare un Paese frantumato da feroci divisioni. La Turchia, lungi dall'essere il campione di stabilità che i suoi vertici dipingono, sta rischiando sotto i nostri occhi di scivolare in quel genere di conflitto etnico e religioso che ha lacerato, al di là della sua frontiera meridionale, l’Iraq e la Siria. Secondo l'analista turco Cengiz Çandar, «Ricordiamo sempre più la Siria o un paese del Medio Oriente che un paese europeo». E' questo il prezzo pagato per il crescente autoritarismo e i sogni di gloria di Erdogan: lo stesso Erdogan a cui Bruxelles sta praticamente affidando le proprie «questioni di sopravvivenza», svendendo se stessa pur di «liberarsi" dei profughi. Anche a costo di considerare di spalancare a quel Paese le porte dell'Europa, ammettendo nel proprio seno (se non i rifugiati) un simile caos.