14 novembre 2019
Aggiornato 18:00
Intervista al Messaggero

Descalzi: «Il petrolio risalirà. La Libia deve restare unita»

L'Amministratore Delegato dell'ENI: «Questa situazione durerà fino a quando il crollo degli investimenti non avrà fatto scattare una vera scarsità di offerta. In quel frangente il prezzo del petrolio potrebbe schizzare verso l'alto e poi stabilizzarsi sui 70-80 dollari».

Piattaforma petrolifera
Piattaforma petrolifera Shutterstock

ROMA - E' «molto probabile» una ripresa delle quotazioni del petrolio già a partire dalla seconda metà del 2016. L'Eni «ha messo a budget un prezzo medio di 40 dollari per il 2016. Ed è prevedibile, anche grazie al recente accordo tra Russia e Arabia Saudita, che nei prossimi tre anni la stima possa crescere a 50-55 dollari fino a raggiungere 65 dollari nel 2019. Naturalmente non considero la componente speculativa, che di solito enfatizza l'altalena dei prezzi». Così l'amministratore delegato dell'Eni, Claudio Descalzi in un'intervista a Il Messaggero.
Descalzi conferma che l'industria del petrolio si è profondamente trasformata: «Diciotto mesi fa c'erano non poche compagnie che valevano 30-40 miliardi, ora valgono a malapena 7-8 miliardi. Non esagero se dico che in questo arco di tempo il settore ha visto bruciare 1.000 miliardi di capitalizzazione. Gran parte delle compagnie americane ha pressoché dimezzato il valore».

Quale può essere un prezzo di equilibrio per gli Stati produttori e per le compagnie?
«Difficile indicare un numero buono per tutti. Ogni produttore possiede asset diversi e situazioni finanziarie diverse. Ci sono Paesi con un break-even a 120 dollari come il Venezuela, o a 100 dollari come la Nigeria. A loro volta alcune compagnie hanno un punto di pareggio a 70-80 dollari. L'Eni aveva ipotizzato 63 dollari costanti nel quadriennio: ci avrebbero consentito una neutralità organica, coprendo dividendi e investimenti. Ora siamo scesi a 50 dollari: è il prezzo che in questa fase ci consente una relativa tranquillità. Ma noi abbiamo asset convenzionali, situazioni costruite in modo da sviluppare esplorazioni vicine alle nostre facility.Ciò vuol dire che abbiamo una struttura di costi assai più bassa di altri. Basti dire che il nostro punto di pareggio tecnico è intorno a 20 dollari».

L'Arabia Saudita è l'ago della bilancia
«Tutto è cominciato con lo scontro tra produttori, con i sauditi in difesa. Poi si è aggiunto il petrolio dell'Iran, rendendo più aggressiva la reazione di Ryad. Bisogna considerare che nell'area del Golfo, ossia Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati, c'è il 36% della produzione Opec. Ed essendo gli unici che possono produrre a prezzi davvero modesti, di fatto hanno in mano il mercato. Non c'è iraniano, americano, venezuelano o nigeriano che possa competere».
Questa situazione durerà «fino a quando il crollo degli investimenti non avrà fatto scattare una vera scarsità di offerta. In quel frangente il prezzo del petrolio potrebbe schizzare verso l'alto e poi stabilizzarsi sui 70-80 dollari. È un prezzo che per noi andrebbe benissimo e che è nelle cose per almeno una quindicina di anni grazie al fatto che lo shale oil, il cui picco di sviluppo è collocato al 2030, tornerebbe prepotentemente sulla scena».

Per l'Eni e per l'Italia una Libia unita è importante «tantissimo»
«Al di là della sua tradizionale suddivisione tribale, la Libia è un paese unito e unita deve rimanere. I libici lavorano insieme, sentono di appartenere a un'entità unica. L'unità è importante anzitutto per i libici,ma anche per la stabilità della regione. Una Libia spacchettata sarebbe strumentalizzata da altri, perciò deve restare assolutamente unita e tutti dobbiamo riconoscerne la sovranità». Uno smembramento «sarebbe devastante. L'unità della Libia è fondamentale per l'equilibrio di tutta la regione».

Sul caso Regeni «è pure interesse del governo egiziano fare chiarezza al più presto».

(con fonte Askanews)