26 ottobre 2020
Aggiornato 15:30
L'intervista

Guido Crosetto: «Italia, stai attenta: il vero tsunami economico non è ancora arrivato»

Il cofondatore di Fratelli d'Italia, Guido Crosetto, al DiariodelWeb.it: «Io lanciai l'allarme economico già due mesi fa. Il governo non l'ha compreso neanche oggi»

Guido Crosetto
Guido Crosetto Ufficio Stampa

Riavvolgiamo il nastro e torniamo allo scorso febbraio, quando sull'Italia, primo tra i Paesi occidentali, si abbatteva la pandemia del coronavirus. Allora, a questo contagio dai contorni ancora pressoché sconosciuti, il governo (come del resto anche molte istituzioni locali) reagiva con un intervento di prevenzione e cura tardivo e poco organico. Difficile però fargliene una colpa, anche perché Conte è in buona compagnia: molti altri premier in giro per il mondo non hanno compreso e dunque risposto con la fermezza che la circostanza meritava. Si trattava pur sempre di una situazione tragicamente inedita, per tutti.

Quello che differenzia il nostro dalla maggior parte degli altri Stati, e che è dunque molto più difficile da perdonare, è la gestione dell'emergenza economica. Anche su questo fronte da Roma non sono giunte soluzioni potenti e rapide, nella vana speranza che Bruxelles battesse un colpo, ma soprattutto nel contesto di un quadro che si faceva a tinte sempre più fosche. E che, questo sì, era ben più facile da prevedere. Bastava ascoltare, tra gli altri, le parole di un attento osservatore che questo grido di allarme lo lancia ormai da mesi: l'ex deputato e sottosegretario Guido Crosetto. Il DiariodelWeb.it ha raggiunto il cofondatore di Fratelli d'Italia proprio alla vigilia della grande manifestazione del 2 giugno convocata dal suo partito.

Guido Crosetto, domani Fdi scenderà in cento piazze italiane. Ci sarà anche lei?
No, ormai mi considero ai margini della politica attiva e quindi mi tengo fuori dalle manifestazioni di piazza.

Qual è il messaggio che vuole lanciare il partito che ha fondato?
Quello di una gravità incompresa. Dal punto di vista economico e, conseguentemente, sociale.

Che il governo non avesse compreso la gravità della situazione all'inizio della pandemia, glielo si poteva anche concedere. Ma se non l'ha compresa nemmeno oggi, viene da chiedersi se non sia proprio inadeguato.
L'inadeguatezza della risposta iniziale, dal punto di vista sanitario, è comprensibile, perché nessuno al mondo aveva capito cosa fosse questo virus. Diverso è l'aspetto economico. Io, che mi ritengo una persona normale, registrai il primo video sulle conseguenze economiche già sessanta giorni fa, uscendo da un limbo in cui mi ero confinato da mesi. Tutto ciò era visibile fin dall'inizio. Così come adesso, a chi è abituato a guardare avanti, è evidente il disastro che sta arrivando.

Quale disastro?
Tutti pensano che, una volta conclusa l'emergenza sanitaria, l'economia ripartirà, settimana dopo settimana, e alla fine tornerà come prima. No. Lo tsunami economico non è ancora arrivato: è giunta solo la prima ondata, che non sarà nemmeno quella peggiore.

Quando si aspetta l'ondata peggiore?
In autunno, e poi il prossimo anno.

Quindi quelli che sostengono che nel 2021 staremo meglio che nel 2020 sbagliano?
Nel 2021 chi rimarrà in vita potrà iniziare a ricostruire. Ma le ripercussioni di ciò che è accaduto arriveranno nei prossimi mesi. Oggi le aziende stanno facendo i conti con l'impossibilità di licenziare: aspetti che finisca, e vedrà cosa succede. Anche ora che hanno riaperto, non è tutto come prima: gli ordini non ci sono, le vendite stanno calando, si sono persi clienti. Questo vale per le imprese, anche quelle leader mondiali, così come per gli studi professionali. E non voglio nemmeno parlare del turismo. Centinaia di migliaia di persone hanno perso tutto il loro reddito, milioni di persone l'hanno visto fortemente ridotto. E gli effetti peggiorano mese dopo mese.

