7 dicembre 2019
Aggiornato 12:30
Dopo la vendita della Pirelli si parla di rischio colonizzazione

La Cina è troppo vicina?

La vendita di Pirelli ai cinesi ha riaperto una questione (o una ferita) che può essere riassunta in questa domanda: se le aziende migliori di quello che genericamente rientra nel marchio «made in Italy» perdono i loro «padroni» e il loro posto vine preso da padroni stranieri, che Paese ci ritroveremo fra qualche anno?

ROMA - La vendita di Pirelli ai cinesi ha riaperto una questione (o una ferita) che può essere riassunta in questa domanda: se le aziende migliori di quello che genericamente rientra nel marchio «made in Italy» perdono i loro «padroni» e il loro posto vine preso da padroni stranieri, che Paese ci ritroveremo fra qualche anno? La domanda è più che lecita, ma per avere una risposta esaustiva ci vorrebbe la palla di vetro, a meno che non ci si accontenti di profezie figlie di ideologie del tipo «il tricolore sulle nostre fabbriche va difeso ad ogni costo se si vuole difendere il futuro dei nostri figli» o, all'opposto, «la globalizzazione non conosce confini e i soldi siano benedetti da qualunque parte vengano».

I NUOVI PADRONI - Se non si accontenta di queste ricette precoconfezionate l'unico modo per farsi un'idea sugli esiti futuri di questi passaggi di proprietà con targa straniera è guardarsi intorno per approfondire le esperienze del recente passato o ancora in corso che hanno registrato il passaggio dall'imprenditoria tricolore a quella sovranazionale. Intanto per fotografare questo passaggio bisogna partire da una considerazione: quando si parla di un «padrone» italiano le virgolette sono doverose (e consigliabili) mentre sono del tutto superflue se si tratta di un padrone straniero.

IL PRESIDENTE INDONESIANO - Per spiegarci meglio prendiamo un esempio; il passaggio di proprietà dell'Inter dai Moratti e all'indonesiano Erick Thohir. Ora ditemi quali pressioni si sarebbero scagliate sulla famiglia Moratti se oggi fossero loro alla guida di una squadra che naviga nella zona plebea. I tifosi avrebbero rievocato il fantasma del mitico Angelo. La stampa avrebbe tirato in ballo gli affari di famiglia. I Moratti avrebbero rispolverato la sudditanza degli arbitri alla Juventus e ricordato la rivalità con gli Agnelli e via dicendo per fiumi di inchiostro.
L'Inter sprofonda sotto Thohir? E' già tanto se l'indonesiano si fa vedere allo stadio, ma nessuno osa addossargli alcuna responsabilità. Come si spiega? Banalmente perchè ad attaccare uno sconosciuto venuto dall'altra parte del pianeta non c'è gusto. Non fa notizia.

LA VICENDA ALITALIA- Berlusconi ha fatto svenare le casse dello Stato per difendere la bandiera tricolore dell'Alitalia: risultato mezza italia alla fine della fiera si è messa ad invocare tutti i santi del paradiso perchè arrivassero gli arabi a toglierci dai piedi i «capitani coraggiosi» italiani capaci di puntare tutto sulla tratta Roma-Milano senza accorgersi che stava per partire l'alta velocità che in pochi mesi avrebbe reso del tutto inutile servirsi dell'aereo per quel tragitto.

CAPITANI CORAGGIOSI- Prendiamo un altro «capitano coraggioso» di nome Marco Tronchetti Provera. E' il capo della Pirelli che ha venduto l'azienda simbolo del boom economico degli anni sessanta ai cinesi. Tronchetti Provera prese la guida della Pirelli dopo che il suocero, Leopoldo Pirelli, lasciò la presidenza in seguito all'insuccesso della scalata alla tedesca Continental. Vale la pena di ricordarlo perchè in quella occasione la Germania fece muro per evitare l'ingresso degli italiani: E nello stesso periodo fallì anche il tentativo di De Benedetti di diventare il padrone della belga Societè General. Raul Gardini fu invece bloccato dalla super liberista Thatcher che gli impedì di diventare padrone della British Sugar. Giovanni Agnelli e la Fiat sbatterono il muso addirittura contro l'acqua minerale Perrier: in quel caso fu il tribunale di Parigi a sbarrargli l'acquisto delle bollicine made in France.

IL RITORNO DI PRODI - Per tornare a Tronchetti Provera non bisogna dimenticarci che l'Italia era leader nei cavi sottomarini: non lo fu più quando vendette questo ramo della Pirelli alla Goldman Sachs che poi la rivendette ad altri investitori nel 2010. Nè fece meglio alla Telecom, dopo essere succeduto ad un altro scalatore con i soldi della società e cioè Roberto Colaninno. Sono episodi che ormai fanno parte della storia, ma servono però a ricordarci come in circostanze analoghe si sono comportati i nostri vicini e concorrenti. «La politica industriale italiana ora la decidono i cinesi», ha commentato Romano Prodi. L'ex presidente del Consiglio quando era presidente dell'Iri decise il destino di una conglomerata pubblica, la Sme, che deteneva i marchi più famosi di quel Made in Italy alimentare che oggi sembra una delle poche carte che ci restano da giocare.

LE BUFALE NON HANNO PATRIA - Ecco come ebbe ad esercitarsi la lungimiranza economica di Prodi: un gioiello come la Buitoni finì alla Nestlè, ad uno straniero, ed oggi è praticamente scomparsa fra le grandi firme della pasta. Ma fece anche di peggio con l'acquirente italiano: vendette la Cirio per pochi quattrini ad un improbabile compratore pugliese, ed infatti poi finì nelle mani di Sergio Cragnotti, destinazione fallimento con tanto di bancarotta. Insomma, prima di giudicare l'arrivo dei cinesi chiediamoci: è possibile che riescano a fare peggio di alcuni «capitani coraggiosi» di casa nostra?