14 novembre 2019
Aggiornato 17:30

Mister Giampaolo, non poteva essere tutto sbagliato

L’esonero dal Milan conferma i limiti del tecnico, ma mette a nudo anche difetti ed errori di una società che non lo ha supportato, aiutato e difeso a dovere

Marco Giampaolo, la sua avventura milanista è durata poco più di 100 giorni
Marco Giampaolo, la sua avventura milanista è durata poco più di 100 giorni ANSA

MILANO - Cento giorni. Tanto è durato il regno milanista di Marco Giampaolo, tecnico apprezzato in estate da quello stesso Milan che con l’avvento dell’autunno lo ha scaricato come una scarpa vecchia, addossandogli tutte le colpe di un fallimento forse annunciato, ma forse anche evitabile a certe dimensioni e in certe proporzioni. Oggi quella sua frase «testa alta e giocare a calcio», detta in risposta al «testa bassa e pedalare» di Antonio Conte, stride nella stonata melodia del suo Milan che mai ha dato la sensazione di assomigliare al suo tecnico, mai è sembrato in crescita, anche perché forse mai è stato realmente il Milan di Giampaolo. A pagare, si sa, alla fine è sempre l’allenatore, ma che in una crisi matrimoniale la colpa sia al 100% solo di uno dei due coniugi è quanto mai improbabile.

Colpe parte 1

Diciamolo subito, Giampaolo ha le sue colpe, pesanti, a tratti spiazzanti, e le ha pagate tutte. Voleva dare un’identità coraggiosa alla sua squadra, ma il primo a non essere stato impavido è stato proprio lui che si è incaponito in quel 4-3-1-2 che con l’organico a disposizione era un azzardo che difficilmente avrebbe pagato (e infatti così è stato), salvo poi farlo sfociare in un paio di ibridi riconducibili ad un 4-3-3 mascherato o a un 4-3-2-1 che ha finito col mandare in confusione i suoi calciatori e pure sé stesso, ritrovandosi a non capire più se avesse rinnegato o meno le sue idee e le sue convinzioni. Nei rovesci contro Inter, Torino e Fiorentina, inoltre, l’allenatore abruzzese non ha saputo dare ai suoi calciatori quella carica e quella tempra che sarebbero servite ad un gruppo così giovane, mettendo alla luce quei limiti caratteriali che erano il cruccio principale dei dubbiosi sul suo conto.

Colpe parte 2

Ma dove finiscono le responsabilità di Giampaolo, ecco affiorare quelle della dirigenza, perché Paolo Maldini e Zvonimir Boban in appena cento giorni si sono trasformati dai suoi sponsor ai suoi detrattori e questo non soltanto a parole, perché una persona si può sfiduciare anche coi fatti. Giampaolo gioca col 4-3-1-2, è integralista tatticamente, sarà un difetto, un pregio, poco importa, lui è così e se lo scegli e sei convinto di farlo, allora devi supportarlo, ascoltarlo, fidarti di lui ciecamente. Il tecnico chiedeva ed ha chiesto un centrocampista con caratteristiche precise, prima Praet, poi Sensi, infine Veretout: non gli hanno comprato nessuno di essi. Chiedeva ed ha chiesto una seconda punta, gli hanno comprato solo esterni. Chiedeva tempo, forse non lo ha meritato, di certo gli hanno voltato le spalle pur andando davanti ai microfoni a dire che il Milan sapeva benissimo che allenatore avesse preso e che lo avrebbe sempre difeso, infine gli hanno comunicato l’esonero 48 ore dopo averlo fatto sapere al mondo intero.

Lezione

Non era il momento per un esperimento simile, perché questo Milan non poteva permettersi un azzardo così, aveva bisogno di una guida sicura, esperta, con le spalle larghe e forti, abbastanza da caricarcisi un ambiente sfiduciato e rabbioso, senza fare una piega. Giampaolo un fisico così non lo aveva, il peso del blasone milanista arrugginito lo ha schiacciato oltre le sue pur molteplici colpe e la scure si è abbattuta su di lui anche prima rispetto al dovuto, di tempo non ne ha avuto, proprio quel tempo che, parole sue nel giorno della presentazione, sarebbe dovuto essere il suo miglior alleato. Ci teneva veramente tanto a questa grande occasione, i critici con lui sono stati durissimi, probabilmente anche i tifosi, più per esasperazione che per accanimento.

Futuro

Marco Giampaolo è una brava persona, un professionista serio, è innamorato del calcio e del suo lavoro, nei suoi cento giorni rossoneri ha dato l’anima per la causa, ma c’è un tempo per ogni cosa, un’epoca per ogni storia. Ha sbagliato tantissimo, probabilmente non era all’altezza di una piazza come Milano, ma non è stato l’unico colpevole, tutt’altro. Per sua stessa ammissione se l’era meritata questa possibilità, ora avrà tempo di riflettere su cosa non è andato, su cosa potrà migliorare; un’altra occasione arriverà, altrove, ma arriverà, forse allora sarà una storia diversa, questa, come cantava Fabrizio De André, è stata una storia sbagliata.