22 ottobre 2019
Aggiornato 17:30
Le imprese italiane investono all'estero

Contrordine: l'Italia compra «Made in Germany»

Anche gli Italiani fanno shopping di aziende in Germania. Se negli ultimi anni hanno fatto eco le acquisizioni del gruppo Volkswagen (Ducati o Italdesign), le imprese nazionali non sono state con le mani in mano, con Sambonet che ha preso il controllo delle porcellane Rosenthal.

ROMA - Anche gli Italiani fanno shopping di aziende in Germania. Se negli ultimi anni hanno fatto eco le acquisizioni del gruppo Volkswagen (Ducati o Italdesign), le imprese nazionali non sono state con le mani in mano, con Sambonet che ha preso il controllo delle porcellane Rosenthal. Ma soprattutto, ogni mese c'è almeno un'acquisizione in Germania che parla italiano. E' quanto ha sottolineato Edoardo Giacomelli, Responsabile Area Germania UniCredit International Center Italy, nel corso dell'incontro «Forum Germania» che la banca di Piazza Cordusio ha promosso a Torino con una cinquantina di imprenditori torinesi.

GIACOMELLI: LE IMPRESE ITALIANE GUARDANO ALLA GERMANIA - «Si tratta di operazioni di piccole dimensioni - spiega Giacomelli - che quasi mai conquistano più di un articoletto sui giornali come nel caso della De Longhi che ha preso i piccoli elettrodomestici Braun, ma costanti e più numerose di quanto si potrebbe supporre. Siamo i numeri uno mondiali in tantissime nicchie di prodotti - osserva Giacomelli -, compresa l'elettronica e la componentistica. Recentemente un'azienda italiana del triveneto ha comprato per 80 milioni di euro una azienda vicino a Norimberga, che produce componenti elettronici per motori elettrici».

I TEDESCHI LAVORANO DI PIÙ E MEGLIO - La Germania non è quindi soltanto un paese dove ci sono migliori opportunità di lavoro, ma è un territorio a cui le imprese italiane guardano con crescente interesse. Diversi i punti di forza secondo Giacomelli dei tedeschi: «C'è un sistema fiscale chiaro, un sistema legale efficace, un sistema sociale che aiuta le mini imprese: accanto ai contratti più costosi, ci sono i mini job da 450 euro al mese, e anche se mediamente il costo del lavoro è leggermente più caro dell'Italia si riesce a produrre a costi più bassi». A fronte di un contesto solido e in crescita, a fronte di pagamenti generalmente più puntuali che in Italia, alle nostre imprese viene richiesta innanzitutto «affidabilita, serietà, capacità di rispettare gli impegni». Tra gli handicap che impediscono una maggiore penetrazione nel mercato tedesco, oltre al nanismo generalizzato delle imprese italiane, il 94% ha meno di 5 dipendenti e non si puo' pretendere di fare miracoli senza un pò di struttura, l'incapacità caratteriale di fare rete. "L'Italiano non fa network - osserva Giacomelli - l'azienda all'estero si arrangia per conto proprio mentre il tedesco si associa e fa lobby: a Milano ad esempio c'è il club delle aziende tedesche».

LA FINANZA TEDESCA SOSTIENE L'EXPORT - E poi c'e' il sostegno tradizionale della finanza: «La Germania è stato il primo paese esportatore nel mondo fino al 2009 grazie a una società di assicurazione sul credito che si chiama Hermes (gruppo Allianz), che assicura i crediti dappertutto. L'imprenditore tedesco ha molta più facilità a vendere in mercati difficili grazie a questo supporto». Così come le banche tedesche che tradizionalmente hanno affiancato i clienti industriali all'estero. In questo contesto si inserisce l'azione di UniCredit, di affiancamento sempre più fisico al cliente imprenditore. «Siamo l'unico gruppo che ha una banca vera in Germania (la controllata Hvb, ndr) - sottolinea Attilio Ghiglione deputy manager di UniCredit Nord Ovest - Siamo presenti in 50 paesi e in 22 con banche del gruppo. La crisi ci sta insegnando che la banca deve avere un ruolo diverso per necessità, per la sopravvivenza di se stessa e dei clienti; non possiamo più permetterci di dare denaro e gestire assets ma dobbiamo avere la forza, la capacità e la concretezza di mettere a disposizione del mercato le competenze e le strutture, in questo caso anche la nostra distribuzione geografica, per aiutare gli imprenditori ad acquisire quote di mercato».

PER L'ITALIA, GUARDARE ALL'ESTERO È UNA NECESSITÀ - Andare all'estero con il mercato interno fermo non è più una scelta , ma una necessità, dice ancora Ghiglione, e le banche devono stare in campo accanto alle imprese. Un ulteriore stimolo dovrebbe venire dai titoli Bce. UniCredit, ricorda Ghiglione, ha chiesto 15,5 miliardi di Tltro di cui la metà destinati alle imprese italiane. «C'è una volontà molto forte di dare credito e pensiamo che incontri come questo di Torino siano molto utili ad erogare credito perché significa fare interventi strutturali sulle aziende per farle produrre all'estero con continuità». Insomma, almeno nella mentalità, nell'approccio alla clientela, si è voltato pagina, assicura il manager di Unicredit, anche se l'incertezza non favorisce una svolta rapida: «L'aspetto emotivo di questa crisi frena l'imprenditore dal fare investimenti di medio lungo periodo. Noi nel passato abbiamo anche peccato di autoreferenzialità, sapevamo fare le cose, ci dicevamo che eravamo belli e bravi, ma non abbiamo messo queste capacita' a disposizione, ora non possiamo piu' permettercelo, dobbiamo stimolarli». Quella di Torino e' soltanto una tappa di un tour sui mercati esteri che la banca ha in calendario: «saremo a Savona per un convegno sul Nord Africa - dice Ghiglione -, poi avremo un forum sulla Serbia, e un altro sulla Cina».