30 ottobre 2020
Aggiornato 14:00
La crisi greca

Grecia, ecco cosa bolle nel pentolone dei negoziati

Il Premier Tsipras vede avvicinarsi un accordo ma l’Europa no e, sempre più preoccupata, guarda alla prossima settimana consapevole che sarà l’ultima possibile per evitare la drammatica eventualità di un default della Grecia che nessuno ormai esclude più.

LUSSEMBURO (askanews) - L'impasse sulla questione greca all'Eurogruppo, ieri a Lussemburgo, era nelle attese, e puntualmente è quello che si è verificato. Meno attesa era la convocazione, da parte del presidente dell'Eurogruppo Donald Tusk, di un vertice dei capi di Stato e di governo dell'Eurozona (Eurosummit) per lunedì possimo, alla 19.
Ieri, mentre continuavano a riunirsi nell'Ecofin a Lussemburgo, i ministri delle Finanze (o almeno alcuni di essi) si mostrano infastiditi da questa decisione che li marginalizza e sembra quasi certificarne l'incapacità, al loro livello, di negoziare un compromesso, quasi che un accordo non fosse possibile senza l'intervento dei loro capi.

Ma la ragione di questo salto di livello l'ha spiegata ieri sera il ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis: la differenza fra le posizioni nel negoziato tecnico «è troppo piccola per giustificare quest'impasse. Gli Stati membri hanno detto alle tre istituzioni (la ex troika: Commissione, Fmi e Bce, ndr) che non avevano il mandato per negoziare la questione essenziale: uno 'swap' del debito pubblico che permetterebbe alla Grecia di tornare sui mercati e di mettere fine alla crisi».

In chiaro: nel negoziato tecnico con le tre istituzioni (e anche in quello più politico con i ministri delle Finanze nell'Eurogruppo), gli emissari di Atene potevano discutere solo le questioni riguardanti il programma di salvataggio greco in corso e il suo prolungamento oltre la sua scadenza del 30 giugno, ma non la questione che più interessa il governo di Alexis Tsipras: la ristrutturazione del proprio debito pubblico.

Una ristrutturazione che avverrebbe non attraverso un doloroso nuovo «haircut» (condono parziale) con perdite secche per i creditori, ma mediante la misura prospettata da Varoufakis: la conversione («swap») di tutti i titoli di Stato di Atene oggi detenuti dalla Bce, per 27 miliardi di euro, in un prestito dell'Esm, il Fondo salva-Stati permanente dell'Eurozona. La Grecia, insomma, se quesa misura fosse attuata non sarebbe più indebitata con la Bce, ma solo con l'Esm. A che cosa serve questo «swap intra Troika», come l'ha chiamato Varoufakis? A trasformare in prestiti garantiti dall'Eurozona, con scadenze di più lungo termine, gli attuali titoli di Stato con scadenza a breve termine, che sono una spada di Damocle per Atene e che le impediscono di partecipare al programma QE (il «quantitative easing», ovvero l'iniezione di liquidità da parte della Bce), che sta contribuendo a finanziare la ripresa nel resto d'Europa.

In cambio di questa misura, il governo greco propone un meccanismo di «debt brake» (freno del debito): la creazione di un «Fiscal Council», un Consiglio indipendente di controllo dell'esecuzione del bilancio con il potere di procedere a tagli di spesa orizzontali e «automatici» (senza passaggio dal parlamento) nel caso in cui vi sia un rischio di aumento del debito e di ritorno al deficit di bilancio primario. Da notare che si tratta di un meccanismo molto simile a quello che la Germania esigeva e ha alla fine ottenuto con il «Fiscal Compact» (il trattato che impone il pareggio di bilancio), in cambio del via libera che Berlino diede alla fine, dopo molte resistenze, alla creazione dell'Esm. Se passerà questo disegno («swap intra Troika» fra Bce ed Esm in cambio del Fiscal Council con il meccanismo del «debt brake»), Varoufakis predice «la fine della crisi in Grecia, che ispirerebbe il ritorno degli investitori e della fiducia nel popolo greco», e addirittura «un rinascimento» ellenico.

Allo stesso tempo, Varoufakis ha avvertito che «siamo pericolosamente vicini a uno stato mentale pronto ad accettare l'incidente».

Da due settimane, nonostante un evidente ammorbidimento delle richieste delle «tre istituzioni», soprattutto riguardo agli obiettivi dell'avanzo primario (ridimensinato dal 3,5% all'1% del Pil nel 2015, e dal 4,5% nel 2016 al 3,5% nel 2018) la Grecia si è mossa pochissimo dalle proprie posizioni, esasperando i propri partner. L'impressione è che il gioco durissimo dei greci sia servito prima a ridimensionare le condizioni imposte dalla ex troika (tanto che lo stesso commisario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, dice adesso che non possono neanche essere definite come misure d'austerità), e poi, soprattutto, a far accettare ai partner dell'Eurozona, in una prospettiva che va al di là dell'attuale programma di salvataggio, lo swap del proprio debito detenuto dalla Bce.

L'eurosummit di lunedì è presentato come un'ultima occasione che viene data ad Atene per portare, entro i prossimi due-tre giorni, delle proposte che il resto dell'Eurozona e l'Fmi possano accettare. Ma, per quanto riguarda i temi di competenza dell'Eurogruppo, la Grecia potrebbe semplicemente accettare le proposte che le «tre istituzioni» hanno già fatto su pensioni e Iva. Si tratta di un taglio ai prepensionamenti (e aumento dell'età pensionabile, oggi più bassa che in altri paesi Ue) e di una razionalizzazione dell'Iva, che comporta un aumento del costo dell'elettricità, ma lascia basse le aliquote su beni e servizi essenziali: misure tutto sommato sensate e non dirette contro le classi popolari come sono state presentate in Grecia. Se questo avverrà, l'Eurogruppo sarà riconvocato lunedì e ne prenderà atto, mettendo l'accordo sul tavolo dei leader che si riuniranno alle 19. Ma la cosa più importante sarà la seconda parte dell'accordo, quella, appunto, sullo Swap e sul Fiscal Council, che solo l'Eurosummit stesso potrà discutere, ed eventualmente approvare, e per il quale è essenziale, innanzitutto, il via libera tedesco (perché servirà la ratifica del Bundestag).