20 ottobre 2019
Aggiornato 18:00
guai in vista per le imprese

Pensioni, dal 2 giugno via libera al part time agevolato. Ma a chi (non) conviene?

Ecco chi può richiedere il part time agevolato, cosa spetta al lavoratore e le criticità dell'operazione. Con il provvedimento del governo Renzi ci perdono le imprese, ma non solo loro

ROMA – Una nota del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha annunciato il via libera dal 2 giugno alla possibilità di accedere al part-time agevolato in uscita per i dipendenti del settore privato che sono vicini alle pensione. Il decreto che ha attuato la norma contenuta nella legge di Stabilità per il 2016 diventerà efficace dal prossimo mese. Ma i pensionati ci guadagnano o ci perdono? E le imprese?

Chi può richiedere il part time agevolato
La nuova norma che disciplina il part-time agevolato in uscita, contenuta nella Legge di Stabilità 2016, diventerà efficace dal 2 giugno. Il beneficio riguarda solo i lavoratori del settore privato con regolare contratto indeterminato full time che abbiano raggiunto il requisito minimo per la pensione di vecchiaia e che matureranno anche quello anagrafico entro dicembre 2018. Costoro potranno richiedere al proprio datore di lavoro il passaggio al part-time, ottenendo una riduzione dell'orario di lavoro tra il 40% e il 60%, senza andare in pensione e restando a tutti gli effetti lavoratori attivi.

Cosa spetta al lavoratore
I lavoratori in questione riceveranno in busta paga, oltre alla retribuzione del part-time, anche una somma esentasse che corrisponde ai contributi previdenziali a carico del datore di lavoro sulla retribuzione per l'orario non lavorato. L'azienda, infatti, deve impegnarsi a versare al lavoratore i contributi previdenziali che sarebbero stati dovuti in caso di full-time e in aggiunta anche una contribuzione computata sulla prestazione non effettuata a carico della finanza pubblica. Questo meccanismo sembra conveniente per il lavoratore, che non avrà a suo carico alcuna penalizzazione. Ma è davvero così?

Le criticità dell'operazione
Innanzitutto, il beneficio in questione non solo rischia di essere precluso alle donne e riservato solo a una piccola parte dei lavoratori nazionali, ma risulta afflitto anche da almeno altre tre criticità considerevoli. La prima, che salta subito all'occhio, è che il provvedimento del governo aumenta considerevolmente il costo del lavoro per ora lavorata e questo non è un bene per l'azienda. A conti fatti, le imprese dovranno versare gli stessi contributi che avrebbero versato per dei lavoratori full time, ma disporranno di un numero di ore lavorate di gran lunga inferiore.

Perché ci perdono le imprese
L'aumento del costo del lavoro, a sua volta, avrà almeno due conseguenze: da un lato ridurrà probabilmente la domanda di lavoro (che fine ha fatto la lotta alla disoccupazione?) e dall'altro potrebbe determinare una perdita di competitività per le imprese. Per queste ragioni, ci risulta difficile credere che le aziende italiane possano accettare il prezzo del part time agevolato a cuor leggero, soprattutto ora che devono fare i conti anche con la crisi economica. Ma non finisce qui. La seconda criticità riguarda il fatto che la norma è rivolta solo al settore privato, quando la necessità di «svecchiare» la forza lavoro oggi appartiene soprattutto a quello pubblico.

Il topolino del governo Renzi
Ultimo punto, ma non meno rilevante. Con il part time agevolato in uscita si crea un «buco» a tutti gli effetti tra i contributi effettivamente versati dal lavoratore e la pensione che sarà percepita a partire dal 2018. L'altra faccia della flessibilità, però, è la sostenibilità dei conti pubblici. E poiché il governo ha finanziato questa operazione con 240 milioni di euro in tre anni (così ripartiti: 60 milioni quest’anno, 120 nel 2017 e poi ancora 60 nel 2018), da qui alla fine dell'anno potranno usufruire della norma al massimo 20 mila persone e questo significa che si verificherà una vera e propria corsa all'accaparramento prima che i soldi finiscano. In sostanza, come sottolinea Pietro Garibaldi su lavoce.info, sembra che il governo Renzi abbia partorito un topolino. La flessibilità in uscita è la direzione giusta, ma è necessario fare (molto) di più.