9 agosto 2020
Aggiornato 19:30
L'intervista

Fioramonti: «Sono stato al governo e vi dico: sono degli incapaci»

Al DiariodelWeb.it parla Lorenzo Fioramonti, oggi deputato del gruppo misto, ma fino a dicembre ministro dell'Istruzione del governo Conte ed esponente M5s

L'ex Ministro dell'Istruzione, Lorenzo Fioramonti
L'ex Ministro dell'Istruzione, Lorenzo Fioramonti ANSA

Dietro alle passerelle degli Stati Generali, alle conferenze stampa in streaming, ai comunicati accuratamente redatti da Rocco Casalino, insomma, dietro alla facciata mediatica e comunicativa, qual è il vero volto di Giuseppe Conte e del suo governo? Forse non c'è nessuno che possa rispondere a questa domanda meglio di Lorenzo Fioramonti, che fino allo scorso dicembre è stato economista di riferimento del Movimento 5 Stelle, ma soprattutto ministro dell'Istruzione. Prima di andarsene, dal partito pentastellato e dall'esecutivo, sbattendo la porta. Lui, che gli uomini che reggono in mano le sorti dell'Italia li ha conosciuti direttamente e da vicino, si è fatto un'idea precisa e ben poco lusinghiera della qualità della nostra attuale classe politica. E in questa intervista la racconta senza filtro al DiariodelWeb.it.

Onorevole Lorenzo Fioramonti, partiamo dall'ultima proposta economica del premier Giuseppe Conte. Cosa pensa dell'idea di tagliare l'Iva per rilanciare i consumi?
Personalmente, già l'anno scorso, proposi di rimodularla in senso equo e sostenibile. Ovvero, abbassando le aliquote su quei prodotti che vengono comprati soprattutto dalle persone meno abbienti, con uno spirito redistributivo.

Ci spieghi meglio.
L'Iva è un'imposta che colpisce tutti allo stesso modo, ma non tutti comprano le stesse cose. Se, ad esempio, aumento l'Iva sulle Ferrari, non incido sul ceto medio-basso; mentre se la abbasso o addirittura la escludo sul pane e sui beni di prima necessità, metto dei soldi in tasca a molte famiglie. Inoltre, si potrebbe aumentarla anche sui prodotti dannosi per l'ambiente o per la salute, così da scoraggiarne l'uso.

Quindi lei è d'accordo ad intervenire sull'Iva, ma non in modo lineare, bensì puntuale.
In questo modo aiuteremmo i poveri, incentiveremmo comportamenti virtuosi e creeremmo anche risorse in più per lo Stato. La proposta di Conte, al contrario, sarebbe costata dieci miliardi di euro: per questo non verrà realizzata. Proposte come queste le presentai anche quando ero al governo, ma non vennero ascoltate.

Per adottare misure del genere bisognerebbe fare politica, ovvero prendere decisioni, anche a rischio di scontentare qualcuno. Oggi, invece, l'impressione è che il governo preferisca distribuire mancette a pioggia, un po' a tutti.
Ha ragione. Manca una visione, un indirizzo, una prospettiva, quindi se si interviene lo si fa un po' a casaccio. E lo sostengo non solo dalla lettura dei giornali, ma perché queste persone le ho viste all'opera.

Appunto. Siccome con Conte ha lavorato fianco a fianco, ci può chiarire di che uomo stiamo realmente parlando? È l'unico leader politico che gode della fiducia degli italiani, come sostengono i sondaggi, oppure un antidemocratico pieno di sé, come afferma l'opposizione?
Avendolo conosciuto all'opera, non lo ritengo un antidemocratico. Sono anni, ormai, che il parlamento viene ridotto ad un ripostiglio degli esecutivi. E anche chi si lamentava dell'utilizzo smodato della fiducia, oggi che è al governo si comporta allo stesso modo, senza alcuna remora. Conte non è un dittatore, ma nemmeno uno statista. Lo ritengo, semmai, un avvocato: che difende il cliente che si trova in quel momento in studio, che si tratti di una vittima di stupro o di un pedofilo. Questo va bene in tribunale, ma non in politica.

Conte si presentò, in effetti, come «l'avvocato del popolo». Ma il suo cliente è davvero il popolo?
No, io penso che i suoi clienti siano stati sempre gli azionisti di riferimento della maggioranza del momento. Ieri era a suo agio a promuovere i decreti Sicurezza, a bloccare i porti e a sostenere Salvini nei casi Diciotti ed Open Arms. Oggi si trova altrettanto a suo agio con chi quei decreti voleva cambiarli: poi vedremo se lo faranno. Io, invece, credo che la politica sia soprattutto visione. Nelson Mandela diceva che un politico non deve ascoltare solo cosa dicono le persone, ma ciò in cui crede.

