18 novembre 2019
Aggiornato 17:30
Pensioni

Pensioni, salvo il decreto Poletti: così si risparmiano 30 mld. Ma gli aumenti non sono per tutti

La Corte costituzionale ha respinto le censure di incostituzionalità sollevate dal decreto Poletti in materia di perequazione delle pensioni. Ecco come funzionerà nel 2018

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti
Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ANSA

ROMA - Ok al decreto Poletti: il bonus sulle perequazione si può fare. La Corte costituzionale ha respinto le censure di incostituzionalità sollevate dal decreto Poletti in materia di perequazione delle pensioni. Lo rende noto Palazzo della Consulta. Al vaglio della Consulta cerano questioni di legittimità sollevate da numerosi tribunali e sezioni giurisdizionali della Corte dei Conti sul decreto Poletti, che il governo, allora guidato da Matteo Renzi, varò dopo la sentenza con cui i 'giudici delle leggi' bocciarono, nell'aprile 2015, la norma Fornero che aveva bloccato per gli anni 2012 -2013 la perequazione automatica delle pensioni con importo mensile di tre volte superiore al minimo Inps (circa 1.450 euro lordi). Il 'bonus' Poletti, dunque, stabilì una restituzione della rivalutazione, ma non totale per tutti. Il 100% è stato previsto solo per le pensioni fino a 3 volte il minimo Inps. Per quelle da 3 a 4 volte fu stabilito il 40%, che scende al 20 per gli assegni superiori di 4-5 volte il minimo, e al 10% per quelli tra 5-6 volte. Chi percepisce una pensione superiore a 6 volte il minimo Inps è stato escluso dalla restituzione.

Cosa non andava secondo i giudici
Secondo le ordinanze con cui i giudici rimettenti hanno sollevato le questioni di legittimità, il decreto era in contrasto con i principi costituzionali di proporzionalità e adeguatezza del trattamento previdenziale, inteso come retribuzione differita, espressi dagli articoli 36 e 38 della Costituzione. In alcune ordinanze si lamentava anche la violazione del giudicato costituzionale, in relazione alla sentenza sulla norma Fornero, e la violazione del principio di ragionevolezza. In alcuni dei giudizi, poi, era stata sollevata, congiuntamente o in via subordinata, anche una questione di costituzionalità sulla disposizione, contenuta nella legge di stabilità 2014, con cui, oltre a escludere anche per l'anno 2014 la perequazione per le pensioni di importo superiore a 6 volte il valore minimo, si disciplina il meccanismo di blocco della rivalutazione fino al 2016 (poi prorogato fino al 2018 dalla legge di stabilità 2016 ). Nelle ordinanze di rimessione si sottolineava che questa disciplina, non coordinata con quella dettata nel 2011 e modificata nel 2015, fosse anch'essa in contrasto con i principi espressi dagli articoli 36 e 38 della Costituzione.

Corte Costituzionale: "Bilanciati diritti ed esigenze finanza"
La Corte Costituzionale ha ritenuto altresì che la "nuova e temporanea disciplina" prevista dal decreto Poletti "diversamente dalle disposizioni del 'Salva Italia' annullate nel 2015", realizza "un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica".  Una bocciatura del decreto Poletti sarebbe potuta costare allo Stato circa 30 miliardi di euro. Questa, infatti, era la cifra stimata - al netto delle restituzioni già pagate dall'entrata in vigore del decreto del 2015 - dal legale dell'Inps, Luigi Caliulo, a margine dell'udienza di ieri alla Corte Costituzionale. Tale cifra, contenuta nelle memorie che gli avvocati dell'Inps avevano trasmesso alla Consulta, è stata ricavata dalla relazione di accompagnamento al disegno di legge di conversione del decreto Poletti. "La Corte conferma la bontà della nostra scelta" ha detto il ministro del Lavoro, che ha espresso "soddisfazione". "Quando l'abbiamo fatto eravamo convinti di fare una cosa rispettosa della sentenza che la Corte aveva emesso, dovendo peraltro tenere conto di un altro principio costituzionale che è la tenuta del pareggio di bilancio. Bisognava trovare un equilibrio e se oggi la Corte conferma che la scelta era corretta, non possiamo che esprimere soddisfazione".

