24 febbraio 2020
Aggiornato 16:46
L'Italia ha perso 23 miliardi di capitale umano

Prataviera: «Il Jobs Act è un'illusione. Servono certezze e prospettive»

Sempre più giovani laureati scelgono di lasciare l'Italia per trasferirsi all'estero in cerca di un futuro migliore. Allo Stato, però, formare i ragazzi costa diversi miliardi di euro: dal 2008 al 2014, il Belpaese ha letteralmente regalato agli altri paesi dell'Unione Europea ben 23 miliardi di capitale umano.

ROMA – Sempre più giovani laureati scelgono di lasciare l'Italia per trasferirsi all'estero in cerca di un futuro migliore. Allo Stato, però, formare i ragazzi costa diversi miliardi di euro: dal 2008 al 2014, il Belpaese ha letteralmente regalato agli altri paesi dell'Unione Europea ben 23 miliardi di capitale umano. Ne abbiamo parlato con l'On. Emanuela Prataviera, deputato della Lega Nord, che è intervenuto ai microfoni di DiariodelWeb.it per proporre soluzioni concrete a questo crescente fenomeno.

Il fenomeno della «fuga dei laureati all'estero» ha raggiunto in Italia proporzioni imbarazzanti. Ben 23 miliardi di capitale umano vengono regalati agli altri paesi, soprattutto europei: l'equivalente del costo di due enormi reti Internet a fibra ottica. Lo stato spende miliardi di euro per formare i giovani, che poi scelgono di lasciare il Belpaese per cercare lavoro altrove. Cosa si può fare per arginare il fenomeno?

«Innanzitutto sono dell'idea che non esiste una misura specifica per risolvere questi problemi. Per esempio, «Garanzia Giovani» - che era nata con questo intento – non si sta rivelando del tutto efficace. Credo, piuttosto, che andrebbe rimessa in piedi l'economia: per farlo bisogna attuare il federalismo fiscale, che è l'unico strumento che nel giro di pochi anni potrebbe garantire risorse per una riforma efficace. Servono prospettive di lungo periodo, non palliativi come il Jobs Act, che è fine a se stesso.»

Il Jobs Act non sta dando i frutti sperati?

«Come ho più volte spiegato altrove, il Jobs Act dal nostro punto di vista è fallace: da la possibilità di effettuare nuove assunzioni a tempo indeterminato con importanti sgravi fiscali, e questo ha fatto sì che molti contratti a collaborazione, progetto o tempo determinato potessero essere convertiti in contratti a tempo indeterminato. Queste misure però – secondo l'intenzione del governo – dureranno solo per tre anni: c'è invece bisogno di certezze per far ripartire l'economia, non di escamotage a breve termine. Già dalla prossima Legge di stabilità bisognerà vedere se l'Italia sarà in grado di rispettare i parametri europei e proseguire sulla strada delle riforme. Servono certezze e prospettive, che il governo non è ancora in grado di dare. Sta mettendo in campo una serie di misure singolari e sconnesse (come la «Garanzia Giovani» alla quale ho fatto riferimento prima), e credo che questo non sia l'atteggiamento migliore per risolvere il problema.»

Cosa si deve fare allora?

«Innanzitutto lavorare di concerto con l'estero. Proprio ieri, insieme agli altri giovani parlamentari europei, ci siamo incontrati a Roma per ragionare sulla possibilità di creare una piattaforma comune, anche per fare interscambio di informazioni. Non sappiamo cosa succede in Francia, Spagna, Germania: perciò vorremmo sviluppare un confronto costruttivo a livello internazionale. E' importante capire perché i nostri giovani cercano lavoro in questi paesi e cosa offrono, e fare da «lobby» - che è un termine positivo - nei confronti degli interessi dei nostri ragazzi.»

Secondo Lei i nostri laureati che emigrano oltre confine, fanno questa scelta solo perché cercano migliori prospettive di lavoro o anche perché spinti dal desiderio di andare a vivere in un paese più «giusto»: più efficiente dal punto di vista politico, economico e sociale?

«Sono vere entrambe le questioni. Da una parte c'è la voglia di sognare un futuro migliore da più punti di vista, dall'altra il lavoro che qui manca. La questione è più complessa di come appare, proprio perché duplice: se il problema fosse solo il lavoro sarebbe più facile da risolvere. D'altro lato c'è anche il desiderio opposto. Ho molti amici che sono all'estero, più o meno specializzati (ho amici laureati, altri non laureati), e sono tutti fortemente motivati a tornare qui, perché questo paese è la loro casa.»