10 luglio 2020
Aggiornato 05:00
Telecomunicazioni

5G, l'Europa in ordine sparso: Cina o non Cina?

Proprio ieri il Copasir ha lanciato l'allarme, sostenendo che affidare ai cinesi (Huawei e Zte) il 5G porrebbe una grande questione di sicurezza nazionale

Rete 5G
Rete 5G Shutterstock

ROMA (ASKANEWS) - L'Europa si presenta in ordine sparso all'appuntamento del 5G. A dividere è il quesito: Cina sì o Cina no? Huawei sì o Huawei no? E, alle spalle di questi movimenti, l'ombra della dura opposizione statunitense, secondo la quale la gestione cinese del protocollo di trasmissione più avanzato, destinato a rivoluzionare il sistema delle telecomunicazioni e della navigazione mobile, sarebbe un pericolo per la sicurezza. Le risposte sono le più diverse. La Germania, per esempio, sta mantenendo una posizione aperta alla penetrazione di Huawei. Proprio oggi l'agenzia di stampa Reuters, in esclusiva, ha rivelato che il principale operatore tedesco - Deutsche Telekom - è in trattativa con il gigante cinese per la fornitura degli equipaggiamenti necessari al 5G.

Europa in ordine sparso

Il negoziato, al momento, sarebbe fermo, anche perché il governo tedesco - che possiede oltre un terzo delle azioni di DT - non ha ancora assunto una posizione ufficiale sulla questione Huawei. La Francia, dal canto suo, ha lanciato la gara per il 5G e, da questa, si è rifiutata di escludere Huawei, annunciando di voler procedere «caso per caso», senza seguire la posizione chiesta dall'alleato statunitense. E ancora più in là è andata l'Ungheria di Viktor Orban, che ha chiarito già, per bocca del ministro degli Esteri Peter Szijjarto, che collaborerà con la Cina, cioè con Huawei, per il 5G.

Il «caso» britannico

Interessante sarà ora capire cosa farà la Gran Bretagna, che ha ormai più che un piede fuori dall'Unione europea. Una decisione rispetto all'appello americano era attesa per novembre, ma poi le elezioni politiche a Londra hanno costretto a far slittare tutto. O, meglio, hanno dato a Boris Johnson un po' di respiro. Questo perché, in realtà, il governo britannico è un po' in una situazione sgradevole. Può tenere aperta la porta a Pechino, come pare fosse orientamento dell'esecutivo. Ma, se lo facesse, rischierebbe di danneggiare, proprio mentre si avventura nella Brexit, i rapporti con gli Usa. I quali hanno già fatto capire che, se Huawei entrasse nel 5G britannico, Londra dovrebbe dire addio alla partecipazione alla rete di intelligence con Washington, Australia, Nuova Zelanda e Canada. E non va neanche sottovalutato il fatto che la Gran Bretagna ha una necessità strategica di chiudere un accordo di libero scambio con gli Usa, nel momento in cui lascia il mercato unico europeo.

E l'Italia?

Proprio ieri il Copasir - Comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica - ha lanciato l'allarme, sostenendo che affidare ai cinesi (Huawei e Zte) il 5G porrebbe una grande questione di sicurezza nazionale. Questo a fronte di un governo (anzi di governi) che hanno guardato favorevolmente a questa ipotesi. Questo allarme è destinato a pesare in un dibattito, assieme al fatto che gli Stati uniti considerano la «golden power», cioè lo strumento giuridico pensato da Roma per difendere la sua infrastruttura di comunicazione dalle interferenze straniere, debole. Così, anche l'Italia dovrà scegliere e la scelta potrebbe non essere indolore.