20 gennaio 2021
Aggiornato 22:31
Tasse e (in)giustizia

La battaglia contro il Fisco è una perdita di tempo, anche se 1 euro su 5 non è dovuto

Per i contribuenti italiani la battaglia contro il Fisco è già persa in partenza perché il verdetto della Cassazione è sfavorevole due volte su tre. Ma non finisce qui

ROMA – Per il contribuente la battaglia contro il Fisco è persa in partenza. Lo dicono chiaramente i dati pubblicati da Italia Oggi. Le Entrate la spuntano sui cittadini italiani ben due volte su tre. In particolare, il Fisco nel 2016 ha avuto un indice di vittoria complessivo del 67% nei confronti di cittadini e imprese, l'Agenzia delle dogane e dei monopoli del 50%, Equitalia del 55% e gli enti territoriali del 71%. In poche parole, quando si decide di fare causa al Fisco è meglio sapere in partenza che il verdetto della Cassazione due volte su tre sarà sfavorevole al contribuente. Ma la percentuale è completamente diversa se è l'agenzia delle Entrate a puntare il dito contro un cittadino: in questo caso il verdetto è favorevole nel 46% dei ricorsi. A rimetterci, in pratica, sono sempre i cittadini. Ma non finisce qui.

1 euro su 5 non è dovuto al Fisco
Dai rapporti commissionati dall’Italia all’Ocse e al Fmi sul sistema fiscale italiano emergono molti dati interessanti. E lo scenario che ci si para dinnanzi è a dir poco impietoso. Innanzitutto, l’Ocse ha riscontrato che «la quantità di debito fiscale in Italia è eccezionalmente alta» e raggiungeva nel 2015 i 756 miliardi di euro. Una cifra che di per sé mette i brividi, se non fosse che c’è ben altro per cui rabbrividire. Secondo l'istituto parigino, il 22% dell’ammontare complessivo è preteso dall’Erario in maniera «indebita».

Equitalia non ha avvertito i creditori
Si tratta, infatti, di 180 miliardi di euro non dovuti. Soldi che il Fisco non ha diritto di riscuotere perché «una sentenza ha già deciso a favore del contribuente oppure il debito è stato in realtà già pagato». In pratica, 1 euro su 5 di tasse è un errore che pesa sulle tasche dei cittadini italiani. Ma a cosa è dovuto questo scandalo? Nel rapporto dell’Ocse si legge testualmente: «una volta che il credito è considerato inesigibile, Equitalia è obbligata a informare l’ente creditore; tuttavia, tale rendicontazione non è stata condotta in Italia negli ultimi 15 anni». L’istituto parigino sottolinea che «la richiesta di pagamenti indebiti inficia drammaticamente la fiducia dei cittadini nella correttezza e affidabilità dell’intero sistema fiscale».

La richiesta di pagamenti indebiti mina la fiducia
E non a torto, visto che le criticità del Fisco nostrano non sono poche. Come riporta Gian Maria De Francesco su Il Giornale, le procedure di accertamento e di riscossione presentano gravi «lacune». In particolare quelle che riguardano «l'uso improprio dei poteri sanzionatori». L’Ocse ha evidenziato che «le sanzioni da accertamento in Italia sono relativamente elevate e sono applicate in modo coercitivo»: sembra essere «una pratica standard applicare una sanzione di circa il 90% in prima istanza con la sanzione ridotta automaticamente al 30% se il contribuente accetta la contestazione». Mentre se il contribuente si oppone alla contestazione, la sanzione viene mantenuta integralmente. Evidentemente la prassi è sfavorevole ai contribuenti.