Venerdì l'Armenia commemorerà i massacri

Si avvicina il centenario del discusso «genocidio»

Venerdì l'Armenia ricorderà gli eventi del 1915, in cui morirono centinaia di migliaia di armeni. Si avvicina così la data ufficiale di commemorazione del tanto discusso «genocidio», su cui si è montata una querelle internazionale a partire dalle parole del Papa. E a proposito del quale Ankara continua a rimanere salda sulla sua posizione.

ARMENIA (askanews) - Sembra solo una questione storica, che risale ormai a un secolo fa. Ma la vicenda dello sterminio degli armeni, con la «vexata quaestio» se sia giusto o meno definirlo «genocidio», ha ricadute importanti sulla politica internazionale odierna e sull'assetto di una delle regioni più instabili ma anche importanti dell'Eurasia: il Caucaso.

Venerdì le celebrazioni del centenario
La piccola Armenia, il Paese arrivato all'indipendenza proprio sulla scia dei massacri durante la Prima guerra mondiale, commemorerà il 23 e 24 aprile gli eventi del 1915, in cui morirono centinaia di migliaia (fino a un milione e mezzo, secondo Erevan) di armeni. Negli ultimi giorni, il paese - alleato della Russia - ha ottenuto importanti risultati diplomatici, con il sostegno della rilevante (sia in termini numerici, sia in termini di capacità di pressione) diaspora armena.

La querelle sul genocidio
Diverse voci si sono levate per ricordare lo sterminio di un secolo fa, la più prestigiosa delle quali è quella del papa Francesco, il quale ha parlato di quello armeno come del «primo genocidio del XX secolo». Ne è seguito una polemica furiosa da parte di Ankara, che ha risposto duramente al capo della cristianità. Tra gli altri, è intervenuto il presidente Recep Tayyip Erdogan.

Clima da campagna elettorale
La reazione del leader islamo-conservatore della Turchia va tuttavia inquadrata alla luce del fatto che il Paese si avvia a elezioni politiche complicate, nelle quali il partito Giustizia e Sviluppo (Akp) del presidente si trova a giocare una partita complessa per riuscire a ottenere una maggioranza qualificata necessaria a modificare la Costituzione e dare, così, poteri esecutivi allo stesso Erdogan. Per quanto il governo di Ankara si consideri erede della tradizione dell'Impero ottomano, nell'ambito del quale si svolsero i fatti del 1915, la pur prevedibile reazione turca sarebbe stata probabilmente meno forte in un altro momento.

Davutoglu condanna la storia usata come strumento politico
Una prova di questo fatto è un gesto fatto ieri dal primo ministro turco, che ieri ha diffuso una dichiarazione conciliante nei confronti degli armeni. «Ancora una volta rispettosamente ricordiamo e condividiamo il dolore dei nipoti e dei figli degli armeni ottomani che hanno perso le loro vite nelle deportazioni del 1915» ha detto Ahmet Davutoglu, ovviamente mantenendo ferma la posizione turca. La Turchia terrà anche una propria commemorazione per ricordare lo sterminio degli armeni, «come in tutto il resto del mondo», ha scritto ancora Davutoglu. Ad Istanbul, ha scritto il premier turco, ci sarà una cerimonia religiosa presso il patriarcato armeno. Sottolineando che una commemorazione congiunta tra Turchia e Armenia «sarebbe molto più significativa», ma questo sarà possibile «solo se la storia non sarà usata come strumento politico».

Turchia e Armenia verso il dialogo?
Il centro delle commemorazioni, comunque, sarà l'Armenia. Il governo di Serzh Sarkisian ha invitato per il 24 aprile (nello stesso giorno di un secolo fa iniziarono gli arresti di armeni a Costantinopoli) diverse personalità internazionali e leader di paesi che hanno riconosciuto il genocidio (tra i quali, la Francia) a prendervi parte. E, tuttavia, anche sul fronte armeno esistono alcune voci che suggeriscono una maggiore capacità di dialogo con la Turchia. «Se noi siamo genuinamente interessati non solo nel riconoscimento del genocidio armeno da parte del resto del mondo, ma anche della Turchia (...), dobbiamo fondamentalmente rivedere il nostro atteggiamento verso i turchi, per quanto possa essere un atteggiamento emozionalmente comprensibile» ha scritto Arman Grigoryan, un analista di politica internazionale, in un commento pubblicato giorni fa sul Washington Post. «Nello specifico - ha aggiunto - dobbiamo smetterla di trattare la critica o anche l'antagonismo nei confronti dello stato turco come intercambiabile con l'ostilità e l'odio verso i turchi stessi».

L'isolamento dell'Armenia
Lo stato armeno, in realtà, anche se ha ottenuto risultati diplomatici nel riconoscimento del genocidio, risulta relativamente isolato nella regione. Il processo d'avvicinamento all'Europa è in bilico e spesso in aperto contrasto con i progetti russi, mentre il tema della normalizzazione dei rapporti con la Turchia - che pure negli anni scorsi era stato più volte posto - è completamente arenato. L'altro vicino, l'Azerbaigian (un paese di cultura turca), è un nemico storico e le relazioni sono regolate da un fragile cessate-il-fuoco, regolarmente violato, lungo la linea di conflitto del Nagorno Karabakh, la regione che l'Armenia occupa. L'unico vero alleato che Erevan ha nella regione è la Russia, che tuttavia ha i suoi problemi da affrontare. In questo senso, Grigoryan individua un problema: la «volontà della diaspora armena a tenere la linea dura contro la Turchia, non importa quanto corrotta e antidemocratico tale regime sia». Il peggiore nemico dell'Armenia, insomma, è la campagna armena.