7 dicembre 2019
Aggiornato 07:00
La proposta del ministro Poletti

Arriva il reddito di inclusione attiva. Servirà?

Sarà introdotto nella prossima legge di stabilità. E' un assegno familiare per i nuclei con un reddito molto basso, inferiore a 3mila euro. Ecco come funziona

ROMA – Nel 2014 in Italia oltre un milione di famiglie versava in condizioni di povertà assoluta. Per questa ragione, il 22 luglio scorso è stato presentato dal Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, il Piano nazionale di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale, che dovrebbe essere finanziato dalla prossima legge di stabilità. Una delle maggiori novità introdotte sarà il reddito d'inclusione attiva, detto RIA.

Che cos'è il RIA
All'interno del Piano, la novità più significativa è il reddito di inclusione attiva, detto RIA. E' un assegno familiare per i nuclei aventi un reddito molto basso, certificato da un ISEE inferiore a 3.000 euro, e non beneficiari di altri trattamenti previdenziali o assistenziali rilevanti. Questa misura costerebbe al governo circa un miliardo e mezzo di euro, ma lo stato italiano per realizzarla potrà contare anche sulle risorse del Fondo Sociale Europeo, per un ammontare di 1,2 miliardi nei prossimi sette anni. L'importo del RIA dovrebbe essere comunque più basso del reddito minimo, aggirandosi sui 400 euro per nucleo familiare mentre nel secondo caso raggiunge i 450 euro. E dovrebbe essere progressivo, cioè pari a quanto necessita una famiglia per colmare la distanza tra il proprio reddito familiare e quello che le permetterebbe di superare la soglia di povertà assoluta.

SIA, REIS e le altre misure anti-povertà
Oltre al RIA, per combattere la crisi sono già stati fatti esperimenti simili in passato ed esistono sul tavolo del governo anche altre proposte. Si discute da mesi di reddito minimo, salario minimo e reddito di cittadinanza, per esempio. E il SIA (sostegno per l'inclusione attiva) era già stato approvato durante il governo Letta, mentre il REIS (reddito per l'inclusione sociale) veniva proposto l'anno scorso dall' «Alleanza contro la povertà in Italia», un cartello di soggetti tra i quali compaiono anche la Caritas e l'Acli. Il SIA si è rivelato uno strumento insufficiente a causa delle basse risorse impiegate (120 milioni di euro), perciò le nuove misure dovranno essere certamente potenziate. Il RIA e il REIS sono due misure molto simili, rivolte entrambe a tutte le famiglie che vivono la povertà assoluta in Italia prevedendo un contributo economico da parte dello stato nonché la distribuzione di alcuni servizi essenziali.

Questioni aperte
Nel caso del REIS, però (quale contropartita del sussidio), tutti i membri della famiglia in età tra 18 e 65 anni ritenuti abili al lavoro devono attivarsi nella ricerca di un’attività professionale, dare disponibilità a iniziare un’occupazione offerta dai Centri per l’impiego e a frequentare attività di formazione o riqualificazione professionale. Il principio guida del REIS, infatti, consiste nell’inclusione attiva: chi può, deve rafforzare le proprie competenze professionali e compiere ogni sforzo per trovare un’occupazione e migliorare il suo status quo. Secondo quanto scrive Elena Monticelli in un articolo pubblicato pochi giorni fa su sbilanciamoci.info, si tratta di un welfare cosiddetto generativo: che presuppone, cioè, ore di lavoro o formazione in cambio di ammortizzatori sociali. Si tratta, in parole semplici, di prestazioni (pseudo) volontarie in cambio di erogazioni del reddito: è l'altra faccia del taglio alle risorse economiche degli enti locali. Non sappiamo se anche il RIA presupporrà delle condizioni simili, e per saperne di più dobbiamo aspettare di poter leggere quanto sarà effettivamente contenuto nel Ddl Stabilità. Se così fosse, però, sebbene riteniamo molto valide le politiche attive per il reinserimento occupazionale di chi ha perso il lavoro, ci sembrerebbe un po scorretto far leva sui bisogni di chi versa in condizioni di povertà assoluta per assolvere dei servizi che dovrebbero essere garantiti dallo stato indipendentemente dalle prestazioni che i più bisognosi effettuano in cambio dei sussidi sociali.

I dati Istat sulla povertà nel Belpaese
Le stime diffuse dall'Istat ci preoccupano non poco. Nel 2014 un milione e 470 mila famiglie italiane versava in condizioni di povertà assoluta (non avevano, cioè, neppure il necessario per la sopravvivenza): il 6,8% della popolazione residente nel Belpaese. Sono numeri che non possono lasciarci indifferenti, sebbene dopo due anni di aumento senza soluzione di continuità, finalmente l'incidenza della povertà assoluta si sia mantenuta stabile senza crescere ulteriormente. La povertà relativa coinvolge invece il 10,3% delle famiglie e il 12,9% delle persone residenti: per un totale di 2 milioni 654 mila famiglie e 7 milioni 815 mila persone. Il trend ascensionale sembra essersi fermato in entrambi i casi, ma la povertà affligge ancora troppi nuclei familiari. Per questa ragione, il governo ha deciso di intervenire con il Piano nazionale di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale, presentato il 22 luglio dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti.