11 agosto 2020
Aggiornato 00:00
La genesi dell'Avigan

Coronavirus, la storia dell'Avigan: antivirale che esiste da 30 anni

Conoscere la storia di questo prodotto considerato da molti promettente può essere utile a inquadrare l'attuale sua collocazione nel panorama dei molti farmaci che si stanno sperimentando

Coronavirus, la storia dell'Avigan: antivirale che esiste da 30 anni
Coronavirus, la storia dell'Avigan: antivirale che esiste da 30 anni ANSA

ROMA (ASKANEWS) - Da alcuni giorni, anche in Italia, si parla con molta insistenza dell'Avigan, un anti-influenzale sviluppato da un'industria farmaceutica giapponese, che secondo uno studio realizzato in Cina avrebbe caratteristiche promettenti nella cura di COVID-19 e anche in Italia sono state avviati esami in merito. Ad accendere un «flame» sull'argomento è stato un video virale. Ma conoscere la storia di questo prodotto considerato da molti promettente può essere utile a inquadrare l'attuale sua collocazione nel panorama dei molti farmaci che si stanno sperimentando per verificarne l'efficacia contro il nuovo coronavirus.

A ricostruire in maniera dettagliata questa storia è stato un recente articolo della Nikkei Asian Review, che ha raccontato l'evoluzione e le battute d'arresto di un progetto che ha ormai 30 anni e che ha suscitato qualche entusiasmo e qualche delusione in questi tre decenni.

La genesi dell'Avigan - conosciuto anche coma favipiravir - si colloca negli anni 1990. Una compagnia chimico-farmaceutica di medie dimensioni, la Toyama Chemicals, che aveva prodotti di buon livello nel campo delle infezioni batteriche, cercò il supporto di un professore dell'Università di Toyama, Kimiyasu Shiraki, per addentrarsi anche nel settore degli anti-virali.

La differenza tra virus e batteri è sostanziale. Mentre i batteri sono organismi unicellulari, che si riproducono in proprio, i virus sono microrganismi più piccoli composti di materiale genetico (DNA o RNA, come nel caso del COVID-19) che hanno bisogno di cellule ospiti per replicarsi.

Originariamente, spiega il Nikkei, il progetto puntava a creare un farmaco contro l'herpes. Fu così che nel 1997 si cambiò rotta: lo sviluppo della ricerca fu indirizzata verso la produzione di un farmaco antivirale a più ampio spettro per le influenze. Il problema di questo tipo di farmaci, dal punto di vista delle aziende farmaceutiche, è che però hanno una durata d'efficacia limitata: in genere aggrediscono questo o quel virus stagionale, ma poi non riescono a diventare una fonte di introiti costanti come invece fanno altri prodotti destinati a malattie come il diabete o i disturbi cardiaci. Così, in un primo momento, la ricerca di un partner importante per mettere in campo investimenti onde procedere con l'oneroso processo di sperimentazione fallì. A rendere ancora meno attrattivo, poi, questo progetto fu l'avvento sul mercato nel 1999 del Tamiflu della Roche.

Per un po' l'Avigan fu messo da parte dalla Toyama, per essere ripreso in mano quando, nel 2006, le autorità del farmaco Usa ipotizzarono che questo farmaco potesse essere efficace contro un nuovo ceppo dell'influenza e nel 2008 la Toyama fu acquistata da un gigante giapponese, la holding Fujifilm, che oggi conta 279 aziende e entrate nel 2019 per 22 miliardi di dollari.

Con la potenza del motore Fujifilm, la sperimentazione procedette con maggiore celerità. Però - racconta ancora il Nikkei - cominciarono a emergere le prime perplessità: la sperimentazione animale evidenziò possibili effetti collaterali, tra i quali il rischio che potesse produrre malformazioni in embrioni e feti.

Comunque, la Toyama richiese l'approvazione dalla JPMA, l'agenzia del farmaco nipponica, e l'ottenne dopo tre anni di procedimento. Ciononostante, il farmaco - precisa ancora il Nikkei - non fu ampiamente reso disponibile a causa, appunto, delle perplessità sugli effetti collaterali e perché non fu valutato più efficace di un altro prodotto in commercio. Secondo un esperto, ascoltato dal Nikkei, l'accettazione fu dovuta alla volontà della JPMA di dotarsi di un'altra arma nell'arsenale contro le influenze. Secondo quanto ha riferito la televisione pubblica NHK, il Giappone ha in deposito 2 milioni di dosi di questo farmaco e a queste si sta attingendo per sperimentare l'efficacia del farmaco sul COVID-19 presso il Policlinico universitario Fujita della prefettura di Aichi.

L'Avigan, poi, tornò sotto i riflettori con l'Ebola, nel 2014. Nell'epidemia che colpì l'Africa, ci furono notizie sulla possibile efficacia di questo medicinale, per cui furono forniti a un Paese africano in emergenza dosi del medicinale.

Inoltre, la Toyama diede alla compagnia farmaceutica Hisun dello Zhejiang, in Cina, la licenza per produrre un farmaco generico con il principio attivo dell'Avigan. Questo prodotto sarebbe - secondo il Nikkei - alla base della sperimentazione avvenuta in Cina, che ha acceso qualche entusiasmo. «Ha un alto grado di sicurezza ed è chiaramente efficace nel trattamento», ha detto Zhang Xinmin, responsabile del Centro nazionale cinese per lo sviluppo biotecnologico.

La scorsa settimana l'Indonesia, attraverso il suo presidente Joko «Jokowi» Widodo ha annunciato l'intenzione di acquistare 2 milioni di dosi dell'anti-influenzale.

Ieri l'Aifa ha annunciato, secondo quanto ha riferito il ministro della Salute Roberto Speranza, che «sta sviluppando un programma di sperimentazione e ricerca per valutare l'impatto del farmaco nelle fasi iniziali della malattia. Nei prossimi giorni i protocolli saranno resi operativi, come già avvenuto per le altre sperimentazioni in corso». E Nicola Magrini, il presidente dell'Aifa, ha spiegato a La7 che su questo farmaco «le risposte non arriveranno prima di 3 o 4 settimane».