25 maggio 2022
Aggiornato 02:30
L'intervista

Mario Adinolfi: «Draghi è inadeguato ad essere il prossimo presidente della Repubblica»

Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia, ex deputato e giornalista, fa le carte ai microfoni del DiariodelWeb.it sull’elezione per il Quirinale che inizia oggi

Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia
Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia Foto: ANSA

Inizia oggi, lunedì 24 gennaio, con la prima seduta delle 15, l'attesissima elezione del nuovo presidente della Repubblica. Ma i ben informati dei retroscena politici sono già pronti a scommettere che, per arrivare alla fumata bianca, occorrerà attendere ancora parecchi giorni, forse anche oltre il quarto scrutinio di giovedì quando, per nominare il prossimo inquilino del Quirinale, sarà sufficiente la maggioranza assoluta. Nonostante le trattative procedano ormai da mesi, i partiti non sembrano avere ancora trovato una quadra e così dietro le quinte continua ad impazzare il famigerato toto-nomi. Per cercare di vederci più chiaro, il DiariodelWeb.it ha interpellato Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia, ex deputato e giornalista.

Mario Adinolfi, si è scagliato in maniera molto decisa contro l'elezione di Mario Draghi a Capo dello Stato. Perché lo ritiene inadatto?
È molto semplice. Il presidente della Repubblica, da Costituzione, è il simbolo dell'unità nazionale e il difensore della Carta. Due caratteristiche che Draghi ha perso.

Come mai afferma questo?
In generale alla luce della visione portata avanti dal Consiglio dei ministri del 5 gennaio: quello, per capirci, in cui viene varato l'obbligo vaccinale generalizzato over 50. E, in particolare, con l'ultimissimo Dpcm, con cui ha escluso addirittura dalla possibilità di ritirare la pensione o di rinnovare il passaporto i non vaccinati. A cui vanno aggiunti anche i vaccinati in prima o in seconda dose, che non hanno il rinnovo del super green pass.

Qual è stato l'effetto di queste decisioni?
Quello di spaccare in due in Paese, con norme che somigliano ad una sorta di apartheid: per cui chi si ritrova in quella condizione non può prendere un autobus, non può bere un caffè al bar, nemmeno all'aperto. Insomma, vive in una condizione di estrema difficoltà. E qui arriviamo alla seconda ragione.

Ossia?
La lesione di diritti costituzionali fondamentali, a partire da quell'articolo 1 che ricorda che la Repubblica è fondata sul lavoro. Invece milioni di italiani si ritrovano nella condizione di dover rinunciare allo stipendio per una loro libera scelta che è stata conculcata. Per non parlare dell'articolo 3 sull'uguaglianza di tutti i cittadini, o dell'articolo 32 sulla libertà di cura e sul diritto alla salute. Dunque il profilo di inadeguatezza è duplice: Draghi non è né simbolo dell'unità nazionale né garante della Costituzione repubblicana. Per il Popolo della Famiglia, non può essere eletto presidente della Repubblica.

Eppure l'altro candidato in campo, Silvio Berlusconi, ha annunciato il suo ritiro.
Per un verso o per l'altro ho attraversato trent'anni di elezioni per il Quirinale. Dunque so bene che è tradizione che il cavallo di razza non arrivi mai. Se si leggono i nomi dei presidenti della Repubblica, non si trova neanche un leader di partito. Sempre esponenti importanti, ma di secondo piano, indicati dai leader. E non è un caso: per una leadership di parte è stato sempre impossibile costruire quelle vastissime maggioranze necessarie. Ciò avrebbe dovuto avvertire Berlusconi della difficoltà del suo progetto.

Questo vuol dire che ci dobbiamo aspettare un Capo dello Stato debole?
No, perché i presidenti della Repubblica raramente sono stati deboli. Anzi, e qui viene fuori la mia cultura cattolica, emerge una sorta di grazia di Stato: anche il politico non di primissimo piano, una volta eletto ad una carica del genere, riesce a tirare fuori caratteristiche di grande solidità. La storia ci ha consegnato dodici presidenti non certo sbiaditi o marginali, ma figure di grandissima rilevanza. Dobbiamo aspettarci un tredicesimo nome probabilmente sorprendente, come sette anni fa lo fu la scelta di Sergio Mattarella, che nessuno aveva immaginato. Non mi aspetto uno sconosciuto, anzi: sarà una figura significativa, ma non colorata politicamente in maniera così netta.

Ha tracciato un identikit piuttosto preciso: ha in mente dei nomi in particolare?
Sì, certo: non brucio nessuno, ormai siamo arrivati a votare. Immagino che una figura come quella di Franco Frattini possa rappresentare la classica carta coperta, da poter giocare per costruire la quadra. Ha un passato istituzionale e politico solido, rappresenta una forte cultura giuridica, che è un'altra caratteristica necessaria. Mattarella era prima di tutto un fine costituzionalista, professore di Diritto all'università e giudice della Corte costituzionale. Insomma, profili come quello di Frattini sono molto simili alla bisogna.

E l'ex ministro degli Esteri sarebbe un buon presidente?
Non lo so, i presidenti vanno sempre misurati su strada. Non mi dispiacerebbe, nel senso che non è un presidente che mi spaventa, da cui rifuggirei. È uno dei nomi, ma non è ovviamente l'unico.

Si parla tanto della possibilità che venga eletta al Quirinale la prima donna.
Io non ho mai creduto a questi sondaggi in cui si presentano dieci nomi maschili e uno femminile, scelto più o meno a caso. Ma ci sono dei profili importanti: certamente la presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati, ma anche la Guardasigilli Marta Cartabia, o Elisabetta Belloni. Anche se mi spaventa un minimo l'entusiasmo che si è scatenato nelle ultime ore intorno a quest'ultima, che sarebbe piazzabile più o meno in ogni casella, compresa quella di premier, per fare arrivare Draghi al Quirinale. Questa versatilità improvvisa di un nome sostanzialmente sconosciuto agli italiani un pochino mi preoccupa, eppure anche questa figura viene trattata dai giornalisti e ha un suo peso.

Dalla rosa dei nomi che ha elencato mi sembra di capire che lei creda alla possibilità che, per la prima volta nella seconda Repubblica, il centrodestra riesca ad eleggere un proprio candidato.
Se il centrosinistra dovesse proprio impuntarsi c'è l'ipotesi di Pierferdinando Casini, che come sa circola molto forte. Ma se si costruisce il punto di unità perché uno ha passato tutte le piazze... Oggi è un senatore eletto a Bologna con i voti del Partito democratico, ma ha avuto anche un passato nel centrodestra. Non è il fatto di avere frequentato entrambe le coalizioni a definire la presunta imparzialità di un presidente della Repubblica. Però potrebbe essere questa la valutazione dei grandi elettori.

Non la convince?
Preferirei un profilo più chiaro, sul quale ci si ritrova tutti, accettando il fatto che il centrodestra è maggioranza relativa, molto significativa, di questo parlamento. La democrazia deve avere un senso: sia quando prevale il centrosinistra, come è sempre accaduto in queste elezioni per la presidenza della Repubblica, ma anche quando prevale nettamente lo schieramento opposto. Tendenzialmente penserei ad una figura più caratterizzata nella storia del centrodestra.