Cida: basta ai pensionati-bancomat
Per nulla contenti i rappresentanti della Cida, la Confederazione dei dirigenti e alte professionalità pubbliche e private: «E’ una sentenza che ci lascia l’amaro in bocca e le cui motivazioni andranno lette con attenzione per capire se ci sono gli auspicati richiami all’esecutivo affinché si ponga finalmente fine alla sconcia pratica di usare i pensionati come dei ‘bancomat’ cui ricorrere quando si aprono falle nei conti pubblici" ha commentato il presidente Giorgio Ambrogioni. "E’ una pagina buia -spiega- per i diritti dei pensionati e per l’intera politica previdenziale del Paese, perché rischia di creare un precedente pericoloso per chi è in pensione: ogni qual volta emergeranno esigenze di cassa, al governo di turno verrà la tentazione di ricorrere al prelievo sui redditi dei pensionati. Una manovra che troppo volte abbiamo visto effettuare e nei confronti della quale ci auguravamo che la Consulta, dopo la precedente sentenza sulla legge Monti-Fornero, ponesse finalmente fine». "Non vorremmo che -avverte- dopo una forte pressione mediatica sulle ipotizzate conseguenze che l’accoglimento dei ricorsi avrebbero prodotto, si sia preferito scegliere la via che la ‘ragion di Stato’ giudicava più opportuna». "Comunque -sottolinea Ambrogioni- noi continueremo in tutte le sedi a difendere i diritti dei pensionati e ad opporci ad ogni tentativo di cambiare le carte in tavola, cioè la legislazione in vigore, ai loro danni. Confidiamo che la politica, i partiti, il governo si facciano carico di questo problema e adottino misure di tutela dei diritti dei pensionati e non di ulteriori norme vessatorie». "Su questo tema -avverte- apriremo un confronto molto serio e fermo con i Partiti nell’ambito della prossima campagna elettorale, chiedendo risposte ed impegni precisi». «I problemi del lavoro -ricorda- dei giovani, si affrontano e si risolvono con interventi mirati alla crescita economica, allo sviluppo produttivo, al recupero della produttività. Mai con provvedimenti che mettono in conflitto le generazioni».

Come (non) cambieranno le pensioni degli italiani
Intanto, l'assegno per i pensionati cambierà a partire da gennaio 2018. E questa volta è una buona notizia. Perché grazie a questa perequazione automatica di fatto gli importi degli assegni previdenziali aumenteranno dell'1,2%. Ma purtroppo l'aumento non sarà destinato a tutti i pensionati. Quella che era la cosiddetta vecchia «scala mobile» non riguarderà chi percepisce assegni superiori alle 3.012 euro lordi, ovvero 2.100 nette. L'Inps, però, nell'attesa di conoscere l'indice definitivo dell'inflazione per l'anno 2017, si sta già preparando per predisporre i pagamenti dovuti per i primi mesi del 2018. E sono già state diffuse le prime stime. Tuttavia, secondo i dati in nostro possesso sul fronte delle pensioni minime l'assegno passerà da 501,89 euro a 507,92 euro. Ma è necessario fare una precisazione sugli importi del 2018 che non è scontata: nel 2014 è stato applicato un tasso di rivalutazione dello 0,3 per cento, ma il dato definitivo su base annua è stato dello 0,2 per cento. Il governo così aveva deciso già nel 2016 di recuperare le somme elargite con trattenute da 4 rate. Il piccolo «prelievo» era previsto nel 2016-2017, ma con il decreto milleproroghe il tutto è stato rinviato al 2018. Per questa ragione è possibile che l'aumento negli assegni previdenziali dell'1,2% che verrà elargito nel corso del prossimo anno possa poi svanire in poco tempo sotto i colpi delle trattenute fiscali. Nel frattempo, comunque, a partire dal 2019 potrebbe cambiare il sistema per la rivalutazione delle pensioni, come ribadito di recente dal ministro del Lavoro e del Welfare, Giuliano Poletti: «È sostanzialmente confermato l’impegno per dare il via al cambiamento del meccanismo della rivalutazione delle pensioni. Sarà fatto anche un lavoro di analisi e verifi ca sulla composizione del paniere che è alla base della rivalutazione».