26 agosto 2019
Aggiornato 08:30
Legge di bilancio

Rinaldi: «Caro Tria, serve più coraggio: portiamo il deficit al 2,3%»

I commenti sulla finanziaria al DiariodelWeb.it dell'economista, candidato alla presidenza della Consob: «Il mio curriculum lo conoscono, mi ritengono adatto»

Professor Antonio Maria Rinaldi, è allo studio la prima manovra finanziaria del governo Conte, tra l'opposizione dell'Europa e le frenate del ministro Tria. A livello economico, prima ancora che politico, ce la faranno Lega e M5s a portare avanti la loro linea?
Non è che ce la faranno, ce la devono fare: si sono impegnati con un contratto di governo, in cui sono state sintetizzate le promesse elettorali. Chiaramente il contratto si articola sui cinque anni della legislatura, e inizieranno facendo il possibile, quello che avranno lo spazio per fare. Non vedo perché non debbano.

Certo che se Tria punterà effettivamente ad un deficit dell'1,6%, diventerà un po' difficile...
Sì, ma ricordiamoci che viviamo in una democrazia parlamentare. Il governo deve portare il suo documento all'aula, che farà le sue osservazioni. E qualora ci sarà la maggioranza, si farà, indipendentemente dalle osservazioni dei singoli ministri. Ma bisogna fare una considerazione: questo esecutivo si porta un fardello da 12,4%.

Le clausole di salvaguardia sull'Iva.
Che sono pari allo 0,7%. Quindi imporre un deficit di 1,5-1,6% significa avere a disposizione solo 0,8-0,9%, ovvero 14-15 miliardi. Non credo che siano assolutamente sufficienti per attivare le prime promesse, anche se in maniera edulcorata. Serve più coraggio e, per poter fare una manovra che impegni 27-30 miliardi è necessario almeno avere un deficit intorno a 2,2-2,3%. Allora i conti tornerebbero, altrimenti no. Tria fa anche molto bene a interpretare la parte di quello che frena, per evitare fughe in avanti, ma il governo è collegiale e, ripeto, deve passare dal vaglio del parlamento.

E dell'Europa, soprattutto.
Sì, ma anche qui c'è un discorso da fare. All'Europa interessa un'Italia in ginocchio o che si rialza? Mi sembra che finora, perseguendo le politiche dell'Europa, siamo stati il fanalino di coda. Credo che cambiare le ricette imposte all'Italia, che finora hanno provocato solo disastri, sia nello stesso interesse dell'Europa. E se si le si vuole cambiare con un piano credibile e serio, i primi ad essere contenti dovrebbero essere i nostri partner europei. Se iniziamo a stare dietro ai numeretti, la cui validità mi sfugge, sbagliamo. E all'Unione europea dico anche di fare attenzione: se continuano ciecamente in questa direzione, poi a maggio prossimo non si lamentino se l'onda populista travolge tutti. Sono io il primo a volerlo evitare, a volerla portare a più miti consigli. D'altronde, proprio in questi giorni, abbiamo visto che la Francia è di nuovo al 3%, e sono anni e anni che sfora. Si risponde che l'Italia ha un debito superiore: ma, nel frattempo, la Francia ha aumentato di 35 punti percentuali il rapporto deficit/Pil. Eppure si avvalgono di una crescita superiore. Proviamo anche noi: se riusciamo a crescere, come è nelle aspettative del governo, i famosi numeretti tanto cari a Bruxelles dovrebbero in parte rientrare. Se aumenta il Pil, aumenta l'occupazione, aumenta il gettito fiscale... insomma, si rimette in moto tutto.

L'ipotesi di una pace fiscale, invece, la convince?
Moltissimo, per quanto tentino di definirlo come un condono. A molti sfugge che in Italia ci sono milioni di situazioni che non riguardano l'evasione, ma la regolarizzazione. Significa che non si va a sanare le persone o le società che hanno omesso, cioè hanno evaso, ma quelli che hanno dichiarato.

E non ce la facevano a pagare.
Esatto. Questo serve soprattutto a ridare una sorta di verginità creditizia. Questo non viene mai sottolineato, ma noi abbiamo bisogno di ridare, non solo alle famiglie ma alle piccole imprese, la possibilità di avere accesso ai finanziamenti delle banche, che ora viene negato. Questa è la prima cosa a cui penserei, altrimenti sono tagliati fuori e muoiono.

Lei ha detto di essere stato «sondato» per la presidenza della Consob. Questa candidatura è ancora in ballo?
La mia dichiarazione ufficiale in televisione è stata: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere».

Mi riferisco alla sua risposta all'Ansa.
Eh, ma i giornali scrivono, distorcono... Io sono un uomo delle istituzioni, rispetto qualsiasi decisione e non voglio alimentare polemiche. Non faccio nessun commento, anche per una questione di rispetto.

Ma ci sono stati contatti o telefonate, almeno questo me lo può dire?
Diciamo che il mio curriculum, nei vari tavoli, lo conoscono da anni. Il mio nome è circolato anche precedentemente, per altre potenziali cariche. In questa situazione la mia esperienza mi dice che meno ne parli e meglio è. In televisione me l'hanno chiesto e ho risposto con un «no comment», ma così facendo poi ho suscitato curiosità tra i giornalisti. Che magari tirano fuori delle parole che non vuoi neanche dire. Quindi mi sembra corretto evitare forzature.

Lo sa come siamo noi giornalisti... Di lei si parla molto, proprio perché in questo periodo è spesso in televisione.
Lo so, lo so. Evidentemente questa volta devono aver ritenuto che la mia professionalità sia abbastanza compatibile, almeno credo. Penso che il motivo sia questo, poi non so se ci siano altre valenze. Non sta a me decidere: come si dice, mi ritengo un servitore dello Stato, ho lavorato anche in passato sulle partecipazioni statali. Come un soldato, sto sull'attenti. E qualsiasi decisione va benissimo, siamo stati abituati così...