20 maggio 2022
Aggiornato 16:00
L'intervista

Borchia: «Questa crisi energetica può fare più male di quella finanziaria del 2008»

L’onorevole Paolo Borchia, europarlamentare della Lega e membro della Commissione energia, spiega al DiariodelWeb.it l’impatto e le soluzioni degli aumenti dell’energia

Paolo Borchia, europarlamentare leghista e membro della Commissione per l'industria, la ricerca e l'energia a Bruxelles
Paolo Borchia, europarlamentare leghista e membro della Commissione per l'industria, la ricerca e l'energia a Bruxelles Foto: Unione Europea

«Le bollette saranno l'emergenza nazionale del 2022, che non tutti hanno percepito». Parola del leader della Lega, Matteo Salvini, che al caro energia ha dedicato la prima conferenza stampa dell'anno a Montecitorio. Promettendo dunque che il suo partito lancerà una battaglia importante, dall'interno del governo Draghi, per arginare questo problema che sta assumendo sempre più proporzioni preoccupanti. Il DiariodelWeb.it ha interpellato l'onorevole Paolo Borchia, europarlamentare leghista e membro della Commissione per l'industria, la ricerca e l'energia a Bruxelles.

Onorevole Paolo Borchia, che impatto rischia di avere l'aumento delle bollette energetiche, in un momento in cui l'Italia insegue la ripresa?
Catastrofico. Assistiamo nella nostra quotidianità all'effetto dirompente che sta avendo, unitamente alle dinamiche delle materie prime, sull'aumento dell'inflazione. Un elemento che, storicamente, ha sempre ostacolato molto tutti i tentativi di uscire dalle recessioni. E così si rallenta quella spirale economica virtuosa che sembrava allontanarci dalle conseguenze della pandemia. Ho l'impressione che questa crisi energetica possa avere degli impatti ancora più devastanti di quella finanziaria del 2008.

Addirittura?
Purtroppo sì. La mia è una dichiarazione forte, ma non una sparata.

Di che cifre parliamo?
Secondo alcune stime, a mio modo di vedere abbastanza vicine alla realtà, l'impatto per l'Italia è stimato in 30 miliardi su base annua solo per l'energia elettrica, senza prendere in considerazione il gas.

Questo impatto riguarda sia le famiglie che le imprese?
Le conseguenze colpiscono tutti noi in maniera orizzontale: oltre alle famiglie più disagiate c'è anche la manifattura. Dove i settori più energivori stanno arrivando alla dolorosa decisione di lasciare a casa le maestranze per sospendere la produzione. Penso alle filiere del vetro, della ceramica, del cemento, dell'acciaio: comparti che si stavano riprendendo per effetto del Superbonus. Si tratta di una sconfitta per tutto il nostro sistema.

Il governo ha fatto abbastanza, finora?
Gli interventi sono stati doverosi e importanti. Purtroppo credo che sarà necessario intervenire ancora pesantemente. Sinceramente, avendo gestito per molti anni un'impresa, a me piange il cuore a vedere risorse pubbliche allocate per finalità diverse dagli investimenti, ma non ci sono alternative. Adesso le famiglie più vulnerabili vanno assolutamente aiutate, oltre ai settori dell'industria più sensibili alle variazioni del prezzo dell'energia.

E l'Europa ha fatto la sua parte?
È un peccato, perché se a livello comunitario ci fosse stato un approccio diverso non saremmo arrivati a questo punto. Serve più pragmatismo, meno ideologia e soprattutto più rispetto delle differenze tra gli Stati membri nelle possibilità di generare energia. Purtroppo ci ritroviamo un commissario come Timmermans, che ha responsabilità sul Green deal, che vede di buon occhio l'aumento dei prezzi delle fonti fossili.

La sua intenzione sarebbe quella di andare nella direzione delle energie rinnovabili.
Ma solo con le rinnovabili non possiamo soddisfare tutte le richieste di energia della nostra economia. Affidarci esclusivamente a quelle fonti, come qualcuno vorrebbe fare, ci espone a grossissimi rischi. L'eolico e il fotovoltaico, in prospettiva, meritano attenzioni, ricerca e investimenti, ma non possiamo nemmeno dimenticare le caratteristiche e i limiti del nostro territorio. Tra i vari aspetti su cui lavorare vedo anche l'idroelettrico, che ha il pregio di essere più programmabile. Bisognerebbe cambiare l'approccio verso questa fonte, a cominciare dall'allungamento della durata delle concessioni, come fanno le altre economie avanzate europee.

Ma in Italia abbiamo anche delle risorse di gas che ci potrebbero permettere di ridurre la dipendenza dall'estero.
Che, a mio modo di vedere, è una delle principali criticità per l'economia italiana. Non solo per questioni geopolitiche, ma anche di competitività. Avremmo seriamente bisogno di renderci più autonomi negli approvvigionamenti energetici. Abbiamo assistito a dibattiti molto aspri, ma le conseguenze che stiamo pagando oggi dimostrano che bisogna assolutamente valutare le risorse interne.

E per quanto riguarda il nucleare? La partita si potrebbe riaprire?
Mi rendo conto che il tema è delicato e divisivo. Gli italiani si sono già pronunciati, è vero. Ma si tratta di decisioni molto complesse: non so quanto sia opportuno che un Paese come il nostro le affidi al giudizio popolare di un referendum senza prima una campagna di informazione neutra e non schierata. Dagli anni '90 in poi una generazione di fisici ha lavorato con altri Paesi e nel resto d'Europa ne vediamo i risultati.

Cioè?
La Francia è addirittura nelle condizioni di poter esportare energia, mentre in Italia fronteggiamo un rischio di black out che non è stato sufficientemente percepito né dalla politica né dall'opinione pubblica. Adesso stiamo beneficiando di temperature non troppo rigide, che hanno limitato i consumi energetici rispetto alle previsioni. Ma non mi sembra il massimo della programmazione pregare affinché i mesi d'inverno che ci rimangano non siano eccessivamente freddi...

Le ideologie ambientaliste hanno rappresentato un freno?
Credo che il pregiudizio sia tra i nemici peggiori delle politiche energetiche. Si tratta di tematiche che vanno analizzate correttamente e onestamente, senza dividere l'opinione pubblica in tifoserie.

Pare che da Bruxelles stia cambiando il vento, in compenso.
L'approccio della commissione europea non è stato molto netto e rischia di finire per scontentare tutti. Ma c'è stata un'apertura alla possibilità di attribuire l'etichetta di investimenti sostenibili al gas e al nucleare: questo va nella direzione giusta. Paradossalmente la Lega è più favorevole, mentre Pd e M5s, che in teoria si professavano più europeisti, ora chiedono di fare marcia indietro...

La Lega oggi ha proposto anche di tassare gli extraprofitti di produttori, distributori e intermediari. Lei sarebbe d'accordo?
Chiaramente stiamo parlando di una fase eccezionale, senza precedenti nella storia dell'economia planetaria. Io sarei aperto a valutare anche questa ipotesi, valutando tempi e modi di procedere. Senza saccheggiare nessuno e senza fare assalti alla diligenza, ma con interventi di equilibrio e di buon senso.