23 ottobre 2019
Aggiornato 18:30
Il nuovo risiko bancario riedizione del regalo alle fondazioni?

Le mani sulle Popolari: chi ce le ha già. Chi ce le vuole mettere

Oggi sul tavolo del Consiglio dei ministri (Cdm) si sarebbe dovuto affrontare il dossier «investment compact», che stando ai rumors dovrebbe mettere mano alla governance delle banche cooperative eliminandone il voto capitario. Il timore di molti è che ne esca un «mostro giuridico», come avvenne per le fondazioni dopo la riforma Ciampi-Amato

ROMA – Che il premier, Matteo Renzi, sia preoccupato per il Quirinale è cosa risaputa, ma ora sembra che studi lui stesso da presidente della Repubblica, sulle orme di Carlo Azeglio Ciampi. Oggi sul tavolo del Consiglio dei ministri (Cdm) si sarebbe dovuto affrontare il dossier «investment compact», dove saranno presi, per decreto, «provvedimenti sulle banche» ha annunciato il presidente del Consiglio all'assemblea dei senatori del Partito democratico (Pd). Dall'ordine del giorno del Cdm però il passaggio sugli investment compact è sparito, anche se non è da escludere che la questione venga discussa «fuori sacco». Ufficialmente non ne si sa nulla di più, ma sia da destra che da sinistra in molti hanno visto dietro le parole del primo ministro una riforma delle banche di credito cooperativo, le cosiddette popolari, che verrebbero trasformate in Società per azioni. Addio quindi voto capitario fra i soci, l'uno vale uno per dirla alla Beppe Grillo, per passare a un sistema privatistico puro, dove chi ha più azioni decide.

IL PRECEDENTE DEL MOSTRO DI CIAMPI-AMATO - Il primo passo in tal senso venne fatto nel 1998, quando con la legge delega 461 chiamata con il nome del suo ideatore Ciampi, l'Italia si piegò alle richieste della Comunità europea e della finanza internazionale «privatizzando» e «liberalizzando» il sistema bancario italiano. Per aprire i mercati creditizi nazionali (per più della metà in mano allo Stato) agli investitori stranieri, l'allora governatore della Banca d'Italia Ciampi dovette separare le funzioni pubbliche degli istituti di credito, affidandole alle fondazioni, dalle attività imprenditoriali vere e proprie che rimasero in mano alle banche. Le fondazioni poterono mantenere il controllo sulle loro banche, che però dovettero collocare le proprie azioni sul mercato. Da quel momento le fondazioni poterono continuare ad operare nel mercato, e quindi prestare soldi, ma a patto di non lucrare. Con il «mostro giuridico» che ne derivò, la definizione è dell'altro padre della riforma, Giuliano Amato, la politica non uscì dalle banche, ma anzi ne prese il controllo attraverso le fondazioni, senza metterci una lira. La finanza e i paladini del libero mercato non si opposero: i vari istituti di credito nazionali che vennero privatizzati infatti, vennero collocati sul mercato a prezzi ben inferiori al loro valore. Unicredit (allora Credito italiano) fu ceduta per 1830 miliardi di lire, ma quando approdò a Piazza affari valeva già 3012 miliardi (senza contare la sua capitalizzazione da 2700). L'esempio più eclatante però venne dal Banco di Napoli: Bnl ne acquisì il 60% per 32 milioni di euro (senza accollarsi il debito) quote che rivendette dopo alcuni anni incassandone un miliardo. Le varie consulenze per gestire questo passaggio poi, vennero affidate in gran parte ai big della finanza internazionale, in cambio di una commissione stimata intorno ai 2.200 miliardi del vecchio conio. Ciampi divenne quindi capo dello Stato e il nome di Amato come successore di Giorgio Napolitano è stato fatto più volte, essendo di «sinistra» come l'attuale maggioranza, ma anche molto gradito nell'area di centrodestra, Berlusconi in primis.

SULLE FONDAZIONI NULLA SI MUOVE - Tornando all'oggi, il governo non ha speso una parola contro le sliding doors che vedono avvicendarsi politici ai vertici delle fondazioni bancarie e poi nei cda della banche, assumendo quindi la direzione e il controllo di istituti che erogano credito senza averci messo il becco di un quattrino. L'esecutivo non sembra intenzionato a mettere una pezza alle situazioni come quelle del Monte dei Paschi di Siena o Carige. Renzi nella sua battaglia contro i banchieri, «non abbiamo avuto paura di intervenire sul numero di parlamentari, non avremo paura di farlo sul numero dei banchieri» le sue parole, non ha fatto il minimo cenno alla fuoriuscita della politica dalle fondazioni, che vedono il 75% dei loro cda composto da politici, o meglio ancora delle fondazioni dalle banche. Anzi, stando ai maligni la sua riforma del Testo unico bancario servirebbe proprio a togliere dai guai quella che per anni è stata «la banca del Pd» Mps, l'unica ad essere stata aiutata con i Monti bond per 1 miliardo di euro. Il problema è che Mps deve raccogliere almeno 2,5 miliardi di liquidi, perché non ha passato gli stress test europei. Ma, ha scritto Reuters, anche dopo l'aumento «avrà un problema di dimensione. Gli investitori potrebbero essere più disponibili a sostenere la terza banca italiana se facesse parte di un gruppo più grande: Mps potrebbe essere in quel caso più stabile e più redditizia. Ma vendere una banca quotata a una popolare, l'unica vera opzione, sarebbe una cattiva pubblicità. Togliere la norma 'una testa un voto' - almeno per le popolari quotate - potrebbe aprire la strada per una fusione tra Mps e una delle maggiori popolari, come Ubi. Ne risulterebbe una nuova entità con il 12% di quota di mercato del credito in Italia».

