14 novembre 2018
Aggiornato 05:30

La «manina» farà schiantare Di Maio e i 5 Stelle?

Complotti, trame oscure, «manine»: basta. La Lega non ne vuole sentir parlare. Ecco di chi sarebbe, invece, la colpa (involontaria?)
Il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio con il sottosegretario della Lega Giancarlo Giorgetti
Il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio con il sottosegretario della Lega Giancarlo Giorgetti (Angelo Carconi | ANSA)

ROMA - Complotti, trame oscure, «manine» che involontariamente evocano le risa demenziali dal sapore vagamente dark della famiglia Addams (cui, per onor di cronaca, aggiungiamo anche il segretario dem Martina, per ovvia somiglianza a uno dei personaggi...). Basta. La Lega non ne vuole sentir parlare. C'è piuttosto chi insinua che questa della «manina» possa essere una mossa dei 5 Stelle per mettere in cattiva luce la Lega, l'alleato chiaramente più forte di questo esecutivo a due teste. Altri, invece, la etichettano come sottile strategia leghista, messa in atto per mettere al muro Di Maio e i suoi e lasciarli schiantare da soli. Per poi andare a nuove elezioni dopo il probabile cappotto alle Europee, dove Salvini mira persino al 30%. Vero è che il leader del Carroccio ha dato chiare indicazioni alla sua quadra in merito agli equilibri di governo: le questioni economiche lasciamole agli altri, noi esponiamoci su altri fronti (vedi immigrazione, Ue, ecc).

Giorgetti: «La manina ce l'hanno in casa loro»
A rinnegare in modo categorico l'ipotesi cospirazionista c'è, tra i più agguerriti, Giancarlo Giorgetti. «Io sono una persona per bene. Non consento a nessuno di alludere a complotti e trame oscure, con dichiarazioni così scomposte. Se si continua ad attaccare chi prova a tenere in piedi la baracca, il governo non andrà molto lontano. Spero Luigi Di Maio ci vada davvero, in procura» tuona dalle colonne di Repubblica il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e vicesegretario della Lega. Che va anche oltre: «Di Maio scoprirà che la famosa 'manina' è in casa loro. Ma occhio, così loro si vanno a schiantare». Ecco: velata - e forse non voluta - ammissione della seconda opzione di cui sopra.

Discusso per 10 giorni
Giorgetti risponde al Movimento Cinque Stelle che accusa lui e in parte il suo collega all’Economia, Massimiliano Garavaglia, di essere i registi dietro la «manina» che avrebbe allargato le maglie del condono. «Per dieci giorni», ricorda, «al ministero dell’Economia è stato discusso il passaggio della cosiddetta pace fiscale relativo alla dichiarazione integrativa. Ne hanno parlato approfonditamente i nostri Bitonci e Garavaglia con la viceministra del M5S Castelli». Poi il presidente Conte con Salvini e Di Maio, nel vertice che precede il Consiglio dei ministri di lunedì, «decidono di porre un limite di 100 mila euro e la norma è stata formulata nella sua interezza, nel testo che conoscete tutti».

La norma contestata nell'articolo 9
«Sarebbe stato assurdo», prosegue, «non concedere l’ombrello di non punibilità per reati fiscali a chi accetta di venire allo scoperto e pagare». Ma secondo gli alleati in Consiglio dei ministri, o appena dopo, sarebbe intervenuta la fatidica congiura: quella architettata da Giorgetti. «E no», puntualizza lui: «Io ho seguito i lavori fino all’approvazione dell’articolo 6. La norma contestata è contenuta all’articolo 9. E lì non so cosa sia successo, non c’ero e non sono stato io a redigere il verbale. Non so chi lo abbia fatto. Da quel che mi è stato riferito il decreto è stato approvato dopo che il premier Conte ha supervisionato il testo apportando le modifiche ritenute necessarie».

Lapecorella o Castelli o...
Mentre i social vengono intasati con riferimenti sarcastici alla «gelida manina» di pucciniana memoria (c'è chi dice «il decreto smarrito si sarà perso nel tunnel del Brennero»...), la trama pirandelliana di questa storia va avanti. Secondo le indiscrezioni del Fatto Quotidiano sarebbe tutta colpa della Direzione generale delle Finanze guidata da Fabrizia Lapecorella. Non è chiaro però come la bozza sia stata scritta e chi abbia avuto voce in capitolo sulla versione finale. Il testo tuttavia è frutto del lavoro della Direzione generale Finanze, alle dipendenze dirette del ministro dell'Economia Giovanni Tria. I funzionari del Mef dal canto loro assicurano di aver solo eseguito le indicazioni della presidenza del Consiglio, che vengono da Giorgetti. Altri fanno il nome della sventurata Laura Castelli, che non è nuova a gaffe plateali. «Mica scrivo io le norme» risponde a chi la accusa, indirettamente, di non aver compreso appieno il senso del testo. Su di lei non pochi dubbi. Intanto, ci sovviene il ricordo di quando, nel caldo romano di luglio, si vantava su Facebook di aver appena completato con successo un corso in e-learning di bilancio pubblico degli enti locali. Comprensione del testo. Non aggiungiamo altro...