17 dicembre 2018
Aggiornato 10:00

L'Europa boccerà la manovra: ma come andrà a finire?

Scontata la bocciatura della Ue, l'incognita è sulla procedura. Possibile anche un rapporto sul debito. Sabato l'atteso incontro tra Conte e Juncker

Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e quello del Consiglio italiano, Giuseppe Conte
Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e quello del Consiglio italiano, Giuseppe Conte (Ufficio stampa palazzo Chigi | ANSA)

ROMA – Ormai mancano poche ore a quando, domani a Bruxelles, la Commissione europea calerà il suo parere definitivo sulla manovra del governo M5S-Lega. E dopo queste lunghe settimane di dialogo costruttivo, tra posizioni che però non si sono mosse, assieme a moniti, allarmi, inframezzati anche da frecciate e scambi polemici, nessuno si attende un responso lusinghiero. Una bocciatura appare scontata, data la distanza tra le cifre indicate nella manovra e quelle che, in base alle regole europee e agli impegni presi dai precedenti governi, secondo l'esecutivo Ue andrebbero rispettate. Gli interrogativi riguardano semmai la possibilità che sull'Italia si inneschi, in più, una sorta di procedura accelerata per deficit eccessivo, in base alla regola del debito. Fino a poche settimane fa, infatti, l'ipotesi era che questa seconda e conseguente tappa avrebbe richiesto tempi lungi, quantomeno mesi, magari fino alle prossime elezioni europee, se non oltre. Più di recente però il fatto che Bruxelles abbia indicato che sta già lavorando a un rapporto sul rispetto della regola del debito, in base alla risposta fornita da Roma alla richiesta di chiarimenti su quali siano i fattori rilevanti di cui tenere conto per giustificare l'apparente mancata riduzione del debito stesso, ha fatto pensare alla possibilità che già domani, o immediatamente dopo, la Commissione possa valutare anche se chiedere di aprire una procedura per deficit eccessivo. A Bruxelles si apprende che domani la pubblicazione del rapporto sul debito è probabile, anche se ancora non certa. L'ultima parola sembra quindi attesa dal livello politico dell'Esecutivo comunitario: il collegio dei commissari che si riunirà domattina, sotto la presidenza di Jean-Claude Juncker. Da notare che questi ha avuto ieri sera una breve telefonata con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in cui si è convenuto di incontrarsi ad un faccia a faccia sabato sera, alle 19:30, alla vigilia del vertice Ue sulla Brexit. Ad ogni modo il primo problema che si presenterà sul tavolo è il parere sul progetto di bilancio. Se il governo afferma di voler spingere il deficit al (e non oltre) il 2,4% del Pil, secondo le previsioni di Bruxelles, che poi sono quelle su cui l'esecutivo comunitario basa i suoi giudizi, il disavanzo 2019 arriverà al 2,9 (e al 3,1% nel 2020).

Il parere dell'Eurogruppo
Ma in realtà quello che più conta è il deficit strutturale. Il 2018 dovrebbe chiudersi con un miglioramento di 0,2 punti, all'1,8% del Pil. La vera deviazione si verifica qui: l'Ue, in base alle regole, vorrebbe una ulteriore riduzione di 0,6 punti nel 2019. L'Italia invece afferma che il disavanzo strutturale peggiorerà di 0,8 punti. Già così la distanza sarebbe di un intero punto di Pil (circa 17 miliardi di euro). Ma appunto l'Ue usa come riferimento le sue di previsioni, che per il deficit strutturale pronosticano un 3% del Pil nel 2019 (invece del 2,6% del governo) e un 3,5% nel 2020. Sul prossimo anno la distanza Roma-Bruxelles è quindi di ben 1,8 punti, oltre 35 miliardi di euro. Ed è a questo delta che si riferiva il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, quando in occasione della visita a Roma del presidente dell'Eurogruppo Mario Centeno, mise in rilevo come per rispettare questi parametri sarebbe servita una correzione «violentissima», che in una fase di indebolimento dell'economia sarebbe stata come «un suicidio». Oggi, in una audizione al Parlamento europeo, lo stesso Centeno non è sembrato fornire appigli. La versione rivista del manovra «non ha migliorato la situazione sui costi di rifinanziamento del debito – ha detto – lo vediamo ogni giorno sui mercati: significa che non ha disperso i dubbi». Il portoghese ha anche ribadito che l'Eurogruppo «appoggia il parere della Commissione europea» (in riferimento alla prima valutazione): «Voglio solo ricordare il livello del debito pubblico in Italia: è motivo di preoccupazione e dobbiamo sempre tenerlo presente». E poi è sembrato dare una spiegazione sul perché Roma non trovi apparentemente alleati tra gli altri Paesi su questa partita: «La crisi – ha affermato Centeno – ci ha insegnato che in una Unione economica e monetaria la responsabilità a mantenere politiche di bilancio solide e responsabili non si ferma alle frontiere. Abbiamo imparato bene questa lezione e molti Paesi hanno percorso una lunga strada per effettuare le riforme necessarie dopo la crisi». Roma però rifiuta questa immagine, visto che l'espansione prevista è tutto sommato contenuta e che il deficit verrà bloccato al 2,4% (e ormai su questo punto non ci sono ambiguità di sorta dal governo). E in base ai trascorso di disciplina fiscale «dire che l'Italia è il paese della finanza allegra è un falso storico», ha affermato ieri Tria.

Il rischio sanzioni
Il problema è che con il divario che c'è sui saldi strutturali, anche accordando all'Italia eventuali flessibilità su alcuni aspetti, come potrebbero essere le spese straordinarie sulle infrastrutture dopo la tragedia di Genova, che peraltro non impattano sul disavanzo strutturale, difficilmente, come negli anni passati, l'Ue giungerà alla conclusione che Roma risulta «largamente adempiente» sulle regole. E qui si arriva al secondo e, forse, più problematico aspetto, quello sanzionatorio. Occorre fare una premessa. La versione rivista del Patto Ue sui conti non guarda unicamente al disavanzo o deficit, a quel fatidico rapporto del 3% sul Pil e alla sua progressiva riduzione. Ma considera anche il livello complessivo di indebitamento, in particolare mette nel mirino la parte di debito eccedente il 60% del Pil. In linea teorica gli Stati sarebbero tenuti a ridurre di un ventesimo l'anno (circa del 5%) la parte eccedente di questo debito. E per l'Italia si tratterebbe di uno sforzo gigantesco, dato che nel suo caso si tratterebbe di ridurre del 5% l'anno una montagna equivalente a 70 punti di Pil. Finora è stata graziata da una incombenza simile perché, sempre in base alle regole riviste del Patto, risultava «largamente adempiente» con i requisiti di deficit. Ma come spiegato in varie occasioni dal commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, e soprattutto dal vicepresidente Valdis Dombrovskis, venendo meno questa «adempienza» riscatterebbe la regola del debito. E proprio in base a questo potrebbe essere avviata una procedura per deficit eccessivo (sulla base della regola del debito). Fino a domani però questa resta una ipotesi. E le tempistiche di una eventuale procedura sono ancora più incerte.