21 settembre 2019
Aggiornato 17:00
Clinton per la prima volta in visibile difficoltà

Usa 2016, ecco come gli attentati di Parigi rimescoleranno le carte in tavola

Quel maledetto 13 novembre, oltre ad aver cambiato la vita dell'Europa intera, finirà per influenzare pesantemente la campagna in corso negli Stati Uniti. Rimettendo in discussione equilibri e preferenze

NEW YORK - In America si parla di «october surprise» riferendosi alle sorprese d'attualità dell'ultimo minuto che possono influenzare le elezioni presidenziali di novembre. Siamo ancora alle primarie, e ottobre è passato da un pezzo; di certo, però, gli attentati di Parigi hanno cambiato il corso della campagna elettorale dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti. La tensione è tangibile anche oltreoceano, tanto che il Dipartimento di Stato ha lanciato l'allerta per i viaggi fino a febbraio 2016. Anche a livello politico l'aberrante attacco alla Francia ha lasciato il segno: non è un caso che un recente sondaggio dia il 66% degli americani convinti che il presidente Barack Obama, sull'Isis, abbia decisamente le idee confuse, e il 23% favorevole a un intervento in Siria con truppe di terra. E' dunque ampiamente comprensibile il fatto che, dopo lo scorso 13 novembre, anche l'agenda della campagna per le primarie americane sia stata stravolta. A confermarlo, un sondaggio della Suffolk University-Boston Globe, secondo cui il 42% degli elettori che prenderanno parte alle primarie dei repubblicani nello stato del New Hampshire hanno indicato nel terrorismo e nella sicurezza nazionale i problemi più urgenti da affrontare negli Stati Uniti d’America. Prima degli attentati di Parigi, l’esito dei sondaggi aveva invece registrato nell’economia la questione cruciale delle presidenziali Usa 2016.

Le reazioni dell'elettorato
Ci si chiede, dunque, come questo cambiamento di agenda possa influenzare gli equilibri del duello tra democratici e repubblicani e quali candidati possano, eventualmente, finire per esserne «favoriti». Perché in simili circostanze, si sa, le reazioni degli elettori possono essere molto diverse: c'è chi si affida a candidati percepiti come più «solidi» e competenti, e c'è chi, invece, si lascia facilmente conquistare da quelli che mostrano un maggiore estremismo verbale, e che meglio sembrano «cavalcare» la rabbia e la paura della popolazione. Ecco perché il duello tra democratici e repubblicani è destinato inasprirsi ulteriormente dopo il 13 novembre: a maggior ragione, sull'onda della disapprovazione che il presidente democratico in carica Barack Obama pare raccogliere ultimamente in merito alle sue incertezze in politica estera.

La difficile posizione di Hillary
Hillary Clinton, dunque, si trova più che mai in una posizione difficile. Difficile perché, da ex segretario di Stato di Barack Obama, si trova in ogni caso ad essere associata alla linea tenuta dall'attuale presidente; difficile anche perché, è indubbio, quanto accaduto a Parigi ha rimpinzato di facili argomenti la posizione sposata dai repubblicani. A dimostrarlo, il dibattito dei candidati dem dello scorso sabato, dibattito dove nessuno sfidante è sembrato degno di vittoria. D'altronde, se la politica estera è una delle questioni in assoluto più complesse e difficili da veicolare all'elettorato, è indubbio che un dibattito non sia l'occasione migliore per far emergere posizioni forti e strutturate. Difficile, insomma, dare risposte convincenti in qualche minuto, senza correre il rischio di semplificare troppo e cadere nello slogan. E non è un caso che David Axelrod, il tanto stimato stratega elettorale di Obama, abbia efficacemente sintetizzato: «Hillary Clinton sembra intrappolata tra essere un candidato ed essere una responsabile potenziale presidente. Le sue risposte sono solide, ma non sempre vincenti». La solidità e la serietà, soprattutto in campagna elettorale, non sempre paga.

Un'«opportunità» per i repubblicani?
Al contrario, è evidente che per i repubblicani la strada sia più in discesa. Per tradizione più conservatori, più nazionalisti e più interventisti, dopo Parigi si è presentata loro l'occasione di proporsi come radicali alternative alle politiche perseguite da Obama in questi anni, accusate di aver favorito l'inasprimento e la diffusione del fondamentalismo. Così, quando la Clinton si è rifiutata di avallare l'equivalenza tra «Islam radicale» e «jihadismo» - nel prudente tentativo di salvaguardare dalla generalizzazione una religione praticata da milioni di persone -, ha immediatamente prestato il fianco a una marea di prevedibilissime critiche. Il risultato è stato lo spot elettorale di Jeb Bush, un video tutto costruito sul confronto tra le apparentemente zoppicanti risposte della Clinton e quelle, ben più decise, del candidato repubblicano sulla tematica. Questo - viene quasi da dire - è vincere facile.

La Clinton cadrà su terrorismo e immigrazione?
Intendiamoci: ciò non significa che lo stato di tensione e allerta favorirà necessariamente i repubblicani. Perché, se è vero che le scelte del democratico Obama prestano facilmente il fianco a una marea di critiche, d'altra parte non si può nemmeno dire che le politiche interventiste dei governi precedenti in Afghanistan, Iraq e Libia abbiano funzionato: anzi, sembra ormai pressoché unanimamente riconosciuto il fatto che abbiano finito per scoperchiare la polveriera mediorientale, dando inizio al caos degli ultimi anni. Come si vede, neppure le posizioni dei repubblicani sembrano inattaccabili, e ciò dimostra che la battaglia è ancora tutta da giocare. Di certo, però l'emozione del momento sembra giocare a favore dei rivali della Clinton, specialmente quando si tocca il delicatissimo tema dell'immigrazione. Lo dimostra la «rivolta» dei 26 governatori che hanno detto di non voler accogliere nessun rifugiato siriano nei loro Stati, perché è impossibile identificarli con certezza ed essere sicuri che non siano terroristi. Posizione naturalmente difesa dai repubblicani, che si sono «scatenati» in un valzer di dichiarazioni di grande «impatto» elettorale: da Chris Christie che ha affermato che non accoglierebbe nemmeno i bambini orfani, a Trump, che caccerebbe anche i siriani che sono già negli Stati Uniti, fino a Jeb Bush e Ted Cruz, che hanno suggerito di accogliere solo i rifugiati siriani di religione cristiana. Insomma, una simile asprezza di toni dimostra quanto ormai la campagna sia entrata nel vivo. E quanto, di fatto, la tragedia di Parigi abbia tutte le potenzialità per stravolgere le carte in tavola in una competizione dove, a spiccare tra i due schieramenti, fino ad ora era soprattutto Hillary Clinton.