19 ottobre 2021
Aggiornato 16:00
La crisi del covid

Bassetti: «Se il green pass vuol dire continuare a fare il tampone allora eliminiamolo»

Il Direttore della clinica malattie infettive del San Martino di Genova: «Tampone a 72 ore? Decisione politica. Già a 48 finestra infetti». Mantovani: «Vediamo la fine, ora rendere sicuri Paesi poveri»

Matteo Bassetti
Matteo Bassetti ANSA

«A gennaio ho cominciato a ricevere i primi insulti e le prime minacce di morte e a febbraio dissi: attenzione è un fenomeno che non va sottovalutato, fino ad oggi nessuno mi ha ascoltato è evidente che si è lasciato troppo spazio ad una protesta incontrollata senza che la magistratura intervenisse per tempo, perché si poteva intervenire e si doveva intervenire ma non si è intervenuto». Così Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova su Rai Radio1 all'interno di «Che giorno è».

Quanto all'ipotesi di allungare la validità del tampone rapido da 48 a 72 ore, «qualunque decisione venga presa di allungamento del tampone è una decisione politica, non è una decisione scientifica», ha chiarito. «Il tampone già a 48 ore rischia di avere una finestra in cui uno potenzialmente se già infettato potrebbe essere diventato positivo, figuriamoci a 72 ore - ha spiegato l'infettivologo del San Martino di Genova - non dimentichiamoci che il green pass non è stato introdotto per diventare un 'tamponificio' in Italia ma perché la gente si andasse a vaccinare, se oggi avere il green pass vuol dire continuare a fare il tampone finisce per non avere più senso il green pass. Allora ripensiamolo, forse vale la pena anche pensare di eliminarlo».

Mantovani: «Vediamo la fine, ora rendere sicuri Paesi poveri»

«Vediamo chiaramente la luce in fondo al tunnel, ma con la pandemia dovremo convivere ancora a lungo. In Africa solo 4 persone su 100 hanno ricevuto il ciclo completo della vaccinazione. In Italia siamo all'80%. C'è molta preoccupazione per i Paesi a basso reddito, perché non basta far arrivare le dosi, servono anche le strutture e le competenze per poterle somministrare». Lo sostiene in una intervista al Corriere della Sera Alberto Mantovani, direttore scientifico dell'Istituto clinico Humanitas e presidente della Fondazione Humanitas per la Ricerca.

«Ci sono stati casi di vaccini rimasti inutilizzati e scaduti. Aiutare i Paesi più indietro, con progetti a medio-lungo termine non solo legati a Covid-19, non significa dover rinunciare a qualcosa. I muscoli li abbiamo, servono un po' più di testa e cuore. È assurdo che l'Africa debba dipendere quasi totalmente da altri dal punto di vista sanitario. E non è solo un problema morale: per sentirci davvero tranquilli, anche sulla nascita di nuove varianti del coronavirus, serve mettere in sicurezza quelle aree in cui le vaccinazioni procedono con una lentezza inaccettabile. Per esempio la variante Mu si sta diffondendo in Perù, dove il 32% della popolazione è vaccinato con due dosi».

Per Mantovani, infine, «bene i progressi sulle cure, ma senza dimenticare una questione tanto semplice quanto fondamentale: i vaccini costano molto meno, anche in termini di vite umane, dato che difendono a monte dalla malattia. Avere nuovi farmaci non significa rinunciare a utilizzare i vaccini».