16 settembre 2019
Aggiornato 02:30
11 miliardi per uscire dall'atomo

Decommisioning: Sogin ha fatto il minimo indispensabile (e lievitare le bollette di 5 miliardi)

La società che si occupa dello smaltimento delle scorie nucleari, «ha raggiunto il livello minimo del programma», ha detto il componente dell'Autorità per l'Energia, Alberto Biancardi, in audizione in commissione Industria del Senato, spiegando che c'è una «situazione di attenzione ma non di patologia» nei ritardi sulla tabella di marcia (in alcuni casi si parla di 18 anni)

ROMA - Sogin, la società pubblica si sta occupando dello smaltimento delle scorie nucleari, «ha raggiunto il livello minimo del programma», ha spiegato in audizione in commissione Industria del Senato il componente dell'Autorità per l'Energia (Aeegsi), Alberto Biancardi.

IL COSTO DEL NUCLEARE IN BOLLETTA RADDOPPIATO - Secondo Biancardi Sogin si trova in una «situazione di attenzione ma non di patologia» nei ritardi sulla tabella di marcia. «Ad oggi - ha aggiunto - il decommissioning è al 27-28% e c'è la partita del deposito». Biancardi rispondendo a una domanda sull'aumento degli oneri della componente A2 in bolletta, quella che riguarda appunto i costi per lo smantellamento degli impianti atomici (la voce è passata dai 167 milioni di euro del 2013 ai 323 del 2014), ha assicurato che «il fatto che ci sia un incremento dell'aliquota in un determinato periodo non è sintomo che le cose stiano andando bene o male». Comunque hanno aggiunto dalla Aeegsi «siamo di fronte a un momento critico, su cui si è attivato da tempo un confronto con Sogin perché c'è stata una ridefinizione del loro programma e quindi delle aliquote». Inoltre «a un tentativo di accelerazione si sovrappone un avvio di costi sulla questione deposito e quindi questo ha portato fisiologicamente a un aumento perché si sta pagando per il deposito, per esempio per le attività di comunicazione messe in atto, che costano».

AEEGSI, SITUAZIONE SOTTO CONTROLLO - L'Autorità ha quindi assicurato il proprio impegno «perché non ci sia ritardo, dal momento che a un rallentamento molto forte dell'attività corrisponde un aumento costi. C'è in atto un confronto, non ci sono segnali particolarmente allarmanti». Replicando al presidente della commissione, Massimo Mucchetti, che ha ricordato come Sogin abbia quantificato in 150 milioni il costo del rallentamento delle attività, Biancardi ha risposto: «Anche per noi c'è un elemento di preoccupazione, ma quello che abbiamo fatto è stato applicare la norma vigente: i risultati portati da Sogin rispetto ai programmi per adesso hanno consentito di andare avanti in situazione di fisiologia. Il livello minimo del programma è stato raggiunto». L'Aeegsi ha ribadito di avere la «situazione sotto controllo» e ha concluso spiegando che «la vera partita» si giocherà sul deposito: «Dovremo cercare di capire se riesce davvero a partire e fare in modo che l'attività venga fatta a un costo sostenibile».

RITARDI DECENNALI IN DECOMMISSIONING - Quanto alle attività di decommissioning è utile ricordare a quanto ammontano i ritardi, confrontando il bilancio Sogin 2003 con i dati presentati dalla società in audizione presso la commissione Industria del Senato l'11 novembre 2014. La centrale di Caorso avrebbe dovuto essere smantellata entro il 2017, ma ora Sogin ha previsto la fine dei lavori per il 2032, 15 anni dopo. Quella di Trino nel  2016, lo sarà nel 2030, per Garigliano si è passati dal 2016 al 2028, mentre a Latina dal 2019 al 2027.

USCITA DA NUCLEARE COSTA 11 MILIARDI - Nel 2001 Sogin aveva scritto nel proprio bilancio che per lo smantellamento delle centrali nucleari l'Italia avrebbe dovuto sborsare 2,6 miliardi di euro e terminare i lavori nel 2020. Ora la stima dei costi è salita a 6,5 miliardi, quasi 4 in più che si traducono in maggiori oneri in bolletta per i consumatori. Dal 2001 al 2013 sono stati spesi 2,6 miliardi e i restanti 3,9 dovrebbero bastare per completare il decommissioning entro il 2035. Il deposito nazionale per le scorie nucleari invece costerà non meno di 1,5 miliardi di euro, ai quali bisogna aggiungere un altro miliardo per la realizzazione del parco tecnologico che lo affiancherà. In totale quindi il piano di uscita dal nucleare per l'Italia costerà 10 miliardi di euro, che diventano 11, aggiungendoci il miliardo speso per il trattamento delle scorie italiane in Francia e Gran Bretagna, che ci riconsegneranno il materiale radioattivo riprocessato entro il 2025.