31 maggio 2020
Aggiornato 07:00
Lo shale americano è in calo per la prima volta

Petrolio: cresce sia la domanda che l'offerta

L'Agenzia internazionale per l'energia ha rivisto al rialzo le sue stime sulla crescita della richiesta di greggio nel mondo per il 2015 a 93,6 milioni di barili al giorno (+1,1 milioni di barili al giorno). A marzo, ha sottolineato l'Aie, ci sono state «forniture nettamente superiori da Arabia saudita, Libia e Iraq».

WASHINGTON – L'Agenzia internazionale per l'energia (Aie) ha rivisto al rialzo le sue stime sulla crescita della domanda di petrolio nel mondo per il 2015 a 93,6 milioni di barili al giorno (+1,1 milioni di barili al giorno rispetto alle previsioni di marzo). Nel report di aprile la stessa agenzia ha stimato in crescita anche l'offerta di greggio, che a marzo ha raggiunto i 95, 2 milioni di barili. L'impennata dal lato dell'offerta però, viene sottolineato nel documento è da attribuire alla produzione dei Paesi Opec, che ha conosciuto la crescita mensile più alta rispetto agli ultimi quattro anni.

OPEC HA AUMENTATO OFFERTA - In particolare la crescita annua di 3,5 milioni di barili al giorno secondo l'Aie è da attribuire in egual modo alla produzioni da Paesi Opec e da quelli estranei al cartello mediorientale. A marzo invece il picco dal lato dell'offerta è conseguenza delle «forniture nettamente superiori di Arabia saudita, Libia e Iraq», ha scritto l'agenzia. L'8 aprile il ministro del Petrolio saudita, Ali al-Naimi, ha annunciato che a marzo il suo Paese ha estratto 10,3 milioni di barili al giorno, stabilendo un nuovo massimo storico. Si tratta di un incremento di 450mila barili rispetto ai livelli di febbraio, che supera il record di 10,285 milioni di barile registrato nel lontano 1980 dalla Aie.

ARABIA SAUDITA NON CEDE - Con questa mossa l'Arabia saudita ha confermato la sua decisione di non voler restringere le esportazioni di greggio, come richiesto da più parti per rispondere all'attuale calo dei prezzi. Secondo Ryad infatti fare così significherebbe solo cedere quote di mercati ad altri produttori. Naimi ha ribadito che il suo Paese è pronto a operare per migliorare la situazione ma che questo richiede cooperazione tra gli Stati Opec e non Opec. A fine marzo Naimi aveva spiegato che i Paesi estranei all'Opec devono collaborare, sottolineando che i Paesi del cartello «non intendono assumersi la responsabilità da soli solo perché producono il 30% mentre il 70% del petrolio arriva dai paesi non Opec».

PAESI AFRICANI CHIEDONO DI FRENARE PRODUZIONE - Il 4 aprile scorso invece i18 ministri dei Paesi membri dell'Appa (Associazione dei produttori petroliferi africana) avevano chiesto un taglio globale della produzione dell'oro nero con l'obiettivo di stabilizzare i prezzi sui mercati mondiali. I rappresentanti dei governi africani avevano spiegato che con i prezzi attuali del petrolio c'è il rischio che esplodano «crisi sociali» nei loro Paesi. I membri dell'Appa hanno accolto l'iniziativa lanciata da Angola e Algeria (secondo e terzo produttore in Africa dopo la Nigeria) e firmato una dichiarazione dove si sprona a «sostenere la creazione di una piattaforma per ridurre la production e stabilizzare il mercato petrolifero».

SHALE USA PER PRIMA VOLTA IN FRENATA - Intanto il mercato dello shale-oil americano, additato da molti come il responsabile della diminuzione del costo del greggio, per la prima vota è in calo. Secondo le stime Aie a maggio saranno consegnati 55mila 610 barili al giorno, contro i 56mila 180 di marzo. Nei mesi scorsi i pozzi attivi nell'estrazione di olio di scisto si sono praticamente dimezzati, passando da mille 800 a mille.

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