Anche perché non si potrà andare avanti per sempre con le misure di sostegno.
Pensiamo a quelle famiglie che prendono 924 euro di cassa integrazione, ma erano abituate a guadagnarne oltre 1200. Possono resistere per uno o due mesi, poi con quella cifra non riusciranno a vivere. Man mano che passa il tempo sprofonderanno sempre di più in un baratro che non potrà non avere conseguenze sociali. Quando si accorgeranno che non si tratta di una situazione momentanea, perché l'azienda non riuscirà più a integrarli, e quindi le loro aspettative di rientrare non si avvereranno... Purtroppo, sono convinto che non abbiamo ancora visto il peggio.

Se lei questo scenario lo dipingeva già mesi fa, come è possibile che il governo, con le centinaia di consulenti delle loro task force, non se ne siano resi conto?
Chi pensa che se ne rendano conto i professori universitari, o i manager delle grandi multinazionali, che magari non hanno subìto perdite sostanziali, ha sbagliato tutto. Basta vivere nella realtà e non nelle statistiche per capire cosa succede. Le analisi e le interpretazioni dei centri studi lo registrano solo a mesi di distanza dalla vita reale.

Dunque il problema è che chi prende le decisioni è completamente staccato dal Paese reale?
Non si sono nemmeno resi conto di quale sia il Paese reale, e dell'impatto che ha ricevuto. Parliamoci chiaro: qui c'è troppa gente convinta che in Italia siano tutti evasori e abbiano l'oro nascosto sotto le mattonelle, mentre non è così. Ci sono molti evasori, ma la possibilità di sopportare questa crisi è molto più bassa di quanto alcuni pensassero. Sono forse scemi gli americani e i tedeschi, tanto per citare due nazioni dove storicamente c'è stato un limitatissimo intervento dello Stato in economia? Come mai hanno messo sul tavolo centinaia o migliaia di miliardi? Perché hanno capito che il buco creato con il Covid poteva essere recuperato solo dal pubblico.

Perfino i più strenui custodi del rigore hanno capito che serve liquidità.
E l'hanno già fatto, in tempi veloci, cercando di ammortizzare la mazzata. In parte ci sono riusciti. Il loro errore, semmai, di cui la Merkel si è resa conto e a cui sta cercando di rimediare, è stato pensare che bastasse salvare se stessi. Invece non è così, perché se muore tutto il contesto intorno a loro, muoiono anche loro.

In Italia, intanto, si aspettano i soldi dell'Europa.
Noi siamo rimasti praticamente fermi, confidando in una risposta esterna. Che è giusto invocare, ma che doveva innestarsi su una risposta interna forte e tempestiva. Risposta che non c'è stata, per mancanza di coraggio e di consapevolezza. La cassa integrazione ha senso, perché non possiamo permetterci che la gente muoia di fame, ma poi bisognava predisporre una strategia ragionata e complessiva per uscire dalla crisi. Ci sono aziende che dobbiamo necessariamente salvare, perché una volta morte non si ricostituiranno più.

Ad esempio?
L'ho detto anche ai membri del governo: basta prendere l'elenco di chi ha esportato. Il nostro export, in qualunque settore, è il campione che ci consente di strappare ricchezza dall'estero e portarlo in Italia. Chi ha, per know how, per design, per storia, per innovazione, per capacità, la possibilità di costruire in Italia e vendere all'estero va difeso. Poi c'è il mondo del turismo, dell'enogastronomia: quelli che fanno in modo che il denaro dall'estero venga da noi. Su questi due pilastri si preserva il nostro futuro. Infine ci sono le riforme che si potrebbero fare a costo zero.

Cosa intende?
Non si può pensare, perfino in questa situazione di crisi profonda, di andare avanti con queste assurde regole burocratiche, fiscali, tributarie, legali, che paiono concepite apposta per distruggere la libertà d'impresa. Almeno in questo momento, si abbia il coraggio di attenuarle, cambiarle, sospenderle. Sono mesi che si invoca la riforma del codice degli appalti, ma nessuno si è messo in testa che abbiamo decine di miliardi, già stanziati nel bilancio pubblico, che non riusciamo a spendere perché la burocrazia ci metterà cinque o dieci anni.

