4 aprile 2020
Aggiornato 04:30
E a Roma fischiano le orecchie

Grecia e Germania, dall'euro ai migranti. Come (non) cambia l'Europa della Merkel

Mesi fa si parlava di espellere la Grecia dall'eurozona; in questi giorni si è ventilata la proposta di chiudere la Grecia - colpevole di «lasciarsi sfuggire» i migranti - fuori da Schengen. E Berlino, oggi come ieri, fa la voce grossa: Atene deve fare i compiti a casa.

BERLINO - Se gli ultimi dodici mesi sono stati, per l'Unione europea, i più tesi di sempre - il 2015 ha visto la crisi greca e quella migratoria mettere a rischio il tradizionale assetto dell'Ue -, il 2016 è iniziato sotto una luce ugualmente fosca. Lo dimostrano le continue discussioni sulla questione dei migranti, che a (quasi) nulla hanno portato se non alla proposta di sospendere Schengen per due anni; lo testimonia anche la «crisi» tra Roma e Bruxelles, con il premier Renzi impegnato a fare la voce grossa nel vano (e a volte anche un po' tragicomico) tentativo di difendere le ragioni «italiane» contro la tecnocrazia a guida teutonica. Su quest'ultimo fronte, i risultati non sono dei migliori: a testimonianza di ciò, l'ennesimo scontro di ieri in Commissione bilancio a Strasburgo, di fronte alla proposta della Francia di un giro di visite di tutti i componenti della commissione a Parigi e Berlino per rapportarsi con Francia e Germania nell’analisi dei bilanci europei e dei singoli Stati. Lo dimostra, anche, l'affondo di oggi del premier Renzi sul quotidiano tedesco Faz, sull'abitudine di Berlino e Parigi di ritrovarsi in una bilaterale prima di ogni summit europeo, lasciando che l'Italia apprenda i risultati dalla stampa. 

La storia si ripete
D'altra parte, la crisi di Schengen è il segno evidente di come le due questioni che attualmente attanagliano l'Unione europea - migranti da una parte e bilanci dall'altra - siano strettamente legate. E non è un caso che i «protagonisti» delle due «tragedie» siano gli stessi: da un lato, l'egemone Germania; dall'altro, la ribelle Grecia.  Ieri, infatti, la riunione dei commissari Ue ha approvato il rapporto sullo stato delle frontiere, in cui ha giudicato Atene «colpevole» di una lunga «serie di carenze». In pratica, si tratterebbe del vizio - di cui è stata imputata anche l'Italia - di non identificare i migranti sbarcati per consentir loro di raggiungere le terre del Nord. E se tali carenze non verranno risolte entro 3 mesi, la Commissione autorizzerà l'attivazione dell'articolo 26 del trattato di Schengen, che prevede il ripristino dei controlli alla frontiera per il periodo più lungo - due anni -. C'è chi, addirittura, ha proposto negli scorsi giorni di sigillare i 228 km della frontiera greco-macedone, in pratica «abbandonando» la Grecia al suo destino. Un isolamento dall'area Schengen che ricorda molto l'ipotesi - che ha tenuto banco nei mesi estivi - di espellere Atene dall'eurozona. Come si vede, i temi sono diversi, ma le dinamiche sono le medesime.

Rapporti di forza
E poi c'è la Germania, che da sola nel 2015 ha dato asilo alla gran parte dei migranti giunti in Europa, e che ora si trova a gestire un'ondata di malcontento e un'instabilità politica senza precedenti. La fronda interna alla coalizione guidata da Angela Merkel cresce sempre di più, mentre la percentuale di sostegno popolare alla politica migratoria è scesa, in un solo mese, dal 60% al 46%. Berlino ha subito puntualizzato che la Grecia «deve fare i compiti», leitmotiv che, su altri temi, ci ha accompagnati durante l'estate. E il fatto che si rinfacci alla Grecia - Paese di 11 milioni di anime con il 25% di disoccupati e una tremenda crisi economica in corso - di lasciarsi «sfuggire» i migranti dà bene l'idea di come, di fondo, l'atteggiamento dell'Europa a guida teutonica non sia affatto cambiato. E, contemporaneamente, fa fischiare le orecchie all'Italia, l'altra porta d'ingresso europea per i migranti poco propensa a raccoglierne le impronte. 

La lontana prospettiva di un patto Atene-Berlino
C'è anche chi suggerisce, dal Financial Times, che a salvare l'Europa possa essere proprio un «patto» tra Berlino e Atene: un forte sconto da parte tedesca sul debito greco, in cambio di un maggiore impegno del Paese ellenico a trattenere i flussi migratori in strutture debitamente costruite con l'aiuto di sostanziosi aiuti europei. La seconda fase, poi, sarebbe un meccanismo di relocation più efficace del buco nell'acqua attuale. In realtà, sarebbe ancora più urgente creare un sistema d'accoglienza realmente europeo, con il definitivo superamento del controverso sistema di Dublino e un'equilibrata spartizione dei profughi tra gli Stati: ma l'obiettivo pare lontano anni luce. Altrettanto difficile, d'altra parte, pensare che la Germania - che pure, è doveroso ricordarlo, è attualmente il Paese più attivo sul fronte dell'accoglienza - possa accettare un compromesso con la Grecia. La crisi greca insegna.

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