18 gennaio 2020
Aggiornato 05:30
Intervista all'esperto Luigi Di Gregorio

Il futuro del centrodestra dopo il referendum: Salvini, Meloni e gli altri vincono solo uniti

Visto che gran parte della protesta riesce a intestarsela quasi per intero il M5S, per tentare di vincere il centrodestra non può che unirsi, a differenza di ciò che sta avvenendo in Francia.

ROMA - Luigi Di Gregorio è politologo e docente all’Università della Tuscia e all’Università Luiss. Lo abbiamo sentito per parlare di scenari che riguardano le «destre» alle prese con il dopo-referendum.

Professore, in che percentuale la destra può intestarsi la vittoria al referendum?
L’analisi dei flussi ci dice che il M5S ha votato graniticamente no. Nel centrodestra un quarto degli elettori ha votato sì. Se il centrodestra si vuole intestare, e chiaramente lo può fare, una parte di questa vittoria di certo non è una parte maggioritaria rispetto ai 5 Stelle.

Dopo la «santa alleanza» del no sembra tornata chiara la distinzione tra due «destre»: su legge elettorale, primarie, collocazione internazionale. Lo spartiacque del 5 dicembre cosa si candida a determinare nel cosiddetto centrodestra?
A pochi minuti dal responso del referendum due «alleati», Salvini e Brunetta, hanno dichiarato due cose completamente diverse: elezioni subito il primo, responsabilità del Pd sul portare gli italiani al voto il secondo. Segno che il centrodestra, che è sembrato unito contro Renzi, continua a essere in una fase costruttiva. Insomma, dal punto di vista interno ai partiti di coalizione questo «5 dicembre» non ha cambiato tanto.

Al di là della ricomposizione dell’alleanza le forze identitarie non riescono ancora a scalfire il Movimento 5 Stelle, che sarebbe vincente in ogni proiezione. Qual è la ricetta per intestarsi il podio in questo tripolarismo?
I populismi sono un fenomeno in crescita, spesso sono incarnati da movimenti in destra. Ma in Italia, come in Spagna, non è così. I 5 Stelle, infatti, hanno drenato diversi consensi ai movimenti sovranisti nostrani. Questo fattore genera un freno alla crescita di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni. Ulteriore elemento di difficoltà è che in Italia esistono due leader con due elettorati che si stanno sovrapponendo. Non vedo grandi margini di crescita per loro due, anche perché gran parte della protesta riesce a intestarsela quasi per intero il M5S. Per tentare di vincere il centrodestra non può che unirsi dunque, a differenza di ciò che sta avvenendo in Francia.

Capitolo primarie: quattro leader quarantenni – Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Giovanni Toti, Raffaele Fitto - sono d’accordo sulla necessità di questo metodo di partecipazione e selezione. Il Cavaliere no. Come se ne esce?
Se la nuova legge elettorale dovesse escludere un ritorno al proporzionale le primarie nel centrodestra sono necessarie, a prescindere se Berlusconi le voglia oppure no. Tra le altre cose non esiste più un leader naturale, perché Berlusconi non guida più il partito maggiore del centrodestra. I quarantenni devono farle e basta. Questa eventualità costringerebbe Berlusconi, poi, a prendere posizione.