16 luglio 2019
Aggiornato 15:00
Giugno 2016 potrebbe essere la data della chiamata alle urne

Brexit sempre più vicino? Barack Obama spera proprio di no

Secondo fonti confidenziali del The Independent on Sunday, la data del referendum sul Brexit sarebbe giugno 2016. Cameron sarebbe fiducioso di poter ottenere buone condizioni da Bruxelles, scongiurando l'uscita dall'Ue - contro cui si è espresso anche Obama -. Ma i britannici saranno d'accordo con loro?

LONDRA – Giugno 2016: questa la data, secondo The Independent on Sunday, che David Cameron starebbe valutando per il tanto atteso referendum sul «Brexit». Il governo non si era mai sbilanciato più di tanto sulla tempistica della chiamata alle urne: si sapeva solo che l’appuntamento si sarebbe tenuto entro la fine del 2017. Oggi, il calendario potrebbe essere più chiaro: fonti confidenziali della testata inglese hanno parlato dell’inizio della prossima estate.

Referendum tra meno di un anno
Una brusca accelerata all’agenda, dunque, nonostante si dica che il Cancelliere George Osburne propenda per posticipare i tempi: in questo modo, a suo avviso la Gran Bretagna avrebbe più possibilità di strappare maggiori concessioni all’Europa. Eppure, il Primo Ministro ritiene il giugno 2016 una buona data per promuovere un limitato pacchetto di riforme per l’Unione, ed evidenziare i rischi economici di un Brexit. Non solo: quanto accaduto in Grecia nelle ultime settimane potrebbe aver influenzato i progetti di Downing Street: la riluttanza di Bruxelles a lasciare uscire Atene dall’eurozona deve aver incoraggiato Cameron sulle sue reali capacità di negoziazione. Insomma, la congiuntura pare favorevole: i sondaggi sarebbero ancora largamente favorevoli a una permanenza nell’Unione, e Bruxelles sarebbe disposta a fare concessioni per scongiurare l’opzione opposta.

L’appello di Barack Obama
E un illustre appello a favore del Regno Unito «europeo» è giunto anche dall’inquilino della Casa Bianca. Barack Obama si è espresso con forza contro il Brexit, che metterebbe a rischio la tenuta dell’unione transatlantica. Un intervento molto criticato dai parlamentari britannici euroscettici, che hanno rivendicato al solo Regno il diritto di decidere del proprio destino. Secondo Owen Paterson, già ministro dell’Ambiente, gli Stati Uniti «hanno lottato due secoli fa contro leggi imposte dall’esterno, perciò non sono oggi nella posizione migliore per tentare di fare le nostre leggi nel nostro Parlamento». Anche nell’Ukip le parole di Obama hanno suscitato non pochi mal di pancia. Il vicesegretario del partito Paul Nuttall ha descritto l’attuale inquilino della Casa Bianca come il «presidente più anti-britannico della storia degli Usa». Dal canto suo, Daniel Hannah, parlamentare europeo conservatore, ha twittato: «Posso ammettere che ci sia qualche argomento per parteggiare per la permanenza nell’Ue. Ma assecondare Barack Obama non è tra questi».

Nuova gatta da pelare per Bruxelles
Ad ogni modo, dopo la Grecia Bruxelles avrà un’altra bella gatta da pelare. Perché tra le condizioni poste dal Regno Unito per rimanere nell'Ue, vi sono la limitazione della libertà di movimento e dell’influenza di Bruxelles sulla legislazione degli Stati membri. Soprattutto, retrocedere sulla libertà di movimento significherebbe rinunciare a uno dei quattro principi fondanti l’Unione, insieme al libero movimento dei beni, dei servizi e dei capitali. Un principio stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, nella convinzione che  permettere alle persone di spostarsi liberamente non solo avrebbe favorito la crescita, ma avrebbe potuto prevenire altre guerre. Da allora, però, dobbiamo ammettere che l’Europa è cambiata molto. Al punto che molti britannici e non britannici sperano che l’esito del referendum sia il Brexit, e che questo possa innescare un effetto domino di «liberazione» generale. Con buona pace di Barack Obama.