23 ottobre 2018
Aggiornato 11:30

La guerra del gas e i nostri interessi strategici

Gli Usa aggrediscono la rotta che porta il gas dalla Russia e dall'Iran per ragioni politiche. I francesi hanno destabilizzato la Libia per prendere le risorse. L'Italia paga il conto
Il presidente russo Vladimir Putin con quello americano Donald Trump
Il presidente russo Vladimir Putin con quello americano Donald Trump (EPA/MICHAEL KLIMENTYEV / SPUTNIK / KREMLIN POOL)

ROMA - Il gas a buon mercato ha origine in Russia, in Iran e nel nord Africa. Questo è lo stato delle cose ed è incontrovertibile. Per evidenti ragioni economiche e strategiche, perché l'approvvigionamento da fonti alternative non solo è anti economico e insostenibile a livello ambientale. Perché le quantità stoccate nel sottosuolo sono praticamente infinite e i costi di produzione molto bassi. Ma l'Italia nello scacchiere globale rischia di essere una Cenerentola, che deve pagare la guerra politica che contrappone Usa, Russia, Germania, Israele, Iran, Arabia e Francia. Abbiamo incassato una sconfitta nel 2011, ora rischiamo di essere stritolati dalla russofobia imperante: laddove dovremmo invece trovare non solo il nostro interesse, ma l'equilibrio per la pace mondiale. Il vertice Nato recentemente concluso ha manifestato la profonda irritazione del presidente Trump per le importazioni di gas dalla Russia verso la Germania. Gli Stati Uniti, come noto, vogliono far collassare l'economia russa stroncando le esportazioni di gas e petrolio: ma così facendo minano l'economia italiana. Gli errori del passato, la protervia che abbiamo subito, peggiorano la situazione.

Libia, anno 2011
Una guerra improvvisa, un dittatore tra i mille del mondo, nemmeno tra i più pericolosi e squilibrati, che viene rovesciato in nome di una rivoluzione democratica. Gheddafi viene ucciso e linciato dalla folla, in un tripudio di sangue, di violenza, di barbarie. Gheddafi, al di là delle follie del personaggio, è il penultimo rappresentante di quel mondo novecentesco che veniva definito «non allineato»: né con gli Usa, né con l'Urss. L'ultimo è Bashar al Assad, il terzultimo era Saddam Hussein. Uno dei molti governanti afferenti al baathismo, Gheddafi, una sorta di socialismo mediorientale, laico, acerrimo nemico dell'Islam di guerra che sta dilagando. Il colonnello libico è un importante investitore nell'economia italiana, anche se è una mina vagante. Chiede commesse, affari, in cambio offre gas e petrolio. L'equilibrio crolla nell'autunno di sette anni fa, quando Francia e Gran Bretagna, per accontentare l'asse Usa-Israele-Arabia Saudita, lo buttano giù a suon di raid aerei. Cade Gheddafi, cade la nostra influenza economica nella regione: la Total, francese, allunga le sue mire sui mega pozzi che erano gestiti dall'Eni. Nel dopoguerra, che porta allo scontro civile ovviamente, sale la figura del generale Haftar che spadroneggia spalleggiato da Hollande prima e Macron poi, nella ricca zona sud del paese. Per l'Italia è un duro colpo, che si aggrava con l'esplodere della crisi migratoria.

Secondo problema, in Iran
Il mega giacimento di South Pars, in Iran, a regime potrebbe fornire all’Europa gran parte del suo consumo annuale (vanta 500 miliardi di metri cubi). Ma l'Iran è finito sotto scacco delle sanzioni a causa del suo programma nucleare, almeno questa l'accusa che proviene dagli Usa. Il gas iraniano, che potrebbe abbassare il costo della nostra bolletta energetica, finirà in Cina. Il paese degli ayatollah tenta di uscire dalla perdurante crisi economica favorendo gli scambi commerciali, ma gli Usa boicottano la ripresa. Indebolendo così i riformisti e rafforzando gli integralisti, nella speranza, vana, di una rivoluzione di tipo libico. Poi sfociata in una terrificante guerra civile.

Russia, il nemico
Ora, par di capire, il presidente Usa muove all'attacco del gas russo che arriva in Europa. Lo fa sabotando il North Stream 2, accusando la Merkel di essere al soldo di Putin. C'è da dire che la figura apicale che ricopre Gerhard Schroeder, ex cancelliere tedesco, in Gazprom non aiuta. Il gas che arriva dalla Russia ha ovviamente un costo molto minore rispetto a quello statunitense che arriverà in Polonia dal 2022. Bloccare il North Stream 2 lascerebbe il nostro Paese nel gelo della crisi energetica. L’Italia, che ha già dovuto rinunciare al South Stream con Mosca, perdendo circa quattro miliardi di commesse per Saipem. Con Egitto, giacimento Eni-Zhor, Libia e Algeria potremmo avere uno scambio diretto, ma sono strade non percorribili a causa della nostra debolezza sullo scacchiere internazionale. Lo scenario appare quindi molto confuso e incerto, con diversi importanti nodi che stanno venendo al pettine. Uno su tutti: la scarsa difesa degli investimenti italiani all'estero, soprattutto nel settore energetico.