LE PRESSIONI DEL FMI - Poi ci sono le pressioni esterne. Secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi) «le restrizioni imposte al possesso azionario e all’esercizio dei diritti di voto indeboliscono la valutazione di mercato e la capacità delle banche di raccogliere capitale da finanziatori esterni» è scritto nel working paper «Reforming the corporate governance of italian banks». Tutto vero se si guarda alla questione con gli occhi della finanza internazionale, ma è necessario ricordare lo sforzo delle popolari negli ultimi anni, che hanno pompato 35 miliardi di credito nel sistema Italia accollandosi a bilancio le sofferenze (nel 2014 i soci delle banche di credito cooperativo hanno effettuato aumenti di capitale per oltre cinque miliardi).

SINDACATI SULLE BARRICATE - Sul fronte dei contrari invece, oltre a un nutrito gruppo di parlamentari sia democratici che di centrodestra, ci sono naturalmente i sindacati di settore. «Dai rumors che trapelano esprimiamo grande preoccupazione per quanto potrà prevedere il provvedimento», ha detto il segretario generale di Unisin Falcri Silcea, Emilio Contrasto. Per Contrasto i primi a pagarne le conseguenze sarebbero i correntisti che sarebbero «privati di quell'alternativa più localistica rappresentata oggi da banche popolari e bcc». Il sindacalista ha poi replicato al ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan: «Se, come dice l'obiettivo è la razionalizzazione del sistema bancario, l'abolizione delle peculiarità tipiche delle banche popolari, quali il voto capitario, il numero minimo di soci ed i limiti al quantitativo di azioni possedute, non ci appaiono gli strumenti più adatti». Contrasto non ha risparmiato critiche nemmeno a Renzi: «Se secondo il premier ci sono troppi banchieri e poco credito, la soluzione non è inaugurare una nuova stagione di fusioni e concentrazioni, che hanno allentato il legame tra sistema bancario e territorio di riferimento». Stesso ragionamento è stato espresso dalla Uilca: «Tra le ragioni sostenute dal presidente del consiglio, c'è quella di favorire le aggregazioni bancarie, con la frase populista di 'ridurre il numero di banchieri', e quella di sostenere il credito alle imprese, soprattutto piccole o medio piccole. Tutto ciò nulla centra con il credito cooperativo». La Uilca poi ha ricordato al premier che «non tutte le risorse messe a disposizione dalla Bce sono state prese dalle banche italiane e che molte sono state investite in titoli di Stato e non assegnate come finanziamento alle imprese per una ragione di fondo, manca la richiesta di credito sufficiente. In sostanza le aziende non stanno chiedendo finanziamenti perché non investono. Anche su questo punto nulla centrano le banche popolari e il credito cooperativo». All'attacco delle intenzioni dell'esecutivo anche il segretario generale della Fiba Cisl, Giulio Romani, secondo cui questa riforma rischia di essere un «boomerang». Infatti ha spiegato: «Sarebbe paradossale che stante la finalità dichiarata dei provvedimenti - dare credito alle Piccole e medie imprese - si elimini proprio il comparto delle Banche Cooperative che storicamente ma specialmente negli ultimi anni di crisi - crisi che, come noto, è stata determinata dalle grandi banche - hanno di più aiutato e sono più state vicine alle Pmi». Molto più sbrigativo Lando Sileoni, segretario del sindacato Fabi, per il quale sarebbe un «errore» trasformare le Popolari in Spa e in ogni caso l'importante è che non ci siano tagli al personale.

ASSOCIAZIONI E BANCHE COOPERATIVE CONTRARIE - La riforma non ha raccolto consensi nemmeno fra le associazioni di categoria e fra gli stessi istituti di credito. «Quanto apparso negli ultimi giorni sui media in merito al possibile mutamento delle regole di governance delle Popolari non può non lasciarmi perplesso», ha dichiarato Ettore Caselli presidente di Assopopolari che ha proseguito: «Spiacerebbe dover constatare che la nuova disciplina, così come illustrata dai mezzi di informazione, esuli da ogni positiva considerazione in merito ai principi di equilibrio e di continuità». Ironico dal canto suo il presidente della Banca Popolare di Vicenza, Gianni Zonin, che ha commentato: «Napoleone usava sempre la velocità per vincere. Aspettiamo e vediamo». Di poche parole anche Giuseppe Castagna, ad di Bpm: «Non siamo stati coinvolti». Miro Fiordi, ad del Credito Valtellinese invece si è tenuto su un più diplomatico «non ne sappiamo niente». «Non credo riguardi le banche di credito cooperativo» ha tagliato corto Allessandro Azzi, presidente di Federcasse.

PIAZZA AFFARI FESTEGGIA - Intanto in Borsa i titoli delle varie popolari sono schizzati. Ieri Bpm ha visto lievitare le sue quotazioni di quasi il 15%, Ubi Banca ha chiuso a +9,70%, progressi oltre l'8% per Bper e Banco Popolare. L'ondata di acquisti ha interessato anche i titoli di istituti minori come Popolare Sondrio e Popolare Etruria con rialzi dell'8%. Il buon rendimento di questi titoli è proseguito anche nella giornata odierna con Bper in salita del 5,59% e Banco Popolare del 5,29% (ore 15).