14 novembre 2019
Aggiornato 16:30
Rating a BBB

Fitch boccia l'Italia: banche deboli e rischi politici in aumento

Il rating del debito pubblico italiano passa a BBB da BBB+, con outlook stabile. E' il verdetto dell'agenzia Fitch che punta il dito contro i problemi del sistema bancario nazionale e i rischi politici del Belpaese

Il premier, Paolo Gentiloni.
Il premier, Paolo Gentiloni. ANSA

NEW YORK - Fitch ha bocciato il nostro Paese retrocedendo il rating del debito pubblico italiano a "BBB" da "BBB+", due gradini sopra il livello speculativo, con outlook «stabile».

Fitch declassa il rating italiano
All'agenzia di rating non piace una storia fatta di «crescita economica debole» e di stime fiscali non centrate, cosa che risulta in un «fallimento nell'abbassare il debito pubblico molto alto» lasciando il Paese «più esposto a shock potenziali avversi». A ciò si aggiunge un «aumento dei rischi politici» e la «debolezza del settore bancario", che ha portato all'intervento pubblico di tre banche dal dicembre 2016 (Mps, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca) e che va ad aggiungersi ai rischi al ribasso per l'economia e le finanze pubbliche.

L'Italia è recidiva nel non fare "i compiti a casa"
L'outlook associato a questo comparto è «negativo», principalmente per via delle sfide nella riduzione dei crediti deteriorati (Npl). Fitch non usa mezze parole: «L'Italia non ha raggiunto ripetutamente i target legati al rapporto debito/Pil, che è salito del 9,5% nel 2016 al 132,6%. Si tratta di un dato che è l'11,2% più alto del programma di stabilità del 2013", l'anno in cui l'agenzia di rating aveva bocciato il nostro Paese a "BBB+». Quel dato, si legge nel rapporto, si confronta con un 41,5% della media dei Paesi con un rating pari a "BBB".

Il debito pubblico salirà ancora nel 2017
Fitch stima che il debito pubblico italiano raggiunga un picco al 132,7% del Pil nel 2017 scendendo «solo gradualmente» al 129,3% nel 2020. Secondo il Fondo monetario internazionale, quest'anno salirà al 132,8% per poi scendere al 131,6% nel 2018 e portarsi al 121,3% nel 2022. Il Documento di economia e finanza (Def), approvato dal Consiglio dei ministri l'11 aprile 2017, stima un debito/Pil al 132,5% nel 2017 e al 131% nel 2018. Fitch prevede un rapporto deficit/Pil al 2,3% nel 2017, «stima che include le misure strutturali per uno 0,2% del Pil richieste per evitare le procedure di infrazione Ue».

Fmi: L'economia italiana resta sotto il suo potenziale
L'istituto guidato da Christine Lagarde stima che il deficit/Pil nell'anno in corso si attesti al 2,4%, come visto nel 2016. Nel 2018 il dato è atteso all'1,4% e nel 2022 allo 0%. Il Def fissa al 2,1% l'asticella del rapporto fra deficit e Pil per l'anno in corso (ma nel 2018 è visto all'1,2%). Per il 2017, l'agenzia di rating calcola un Pil in aumento dello 0,9%, quanto visto nel 2016, e dell'1% nel 2018. Le prospettive del Fondo monetario internazionale per l'economia italiana, che comunque resta «significativamente sotto il suo potenziale", sono state leggermente migliorate a un +0,8% sia quest'anno sia il prossimo, tanto quanto la Nigeria che nel 2018 dovrebbe però registrare un +1,9%.

Aumentano i rischi politici nel paese
Il governo Gentiloni prevede una crescita del Pil reale dell'1,1% (solo un decimo più alta rispetto alla Nota di Aggiornamento del Def 2016) e per il 2018 dell'1%. Le uniche parole positive usate da Fitch nel suo rapporto sono legate alla tenuta creditizia dell'Italia, «sostenuta da un'economia ampia, diversificata e con alto valore con un reddito nazionale pro capite che è quasi due volte quello della media di Paesi con un rating pari a "BBB». Anche gli indicatori di governance «rimangono solidi». Il problema è che l'incertezza politica rischia di peggiorare il quadro economico: secondo Fitch, sta venendo meno il sostegno a partiti più centristi e un panorama politico frammentato può portare a una minoranza di governo. «Il rischio di un governo instabile o debole è cresciuto così come la possibilità che partiti euroscettici e populisti influenzino i partiti. Il populismo potrebbe fare venire meno l'appetito per le riforme, aumentare la pressione per un allentamento fiscale e pesare sull'umore degli investitori».