27 novembre 2020
Aggiornato 18:00
Le preoccupazioni del Ministro

Luciana Lamorgese: «Di Matteo Salvini non parlo. Serve igiene delle parole e dei comportamenti»

Il Ministro dell'Interno intervistato da La Repubblica: «L'indifferenza è qualcosa di persino peggiore del negazionismo o del riduzionismo. O, se si vuole, ne è la conseguenza»

Il Ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese
Il Ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese ANSA

ROMA - «Del senatore Matteo Salvini non parlo. È una regola che mi sono data e a cui non intendo derogare. E non lo dico in tono polemico, davvero. Lo dico perché trasformerebbe quello che mi sta a cuore dire e le ragioni e il senso di questa conversazione in un'altra cosa. Io dico che la Politica, tutta, a prescindere dunque dagli schieramenti, dalle legittime convinzioni di ciascuno, ha urgente bisogno di una igiene delle parole e dei comportamenti. Anche perché la mancanza di igiene e la progressiva assuefazione all'odio ha già prodotto un effetto esiziale». Così il Ministro dell'Interno Luciana Lamorgese a La Repubblica.

«L'indifferenza è qualcosa di persino peggiore del negazionismo o del riduzionismo. O, se si vuole, ne è la conseguenza. A forza di non far caso alle enormità che ascoltiamo o a quello cui assistiamo, a forza di pensare che, appunto, al significante delle parole non corrisponda un significato, e dunque in fondo non ci sia poi da preoccuparsi, questo Paese rischia di ritrovarsi in un tempo che abbiamo sempre pensato non si sarebbe mai potuto ripetere. So che la narrazione riduzionista tende a banalizzare, a smussare, sopire. Ma non è una buona strada. Vede, tempo fa, ascoltando la Segre, quello che mi colpì della sua testimonianza fu il racconto dell'indifferenza che accompagnava le famiglie di ebrei ai vagoni piombati verso i campi di sterminio. 'Eravamo invisibili', diceva la Segre. 'Ci vedevano portare via, ma era come se non esistessimo. Come se fossimo trasparenti, perché diversi da loro'. Ecco, l'indifferenza. L'indifferenza è imperdonabile».

Per questo Lamorgese ricorda di aver «riattivato il Centro di coordinamento delle attività di analisi e scambio che fa capo alla Presidenza del Consiglio e che vede impegnati anche altri dicasteri, come quello alla Giustizia e all'innovazione tecnologica, oltre alla stessa Presidenza, proprio per contrastare e contenere il contagio dell'odio».

«L'odio è emergenza»

«Sono piuttosto preoccupata, e lo sono da ministro dell'Interno e da donna delle Istituzioni, quale sono evidentemente per funzione, ma, soprattutto, quale sento di essere come cittadina e come sono sempre stata. Le lettere al fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari, i messaggi di odio al direttore Carlo Verdelli, sono in sé, e sottolineo in sé, un fatto di estrema gravità. Perché vede, non ha importanza, alla fine, quale tipo di sostanza risulterà essere la polvere che contenevano quei plichi indirizzati a Scalfari. E dunque scoprire che magari si tratta di gesso, o, al contrario, di sostanza stupefacente, o chi sa cos'altro. Né ha importanza sapere quali siano le reali intenzioni di chi manifesta il suo odio contro Verdelli sulla rete o con lettere private. O cosa avesse in testa chi a gennaio ha telefonato alla redazione del vostro giornale annunciando una bomba. Quel che conta è il gesto. Perché il gesto, in sé, indica insieme un'emergenza e un fallimento».

«Voglio che Eugenio Scalfari, Carlo Verdelli, la redazione di Repubblica e tutti coloro che lavorano al giornale sappiano che gli sono vicina. E, mi creda, non è una clausola di stile. È un dovere che sento. Per due ragioni. La prima è perché so cosa si prova a essere oggetto di messaggi d'odio. È successo anche a me dopo aver autorizzato lo sbarco dovuto, perché legittimo e nel pieno rispetto della legge, dei migranti a bordo della Open Arms. Io non ho account social, come tutti sanno, e sono stati i miei figli a raccontarmi il florilegio di epiteti che mi è stato rovesciato addosso dopo quella decisione. 'Feccia di donna' credo sia stato il più garbato. Gli altri sono irripetibili. La seconda ragione è che il fondatore di Repubblica, la sua storia e il lavoro di un grande giornale incarnano esattamente i valori che possono far argine a quella che ho definito un'emergenza» » culturale e civile. Che mette in discussione le ragioni stesse del nostro stare insieme».

«Assenza totale di pensiero»

«Del patto costituzionale nato dalla Resistenza antifascista e dalla mostruosità della Shoah. La scritta nazista di Mondovì, la violenza verbale riservata a Liliana Segre, lo stillicidio di manifestazioni razziste, xenofobe e direi più in generale il disprezzo per il cosiddetto 'diverso', che si tratti dello stigma inflitto per il colore della pelle, per ragioni di culto religioso o per le inclinazioni sessuali o per la semplice diversità di genere, dimostrano che è stato superato l'argine e dimostrano, per altro, il definitivo divorzio tra significante e significato nell'uso delle parole - prosegue - Nell'odio in cui siamo immersi c'è spesso assenza totale di pensiero. Assoluta ignoranza della storia. Nonché, il più delle volte, inconsapevolezza di quali ferite si aprano nel ridare corpo a certi fantasmi. È come se nel gesto di odio si riassumesse una nuova 'normalità', una declinazione come un'altra della cultura imperante dell'outing. Ebbene, io a questo fallimento non voglio rassegnarmi e penso non sia giusto rassegnarsi».