15 dicembre 2018
Aggiornato 19:00

Psicodramma Pd: Renzi frega anche l'«amico» Minniti (che si ritira)

Pensava di essere il candidato dei renziani, che però ormai pensano soltanto a lasciare il partito. Così l'ex ministro dell'Interno ha dovuto fare dietrofront

L'ex ministro dell'interno Marco Minniti nel corso della trasmissione diretta dalla giornalista Lucia Annunziata "In mezz'ora, in più" su Rai 3
L'ex ministro dell'interno Marco Minniti nel corso della trasmissione diretta dalla giornalista Lucia Annunziata "In mezz'ora, in più" su Rai 3 (Massimo Percossi | ANSA)

ROMA – Lo psicodramma del Pd è definitivamente compiuto: al termine di una giornata convulsa, durante la quale si sono susseguite voci opposte, Marco Minniti ufficializza la sua rinuncia alla candidatura alle primarie. Colpa della rottura dei rapporti con Matteo Renzi, sempre più vicino ad un addio al partito per fondare una nuova forza politica. L'ex ministro dell'Interno non ci sta a fare il candidato dell'area renziana ormai sulla porta d'uscita, a maggior ragione dopo che i sospetti di una scissione imminente sono stati rafforzati dai colloqui europei di ieri dell'ex premier a Bruxelles. Un europarlamentare piddino li riassume così: «Ha stretto accordi per fare il fronte anti-sovranista, è pronto ad uscire dal Pd a febbraio». Si vedrà se davvero il senatore di Scandicci intende prendere una strada diversa dal Pd già prima del congresso, ma di sicuro per Minniti non è nemmeno accettabile che Renzi lasci girare la voce senza smentirla con nettezza.

Ore infuocate
Si racconta che Minniti abbia chiesto anche un documento dell'area Renzi per chiarire che non ci sarà nessuna scissione, ma in cambio ha ottenuto solo le rassicurazioni di Luca Lotti, Lorenzo Guerini e Ettore Rosato, incontrati ieri pomeriggio: «Noi ci siamo – gli è stato detto durante la riunione – siamo pronti a raccogliere le firme per la tua candidatura. Siamo con te». Il documento, però, non è stato accettato. E, in generale, riassume uno dei renziani «noi possiamo dare la nostra parola a Minniti, noi ci fidiamo di lui. Lui si deve fidare di noi». Ma sulle intenzioni di Renzi nessuno garantisce: «Non possiamo garantire per Renzi, se la deve chiarire con lui». Le rassicurazioni di Lotti, Guerini e Rosato, così, non sono bastate a Minniti. E, dopo una falsa agenzia Ansa (anche questa molto sospetta) filtrata ieri pomeriggio con l'annuncio del ritiro di Minniti, qualche ora dopo il dietrofront è arrivato davvero. Ed è subito partito il rimpallo delle responsabilità tra i due fronti. I renziani, a microfoni spenti, accusano Minniti di volerli trattare con sufficienza, tenendoli in disparte come un parente scomodo ma chiedendo il sostegno della loro «macchina» per ottenere i voti prima degli iscritti e poi alle primarie. Minniti, spiegano invece dal fronte opposto, non ha gradito l'atteggiamento di Renzi. Che si muove di fatto fuori dal Pd: a questo punto poco importa che poi a febbraio ci sia davvero la scissione o che magari, come dice qualcun altro, si aspetti la fine del congresso. In questo quadro, le condizioni per una candidatura vengono meno.

La spiegazione
I motivi (ufficiali) del suo ritiro, l'ex ministro li ha spiegati stamattina in un'intervista a Repubblica, guardandosi bene dal menzionare esplicitamente l'ex segretario: «Quando ho dato la mia disponibilità alla candidatura sulla base dell'appello di tanti sindaci e di molti militanti che mi hanno incoraggiato e che io ringrazio moltissimo, quella scelta poggiava su due obiettivi: unire il più possibile il nostro partito e rafforzarlo per costruire un'alternativa al governo nazionalpopulista. Si è semplicemente appalesato il rischio che nessuno dei candidati raggiunga il 51%. E allora arrivare così al congresso dopo uno anno dalla sconfitta del 4 marzo, dopo alcune probabili elezioni regionali e poco prima delle europee, sarebbe un disastro». Ma forse il dato determinante è che Renzi non ha mai speso una parola in questi giorni per smentire la scissione? «Le scissioni – risponde Minniti – sono sempre un assillo. Sappiamo perfettamente che il Pd ha pagato un prezzo durissimo. Ha pagato un prezzo altissimo a congressi cominciati e mai finiti. Spero che non ci sia alcuna scissione, sarebbe un regalo ai nazionalpopulisti». Nel Pd molti definivano «renziana» la sua candidatura. Lei ha rifiutato questa etichetta. Si aspettava una maggiore collaborazione dai renziani? «La mia decisione è indipendente dall'affetto politico che si è manifestato. Io ero in campo per difendere il nucleo riformista del Pd e arrivare ad un esito legittimante. Il resto non esiste». Ne ha parlato con Renzi? «Non ci siamo sentiti». L'intervistatore insiste: ha avuto un peso il fatto che Renzi non abbia trovato il tempo di smentire la scissione? «Spero davvero che nessuno pensi a una scelta del genere. Si assumerebbe una responsabilità storica nei confronti della democrazia italiana. Questo passaggio va oltre la cronaca. Indebolire il Pd significa indebolire la democrazia italiana. Mai come adesso rischiamo uno slittamento. Mai come adesso le differenze tra i partiti sono tanto nette». Una sottolineatura talmente gelida che finisce per dire molto di più di quanto traspaia dalle sole parole.