Stiamo parlando di prendere decisioni. Che dovrebbe essere il ruolo della politica, anche a costo di scontentare qualcuno.
Scegliere, decidere, guidare. Prima di aspettare le risorse dell'Europa, avrei dato dimostrazione di saperle trovare in Italia, anche prendendo misure impopolari.

Insomma, abbiamo un governo inadeguato?
Non parlerei di inadeguatezza. Il governo ha fatto un'altra scelta: ha deciso di non indicare una linea di sviluppo del Paese, ma di massimizzare la sopravvivenza. Ha deciso di privilegiare uno Stato assistenziale, che cerca di curare la povertà, piuttosto che eliminarla creando ricchezza. Non credo che il governo sia stupido e incapace, semmai che abbia scelto consapevolmente e legittimamente una strada che io non avrei scelto.

In altre parole, è un governo di sinistra, per quanto riguarda la politica economica?
In realtà nel mondo non esiste nemmeno più una sinistra che pensi di poter sopravvivere senza aziende, imprese, creatori di ricchezza. Secondo me è un approccio che ha poco di politico. Piuttosto è relazionale.

E come è possibile che un governo così rimanga in piedi senza che si riesca a intravedere un'alternativa?
Perché le alternative si costruiscono con maggioranze politiche. E noi siamo fermi a un voto rispetto al quale sembrano passati secoli. Questo parlamento, sicuramente, ha interesse a far rimanere in piedi questo governo.

Per il solito attaccamento alla poltrona?
Quando lo vedono da fuori tutti lo criticano, ma il 99% delle persone, se fosse lì dentro, ragionerebbe allo stesso modo. Ne conosco pochi che rinunciano al loro posto di propria volontà.

Lei lo ha fatto, quindi ha titolo per parlarne. Cambiando argomento, un'altra questione su cui si è fatto sentire molto negli ultimi giorni è quella della giustizia.
Un'altra motivazione per cui questo Paese non potrà mai crescere. Nessuno, all'estero, può comprendere come sia possibile che in Italia non si riesca mai a sapere se hai fatto tutto a norma di legge. Oppure può concepire una magistratura così protagonista come la nostra.

Leggere le intercettazioni di un magistrato del Csm che sostiene di dover attaccare Salvini per motivazioni puramente politiche è inquietante.
Certo, ma non è una novità, per chi ha militato nel centrodestra italiano.

Siamo ancora ai tempi di Berlusconi?
Ma usciamo anche dai confini della politica: noi rimborsiamo 27 mila persone ingiustamente detenute, benché sconosciute ai più. Abbiamo mezzo Paese che si scandalizza perché un cittadino egiziano viene trattato male in prigione in Egitto, e questo ci rende onore. Ma nessuno si scandalizza per le migliaia di italiani che in questo momento sono in carcere, in attesa di giudizio, senza riuscire nemmeno a parlare con un magistrato. Delle cui celle, sostanzialmente, hanno buttato la chiave. Nessuno si scandalizza di veder pubblicate intercettazioni, comprese quelle di Palamara che a me non è certo simpatico, che non hanno nulla di penalmente rilevante. Pensate cosa significherebbe se fossero trascritte su un giornale e magari tagliate ad arte le vostre conversazioni con vostra moglie, vostro fratello, un vostro collega di lavoro.

Ha parlato di burocrazia, di economia, di giustizia. Questo significa che viviamo in un Paese sostanzialmente irriformabile?
Per riformarlo occorrerebbe scontrarsi con una burocrazia che non vuole rinunciare al proprio potere e che è quella che scrive le leggi, con una magistratura che non vuole perdere il proprio ruolo dominante, con una classe imprenditoriale che con lo Stato non parla ma lo invoca quando ne ha bisogno, con una classe dirigente a cui il Paese importa poco e che quando può se ne va all'estero. Occorrerebbe una forza e un coraggio che non so se esista.

Giorgia Meloni ce li può avere?
Giorgia Meloni ha la libertà e il coraggio, ma da sola non basta. Serve una parte politica forte, che abbia più del 50% e un programma comune. E la stessa forza serve a sinistra, altrimenti ci rimette il Paese.