28 settembre 2020
Aggiornato 07:00
Unicredit e il referendum

Banche, lo slalom di Unicredit tra cessioni e sofferenze in attesa del referendum

L'ad della banca più importante del paese, Jean Pierre Mustier, deve fare i conti con i problemi di Unicredit. La ricapitalizzazione è imminente, ma è necessario reperire le risorse. L'incognita del referendum costituzionale potrebbe complicare le cose

ROMA – Il neo amministratore delegato della banca più importante del paese, Jean Pierre Mustier, deve fare i conti con i problemi di Unicredit. L'istituto deve rafforzare il suo patrimonio di vigilanza perché è troppo vicino al minimo richiesto dai regolatori. E non può rinviare oltre la prossima primavera la sua ricapitalizzazione. Avrebbe bisogno almeno di 8 miliardi di euro, ma trovarli non è affatto semplice e il referendum sulla riforma costituzionale potrebbe complicare le cose. Ecco cosa sta succedendo nella sola banca italiana inserita nell’elenco dei 29 colossi del credito globale considerati «too big to fail».

La peculiarità di Unicredit
Unicredit non è una banca come le altre. L'istituto guidato da Jean Pierre Mustier (LEGGI ANCHE "Unicredit, Jean PIerre Mustier: ecco chi è il nuovo ad") è il colosso per eccellenza del sistema bancario italiano e una «istituzione finanziaria di interesse sistemico» (Sifi), perché è l'unica banca nazionale inserita nell'elenco dei 29 istituti mondiali considerati troppo grandi per poter fallire, esattamente come JP Morgan. E' «too big to fail», ma è anche «too complex to manage» perché la sua gestione è estremamente complicata. Per questo, e non solo perché partecipa al fondo di investimento Atlante, i riflettori sono puntati sul suo stato di salute come su quello del Monte dei Paschi. E per questo le sue sorti preoccupano non poco gli operatori economici, che temono un effetto domino sul tutto il sistema bancario nazionale.

La ricapitalizzazione imminente
L'ad Mustier ha reso noto che l'esito della revisione strategica di Unicredit verrà presentato a Londra il prossimo 13 dicembre durante il Capital Market Day. Nel frattempo, però, l'istituto si trova a dover fare i conti con problemi tutt'altro che irrilevanti. Unicredit deve necessariamente rafforzare e ottimizzare la sua dotazione di capitale – troppo vicina ai minimi richiesti dai regolatori -, e non può rinviare oltre la prossima primavera la sua ricapitalizzazione. Gli analisti di settore ritengono che l'istituto guidato da Mustier avrebbe bisogno di almeno 8 miliardi di euro, ma secondo il Financial Times sarà necessario ricorrere a un'operazione mostre da circa 10 miliardi di euro.

Le prime mosse di Mustier
Per questa ragione, una delle prime mosse di Mustier è stata la cessione del 10% della controllata Fineco. Non solo. E' stata dismessa anche una quota della polacca Pekao. Ma se la scelta di sacrificare Fineco Bank e Pekao Bank era quasi inevitabile, le cose si complicano per le trattative in corso per Pioneer, un gioiello che Mustier vorrebbe evitare di immolare per la causa della sopravvivenza dell'istituto. L'ad punta a raccogliere una cifra compresa tra i 3 e i 4 miliardi di euro, per portare il ricavato di queste tre cessioni oltre quota 5 miliardi e ridurre l'importo dell'aumento di capitale in vista. Ma non basta, perché Unicredit dovrà anche liberarsi della zavorra delle sofferenze che appesantiscono i suoi bilanci. Si tratta di circa 51 miliardi di crediti deteriorati che, sebbene coperti da accantonamenti pari al 55% del loro valore, preoccupano il sistema bancario italiano.

L'incognita del referendum costituzionale
Ma c'è un'incognita ben più importante che grava su di esso e sul destino del piano strategico di Unicredit e su quello del piano di salvataggio di Mps. E' il voto del referendum sulla riforma costituzionale che si terrà il 4 dicembre prossimo. Non a caso il board di Unicredit ha deciso di rimandare la presentazione del piano strategico al 13 dicembre (dopo il referendum appunto), invece che fissare la data nel mese di novembre come inizialmente previsto. L'esito del voto, infatti, è una spada di Damocle sia Unicredit che su Mps. E il legame tra il referendum e il buon esito dei piani dei due istituti di credito nazionali è presto spiegato: poiché i mercati premiato la stabilità, qualora vincesse il «no» e nel Belpaese iniziasse un periodo di forte instabilità politica potrebbe essere più difficile reperire su di essi le risorse necessarie per le azioni che verranno emesse dalle banche. Ma per il momento a Unicredit e Mps non resta che aspettare.