28 novembre 2020
Aggiornato 05:30
Lettera al Corriere della Sera

Giulio Tremonti cita Togliatti: «Il prestito darà lavoro agli operai. Gli operai ricostruiranno l'Italia»

L'ex Ministro delle Finanze e dell'Economia: «E' essenziale che tutti insieme si abbia una proiezione patriottica, comunitaria e sociale, il sentimento di essere parte di una stessa patria»

Giulio Tremonti, ex Ministro delle Finanze e dell'Economia
Giulio Tremonti, ex Ministro delle Finanze e dell'Economia ANSA

ROMA - Un «piano di difesa e ricostruzione nazionale», che «nel suo senso civile e politico non sarebbe poi troppo diverso da quello lanciato nel 1948 con grande successo, sottoscritto dal Guardasigilli Togliatti che lo accompagnò con questa frase: 'Il prestito darà lavoro agli operai. Gli operai ricostruiranno l'Italia'». Lo propone Giulio Tremonti, sulle pagine del Corriere della Sera, in una lettera inviata al Direttore Luciano Fontana, «nella speranza che sia possibile evitare all'Italia una gravissima crisi, prima finanziaria, poi economica, infine sociale e politica».

«A tratti nella nostra storia, da Quintino Sella a Francesco Saverio Nitti, ci si presenta il dramma del debito pubblico. Oggi di nuovo, e ancora con drammatica insistenza, la storia sta bussando alla nostra porta - prosegue l'economista ed accademico, già ministro delle Finanze e dell'Economia -. Per «L'Italia, un Paese che ha già un enorme e crescente debito pubblico, che ha un prodotto interno lordo non solo stagnante ma da qui in avanti drammaticamente calante» c'è però un problema di limiti: «non si tratta di limiti imposti dalle regole contabili europee, queste ormai sospese, ma di limiti imposti dal mercato finanziario internazionale, su cui sarà necessario percorrere un sentiero sempre più stretto, più buio, più pericoloso, disseminato da aste-trappola, dallo spettro del default, da Troike e altri orrori».

All'opposto, «considerando che abbiamo uno dei più grandi giacimenti di risparmio del mondo per una grande parte direttamente o indirettamente investito in titoli nel nostro debito pubblico, si può e con ragione pensare che sia possibile salvarci da soli», sottolinea Tremonti. Come? Escludendo intanto, «in radice» l'introduzione di una imposta patrimoniale che, «per effetto del suo prelievo, dirottando verso lo Stato capitali attualmente depositati o investiti in banche e assicurazioni, le farebbe fallire». Inoltre «oggi non si può immaginare una via di fuga, con il passaggio dall'Euro alla Lira (o ad altra moneta)».

«E' necessario - sottolinea allora Tremonti - che qualcuno vada in Parlamento o sui media, e qui presenti e con un certo grado di necessaria fiduciaria autorevolezza», un piano strutturato «basato sull'emissione di titoli pubblici a lunghissima scadenza, con rendimenti moderati, ma sicuri e fissi, garantito dal sottostante patrimonio della Repubblica (per cui si può e si deve introdurre un regime speciale, anche urbanistico), titoli assistiti, come in un tempo che è stato felice, da questa formula: 'esenti da ogni imposta presente e futura'».

In questo senso «può e deve essere applicata in Italia la tecnica, ortodossa per definizione, che è applicata in Germania per l'emissione dei titoli pubblici in questo modo superando il cosiddetto 'divorzio Tesoro-Banca d'Italia', introdotto nel 1981 e ormai superato dalla storia». Così «canalizzato sull'interno e messo in sicurezza il nostro risparmio, bloccata o ridotta la fuga dei capitali verso l'estero, favorito all'opposto il loro rimpatrio, non è certo da escludere - anzi è da introdurre - un regime di speciale favore per i titoli italiani sottoscritti dall'estero». Il piano poi è «non solo per evitare il peggio, ma anche per andare verso il meglio, per entrare nell'epoca nuova, incerta, ma non necessariamente negativa che ci si apre».

«Tutto quanto sopra - conclude Tremonti - è certo discutibile e perfezionabile, è solo un tentativo. È in ogni caso e comunque essenziale che tutti insieme e ora più che mai si abbia una proiezione patriottica, comunitaria e sociale, il sentimento di essere parte di una stessa patria perché, ancora una volta nella nostra storia è arrivato il momento dell'unum necessarium».