Quando questa visione manca, ci si mette solo al vento del risultato dell'ultimo sondaggio.
Esatto. Il presidente del Consiglio ha gestito questi due governi con molta disorganizzazione e improvvisazione, passando continuamente da un annuncio alla sua smentita. E questi giornalisti disperati continuano a dare retta alle esche che lui gli tira.

Oltre che del governo, lei fino a poco fa è stato un elemento di spicco del Movimento 5 stelle. Cosa sta succedendo ora? C'è una guerra tra correnti tra Di Battista e Conte?
Sinceramente non lo so. Non amo i retroscena: penso che, a volte, si cerchi di vedere chissà quali strategie dietro ad atteggiamenti improvvisati e irrazionali. Questa narrazione sostiene l'idea di una classe politica, magari spregiudicata, ma comunque capace. Invece credo che siamo entrati ufficialmente nell'era dell'incapacità: di una politica estemporanea, caotica, decisa al volo senza curarsi delle conseguenze.

Si vive alla giornata?
Su tutto. Con molta disorganizzazione, nella gestione del governo e dei rapporti con i ministeri. La regia è pessima.

Che effetto le fa leggere l'indiscrezione sui presunti soldi ricevuti dal Venezuela, in un periodo in cui lei era ancora nel M5s?
Io non ci credo. Sarebbe un fatto davvero grave, ovviamente. Ma realizzare una cospirazione finanziaria internazionale richiede una struttura organizzata, una procedura complessa. Il M5s che ho conosciuto io non sarebbe mai in grado di farlo. Loro prendono le decisioni alla sera, a cena, davanti a una pizza al taglio.

Un cambio di leadership potrebbe servire al Movimento?
La leadership ha certamente un impatto. Ma se l'autobus non funziona, al volante ci si può mettere anche Alain Prost e quello non si muoverà. Se nel partito non ci sono regole, non si capisce chi decide e in che modo, un giorno si fa una cosa e quello dopo il contrario, allora il leader dovrebbe fermare tutto e imporre una struttura trasparente. Altrimenti vivrà anche lui alla giornata, finché non verrà detronizzato dal leader successivo.

Quindi non basta mettere Di Battista al posto di Di Maio?
No. Tra l'altro io e Luigi Di Maio abbiamo avuto momenti di grande divergenza ideologica, ma gli devo riconoscere che almeno teneva il Movimento sotto controllo. Era bravo a fare il factotum, il giocoliere: rispondeva al telefono, provava a fare politica, si inventava una linea. Sono convinto che altri non siano altrettanto capaci.

Ieri è circolata una bozza con le linee guida per la riapertura delle scuole, ma ancora molto generica. Da ex ministro dell'Istruzione, cosa pensa oggi, vedendo che non si è ancora deciso come si tornerà in classe a settembre?
Mi sono confrontato per un anno e mezzo con questo problema: la totale mancanza d'interesse nei confronti della scuola, dell'università e della ricerca. Non è che non ci fosse un interesse spiccato, non gliene fregava proprio niente. Oggi vediamo l'effetto di tutto questo: abbiamo i ragazzi a casa, le famiglie disperate e non sappiamo cosa accadrà a settembre. In una situazione di normalità si può anche continuare a galleggiare, ma quando arriva una crisi, allora il problema è grosso. Ai parlamentari allarmati per la situazione della scuola chiedo dove fossero quando, da ministro, mi impuntavo. Se avessero fatto pressione allora, forse avremmo evitato tanti di questi disagi.

Per questo motivo decise di dimettersi?
I giornali lo hanno raccontato come se mi fossi svegliato una mattina. Senza dire che, per un anno e mezzo, ho fatto i salti mortali, mi sono sgolato, fino a minacciare addirittura le mie dimissioni, privatamente e pubblicamente, ma senza sortire un effetto. Perché il muro di gomma contro il quale mi scontravo era troppo spesso. Se il presidente del Consiglio avesse avuto meno disinteresse, prima degli Stati Generali dell'economia, avrebbe convocato almeno una giornata secca sulla scuola. Almeno per fare finta di pensarci. Invece non sono riusciti a fare nemmeno questo.