18 agosto 2019
Aggiornato 17:30
Rcierca

Linfomi e leucemia, ricercatori italiani scoprono il tallone di Achille

Un nuovo studio dell’Ifom di Milano individua quello che potrebbe essere il tallone di Achille di alcune forme aggressive di tumori del sangue come il linfoma non-Hodgkin. La scoperta apre nuove prospettive di cura per linfomi e leucemie

Scoperto il tallone di Achille dei linfomi e leucemina
Scoperto il tallone di Achille dei linfomi e leucemina Shutterstock

MILANO – Una scoperta che potrebbe portare a una svolta nel trattamento dei linfomi e delle leucemie. I ricercatori dell’Ifom di Milano hanno individuato dei meccanismi attraverso cui una proteina – la BCR – controlla lo sviluppo e la crescita delle forme aggressiva di Linfoma non-Hodgkin, un noto tumore del sangue. La proteina si ritiene avere lo stesso ruolo anche nella leucemia linfatica cronica.

I linfomi
I linfomi sono conosciuti anche come tumori del sangue, di cui fanno parte anche le leucemie. Nelle affezioni da linfomi vengono interessati i linfociti B, i ‘soldati’ del sistema immunitario atti a combattere nemici come virus e batteri. Tuttavia avviene che, in certi casi, le immunoglobuline o B cell receptor (Bcr) rimangono espresse sulla superficie dei linfociti B mutati a neoplastici, favorendo così la crescita del tumore. Proprio per questo motivo, Bcr si rende il bersaglio ideale per una terapia contro diverse forme di linfoma non-Hodgkin, così come la leucemia linfatica cronica, la più comune tra gli adulti.

Lo studio
Il dottor Stefano Casola, direttore del programma ‘Immunologia molecolare e biologia dei linfomi’ dell’Ifom di Milano, ha coordinato uno studio i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature. La ricerca stata resa possibile anche grazie alla Fondazione Armenise-Harvard e all’Airc. Qui, in un primo tempo, Casola e colleghi hanno osservato come nei topi con linfoma di Burkitt, una forma aggressiva di linfoma non-Hodgkin, le cellule tumorali private della Bcr continuassero a crescere. Al contrario, quando mantenevano la Bcr, queste cellule morivano rapidamente.

La svolta
Dopo questa prima fase di studio, grazie anche alla collaborazione con il prof. Fabio Facchetti dell’Università di Brescia, e il prof. Maurilio Ponzoni dell’Università Vita Salute San Raffaele di Milano, si è passati dallo studio su modello animale all’analisi di campioni umani di linfoma di Burkitt. «I risultati osservati nei topi di laboratorio ci hanno entusiasmato e spronato immediatamente a verificare l’esistenza di un meccanismo analogo nei corrispondenti linfomi umani – spiega Maurilio Ponzoni – e questo nonostante i risultati non fossero del tutto in linea con quanto finora universalmente accettato».
«Analizzando un’ampia casistica di biopsie di linfoma di Burkitt – aggiunge Fabio Facchetti – rigorosamente selezionata con test genetico-molecolari, e utilizzando metodiche di morfologia molecolare a multipli marcatori, è stato possibile dimostrare che una parte di questi tumori non esprimono il Bcr, talora nella larga maggioranza delle cellule linfomatose, in altri casi in una frazione».

Il rischio con i farmaci anti-Bcr
Lo studio mostra come le attuali terapie possano avere degli effetti imprevisti. «Mentre i farmaci anti-Bcr inibiscono la maggioranza della popolazione tumorale di linfomi e leucemie che esprimono il Bcr, essi rischiano paradossalmente di favorire la crescita di rare cellule tumorali prive del Bcr, che a loro volta possono rendersi responsabili di una possibile ripresa della malattia – sottolinea Stefano Casola – Grazie a studi in topi di laboratorio abbiamo identificato un tallone di Achille, per così dire, delle cellule di linfoma prive del Bcr. Abbiamo scoperto che queste cellule sono particolarmente sensibili a stress nutrizionali, e questo le rende bersagli preferenziali di farmaci quali la rapamicina».

Rivedere le attuali procedure
I risultati dello studio, commenta il dott. Casola, «se confermati in studi clinici prospettici, potrebbero portare alla revisione delle attuali procedure diagnostiche e terapeutiche di pazienti affetti da linfomi e leucemie a cellule B. Infatti, combinando un semplice test di laboratorio ad analisi istologiche su materiale ottenuto da biopsia o da un esame del sangue, si potrebbe monitorare lo stato del Bcr nella popolazione delle cellule tumorali. Queste informazioni – conclude Casola – potrebbero aiutare l’oncologo a progettare terapie personalizzate in cui a inibitori farmacologici del Bcr possano eventualmente essere abbinati farmaci quali la rapamicina per combattere la complessità e l’eterogeneità del tumore».