23 ottobre 2019
Aggiornato 13:00
L'analisi del Responsabile dell'Osservatorio sul Terrorismo dell'ISPI Arturo Varvelli

Libia, perché la guerra all'Isis è meglio non farla

L'Onu boccia l'intervento armato perché, dice, esistono ancora gli spazi e i tempi per tentare la strada della pace. Varvelli: «L'azione militare potrebbe essere controproducente senza prima un cessate il fuoco»

TRIPOLI - No all'opzione militare, sì alla mediazione diplomatica. Secondo le Nazioni Unite esistono ancora gli spazi e i tempi per tentare la strada della pace in Libia: l’obiettivo, dice l'Onu, deve essere quello di favorire la nascita di un governo di unità nazionale, in grado di stabilizzare il Paese e porsi in prima linea nella lotta al terrorismo. «In un Paese dove decine di milizie controllano porzioni più o meno ampie di territorio e dove esistono de facto due parlamenti e due governi, serve innanzitutto una visione politica a lungo termine che favorisca il dialogo tra le fazioni locali», sostiene Arturo Varvelli, Responsabile dell'Osservatorio sul Terrorismo dell'ISPI.

LA CRISI LIBICA? «CAUSE PROFONDE E LONTANE, NON C'ENTRA SOLO L'IS» - Lo Stato Islamico è solo l'ultimo dei gruppi terroristici presenti in Libia e nel Maghreb, spiega Varvelli. Il panorama jihadista in Libia è molto ampio. «Il periodo estremamente critico che la Libia sta attraversando ha cause profonde e origini lontane, che vanno da una debole identità nazionale alle eredità della guerra civile del 2011, che non si è esaurita con la caduta del regime di Gheddafi e la sua uccisione. Il Paese è rapidamente scivolato verso il fallimento. La sua economia sta attraversando un periodo difficile a causa del contemporaneo crollo dei prezzi petroliferi e delle continue interruzioni degli impianti di estrazione e produzione di energia. Le sue istituzioni finanziarie, come la Banca centrale, hanno cercato di rimanere autonome e indipendenti dal conflitto tra i due governi, quello di Tripoli e quello di Tobruk, che reclamano entrambi la propria legittimità di governo. Queste istituzioni sono costrette a rivedere la spesa pubblica e recentemente, per esempio, non hanno potuto comprare derrate alimentari come la farina».

LO STATO ISLAMICO STA PROVOCANDO LA GUERRA - L’Isis sta cercando di provocare un intervento di terra egiziano o internazionale sotto la guida dell’ONU per ragioni di interesse politico: l'azione militare «metterebbe sullo stesso piano islamisti e jihadisti, creando una momentanea unità all’interno di due galassie che condividono l’obiettivo di creare uno stato basato sulla sharia. Ma si dividono sul sistema di governo (democrazia islamica, califfato) e sulla strategia per raggiungere questo risultato (elezioni, jihad)».

L'AZIONE MILITARE SAREBBE CONTROPRODUCENTE - Una situazione esplosiva, che potrebbe diventare ancora più grave con un intervento militare. «Persino con il consenso della Nazioni Unite l'azione militare potrebbe essere controproducente senza prima un cessate il fuoco, tra almeno le due principali parti in causa, perché esporrebbe la missione a ritorsioni e porterebbe ad una convergenza dei gruppi islamisti, di varia natura, contro l’occupazione straniera. Rimane l’opzione di bombardamenti mirati sull’Isis, ma in questo caso non dovrebbero essere lasciati in mano al solo Egitto, che ha una percezione del nemico molto diversa da quella occidentale e italiana».