30 ottobre 2020
Aggiornato 03:00
A proposito di manovre espansionistiche

Le armi estreme del Giappone. Ancora fiumi di soldi (parte seconda)

La scorsa settimana, il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha annunciato un piano di immissione monetario d’urto. Piano che, a sorpresa, la banca giapponese ha bloccato.

Parte seconda

La Bank of Japan ha preso tempo relativamente all’ultima manovra ultra-espansionistica voluta dal governo giapponese, estremo tentativo di immettere denaro nella asfittica economia giapponese. E’ noto che la passata settimana il primo ministro Shinzo Abe ha annunciato un piano di immissione monetario d’urto: 241 miliardi di euro da lanciare nell’economia reale, in parte attraverso l’estremo helicopter money. Il denaro, ormai sempre più l’unico dio pagano riconosciuto globalmente, continua a inondare quindi l’economia giapponese, che, già nel 2013, aveva portato a termine un’operazione simile di implementazione massiccia della base monetaria, con 750 miliardi di euro di nuova moneta circolante.

Ma la Banca Centrale Giapponese, a sorpresa, ha resistito alle pressioni del governo appena confermato dal voto, e ha rimandato le misure estreme richieste a settembre. A supporto di questa scelta di netta rottura una non ragione: i rischi nel breve periodo scaturenti dall’esito del recente voto britannico. Di fatto si tratta della prima sconfessione, da parte di una banca centrale, delle politiche monetarie post crisi dei sub prime. Fino ad ora vi era stata una univoca visione globale da parte di Federal reserve, Bank of Japan e Banca centrale europea: inondare l’economia di denaro sperando che qualcosa succedesse.

La Bank of Japan, inoltre, ha di fatto riconosciuto per prima che la misure degli anni passati  non hanno mai sortito alcun effetto sull’economia reale. Ancora una volta, sotto la spinta di un’evidente situazione distopica, ci si domanda come sia potuto avvenire tutto questo. E’ evidente che il denaro immesso attraverso le banche centrali è stato drenato alla fonte dal settore finanziario, che ha riservato un flebile frazione all’economia reale.

Le politiche di contenimento della spesa sociale, la svalutazione del mercato del lavoro attraverso l’esternalizzazione della produzione e l’immissione sul mercato interno di un esercito di riserva disposto a tutto perché proveniente da Paesi in guerra hanno portato all’ennesima polarizzazione della ricchezza della nazione.

Ovviamente tutto ciò è dovuto ad un sistema politico che agevola, anzi incentiva, tale tipo di redistribuzione. Situazione perpetrata grazie a media ormai fuori controllo che, è il caso dell’Italia, giungono a spacciare l’aumento della disoccupazione come una buona notizia, perché vorrebbe significare un implemento delle persone che hanno deciso di cercare lavoro quando ormai avevano perso speranza.

Favole definite addirittura «eccezionali». Sono dinamiche mediatiche fotocopia, che si possono incontrare negli Usa come in Giappone.

Cosa fare quindi? Per molti aspetti si dovrebbe riprendere in mano l’agenda elettorale di Barack Obama di otto anni fa. Per quanto riguarda Hillary Clinton  il problema non si pone, dato che risulta ampiamente sdraiata sulla volontà del settore finanziario anche a livello propagandistico.

Si dovrebbe bloccare la drenatura in origine che compiono le banche d’affari. Bloccare i paradisi fiscali, soprattutto quelli intracomunitari. Fermare la proliferazione, attraverso una tassazione fortemente penalizzante, dei contratti derivati che ormai sono un mondo privo di controllo umano. Bloccare le speculazioni cibernetiche compiute dalle macchine in piena autonomia dall’essere umano. Rivalutare i salari del mondo occidentale attraverso la creazione di forti dazi in accesso. Sono solo alcuni punti basilari, volti ad una ristrutturazione economica che stemperi la restaurazione in corso.

Qualche settimana fa, il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato al Giappone un accorato, quanto comico per molti versi, appello: ha chiesto di aumentare i salari. Richiesta giusta ed encomiabile ma di fatto inattuabile.

E infatti il governo Abe ha preferito evitare di affrontare il nodo delle molte regole che permettono questa situazione, non ultima la regolamentazione sul proprietà intellettuale che in Paesi avanzati sta bloccando lo sviluppo tecnologico democratico, ed ha continuato a spingere sulla politica monetaria espansiva.

Rileggi la prima parte