24 settembre 2021
Aggiornato 02:30
Metodo Zamboni

Sclerosi Multipla: il metodo Zamboni è inefficace?

La comunità scientifica, attraverso rigorosissimi studi, boccia definitivamente il metodo Zamboni: i pazienti non hanno ottenuto alcun miglioramento dopo l’intervento di angioplastica

Sono molti i pazienti affetti da Sclerosi Multipla che negli ultimi anni hanno riposto il massimo delle loro speranze nel cosiddetto metodo Zamboni. Si tratta di una tecnica ideata dal professor Paolo Zamboni, esperto di chirurgia vascolare e direttore del centro malattie vascolari dell’università di Ferrara. È stato lui il primo a trovare una stretta relazione tra la malattia e un problema circolatorio che coinvolge il sistema nervoso centrale. Tuttavia ora si sollevano alcune polemiche e perplessità secondo le quali la teoria su cui si basa il metodo non avrebbe sufficienti fondamenti scientifici e quindi la tecnica utilizzata sarebbe inefficace.

Cos’è il metodo Zamboni
Il metodo Zamboni – ancor oggi causa di scetticismo per buona parte della comunità scientifica – si basa su un’ipotesi che ha fatto la sua comparsa per la prima volta verso la fine del 2008. Secondo tale tesi, la sclerosi multipla sarebbe provocata da un disturbo vascolare: un’insufficienza cerebrospinale venosa cronica causata da un restringimento dei grossi vasi sanguigni del collo e torace deputati all’irrorazione del sistema nervoso centrale. Tutto ciò provocherebbe un ristagno di sangue, accumulo di sostanze tossiche e una reazione infiammatoria che provocherebbe danni al cervello e al tessuto nervoso centrale.

L’intervento
Il metodo Zamboni prevede la risoluzione del problema attraverso la chirurgia: eliminando l’ostruzione a livello delle giugulari si eviterebbe l’accumulo di sostanze tossiche, ottenendo diversi giovamenti, riduzione della sintomatologia e rallentamento della progressione.

Il metodo è di provata efficacia?
Fin dal primo momento – e in seguito a numerosi dibattitti scientifici – sono state avviate diverse procedure allo scopo di verificare la fattibilità e l’efficacia del metodo. Uno di questi è il protocollo di sperimentazione promosso dall’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM). L’obiettivo era quello di valutare l’effettivo legame tra il disturbo vascolare e la sclerosi multipla. Proprio in questi giorni ci vengono offerte delle risposte in merito.

I risultati dello studio
Secondo quanto è emerso dallo studio denominato Brave Dreams, finanziato dalla Regione Emilia Romagna e promosso dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara, il metodo sarebbe inefficace. I risultati, infatti, «hanno consentito di dare una risposta forse definitiva alla controversia sulla efficacia dell’angioplastica», scrive l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara in un comunicato stampa.

Perché non funziona?
La maggior parte dei pazienti inclusi nello studio, che hanno eseguito un intervento di angioplastica, non avrebbero ottenuto alcun miglioramento. E il decorso naturale della malattia sarebbe progredito come di consueto. Anche l’accumulo di nuove lesioni cerebrali sarebbe stato esattamente identico ai pazienti che non hanno effettuato l’angioplastica. Lo studio ha utilizzato parametri rigorosissimi di valutazione secondo metodi oggettivi e misure di outcome. Dai risultati ottenuti nessuno dei pazienti sottoposti ad angioplastica ha manifestato alcun miglioramento, né in termini di lesioni né in termini di disabilità.

Il trattamento non è indicato
«Lo studio di Zamboni e colleghi è in linea con le ipotesi scientifiche di questi ultimi anni. Conferma che il trattamento con angioplastica non è indicato nella sclerosi multipla. È doveroso che tutti i ricercatori diano sempre informazioni scientifiche corrette e chiare alle persone con SM che devono decidere della propria vita», ha concluso Mario Alberto Battaglia, Presidente della FISM, Fondazione Italiana Sclerosi Multipla. I risultati sono stati pubblicati online da Jama Neurology e presentati da Zamboni durante la Veith Symposium a New York.